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“Stupore e disgusto, questo è il suo ritmo”. D.H. Lawrence: o con lui o contro di lui

D.H. Lawrence è ancora, a 90 anni dalla morte, uno scrittore irresistibile. Sarà didascalico, frugale, fluviale. Ma incanta, conquista. Recentemente, le edizioni di Via del Vento hanno stampato un racconto altrimenti inedito in Italia, “Un sogno di vita” (del 1927), per la cura di Francesco Cappellini. Nel mondo anglofono, invece, esce una raccolta di saggi, “The Bar Side of Books”, per la cura di Geoff Dyer. “Leggere Lawrence è essere in contatto con una personalità che ha sfondato forma e retorica, che si confronta con una specie di sfrontata nudità”, diceva Anthony Burgess. Del libro hanno parlato in molti, abbiamo scelto di tradurre un articolo di Zachary Fine pubblicato su “The Nation”, dal titolo, “The Debauched, Sometimes Sublime Essays of D.H. Lawrence”.

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D.H. Lawrence, per sua ammissione, era smisurato. “Non sono un uomo”, scriveva, “sono molti uomini, e anche di più”. Un appetito famelico, ‘whitmaniano’, giustificato dalla mole del suo lavoro: 12 romanzi, quattro libri di viaggio, svariati testi teatrali e di critica, molteplici racconti e poesie, per non parlare delle migliaia di lettere. Eppure, se lo leggi, non puoi fare a meno che incorrere in tratti piuttosto crudi del suo carattere. The Bad Side of Books, la raccolta di saggi di Lawrence curata da Geoff Dyer, rivela che lo scrittore inglese è stato un uomo, tra l’altro, che detestava la democrazia, ammirava l’uomo forte e il governatore deciso, celebrava gli impulsi e gli istinti rispetto alla ragione, il mito sulla storia, adorava gli indiani e le “razze oscure” quando non ne era disgustato, suggeriva che le donne – anche quando se la prende con gli uomini per i loro comportamenti odiosi – infine, sono poco intelligenti e devono essere sottomesse. Non lo elettrizzavano gli ebrei né gli inglesi.

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Certo, ogni volta che Lawrence denigra le donne o la democrazia ce n’è un’altra in cui fa il contrario. Ha concesso ai lettori di navigare nelle sue contraddizioni. Nel 1930, dopo la morte, accaduta a 44 anni, alcuni ammiratori considerarono che il povero scrittore roso dalla tubercolosi doveva essere difeso. Ci furono necrologi, tributi, tentativi di salvare la sua eredità e di spostare l’attenzione dalla censura, dall’esilio, dalla chiacchierata mania sessuale. Negli anni Cinquanta, dopo anni di silenzio, il risveglio. F.R. Leavis cominciò a riscoprire Lawrence con energia febbrile; uscirono nuove biografie accanto a nuove edizioni dei suoi romanzi. Dopo che L’amante di Lady Chatterley trionfò, nel 1960, vincendo il processo per oscenità, la controcultura riscoprì Lawrence come il solo modernista della working-class della letteratura inglese, il figlio del minatore di carbone fuggito con l’aristocratica tedesca, il rosso-barbuto devoto all’arte di amare, il critico appassionato che si scaglia contro l’industria senza cuore e il compiacimento borghese. Negli anni Settanta ci fu La politica del sesso di Kate Millett che interpretava Lawrence come il pontefice “di un culto omicida fallico”. La sua fama è sempre stata in evoluzione, recuperata, ripresa. Il critico, così, è intrappolato e le urne guaiscono: sei con lui o contro di lui?

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Genericamente, il giudizio si basa sui romanzi. Alcuni amano Figli e amanti, L’arcobaleno, Donne innamorate, L’amante di Lady Chatterley, altri si innamorano delle poesie; la saggistica di solito è trascurata. Alcuni studiosi preferiscono i testi critici, formalmente convincenti come i romanzi. D’altronde, Lawrence disse a Catherine Carswell che il saggio del 1922 su Maurice Magnus era “il miglior pezzo che abbia mai scritto”. Ha ragione. Dagli spazio, a D.H., lascialo vagare nella vita dissoluta di antieroi come Magnus, dagli emozioni e dettagli da azzannare: ciò che accade è sbalorditivo. Il saggio è teso come un racconto, intenso, con personaggi imperfetti e vivaci e descrizioni liriche; è poetico e polemico al tempo stesso.

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Lawrence ha occhio chirurgico per i dettagli, sente le vibrazioni metafisiche, anche se a volte è difficile assolvere le sue cretinate. In A Letter From Abroad. The Death of D.H. Lawrence, Rebecca West descrive l’incontro con Lawrence a Firenze. West, insieme a Norman Douglas, scrittore e amico di Lawrence, lo saluta in un albergo sull’Arno. La stanza è squallida, senza finestre e Lawrence ticchetta sulla macchina da scrivere, indiavolato. Douglas scoppia a ridere e chiede a Lawrence se per caso non stesse scrivendo un articolo “sullo stato di Firenze, oggi”. Lawrence fa cenno di sì. “Era piuttosto imbarazzante”, scrive la West, “perché Douglas si mise a raccontare di come Lawrence era solito andare dalla stazione ferroviaria all’albergo, subito, per mettersi a scrivere articoli martellanti, descrivendo in modo esauriente il temperamento del popolo che era appena andato a visitare…”. Durante la lettura, ci sono momenti in cui vorresti perdonarlo. Le sue frasi, così sfrenate e fresche, così stranamente perfette. Anche quando riduce in cenere il proprio soggetto, la prosa fiammeggia, nell’aria, suprema.

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Stupore e disprezzo, stupore e disgusto – questo è il ritmo della lettura di Lawrence. È una strada da cui non sai mai dove scendere, ipnotica. Alcuni critici tendono a vanificare la differenza tra forma e contenuto, ma in Lawrence sembra esserci una feritoia. Bellezza scissa dalla bile: bellezza che oscura il contenuto biliare. Ma forse è una mia immaginazione. Forse c’è soltanto bile. La sua politica, infine, è disperante e terribile. Se c’è bellezza nei suoi scritti, è il lirismo a renderla possibile.

Zachary Fine

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