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I Cosacchi in Parlamento. Una visione usando Gogol’ come cuscino

La scorsa notte ho fatto un sogno. Al posto dei miei soliti occhi avevo una manciata di telecamere fisse, da cui potevo guardare come da una cabina di regia l’interno del Parlamento italiano. Per quanto guardassi, però, non mi si offriva il solito, noioso spettacolo di deputati sfatti o uscieri irrigiditi nelle uniformi. Nell’aria viziata della Camera non ronzavano quei monotoni e contorti discorsi, ma soltanto un lieve scoppiettio, come quello del fuoco dentro il camino di casa. Anche la luce era soffusa, un baluginare di fuochi di bivacco; poi un grido fugace, una risata alticcia, e ancora quel crepitare. Vedevo alcune poltrone squarciate mostrare i loro ventri di gommapiuma, le scrivanie rovesciate gambe all’aria e in qualche angolo i deputati, legati e imbavagliati, e un drappello di uscieri incatenati. E in mezzo a loro le ombre dei cosacchi, ombre sudicie e selvagge, o quelle dei cavalli con le bocche colme di biada.

Così dai miei occhi a circuito chiuso guardavo ora il grande falò al centro della Camera, ormai quartiere dei cosacchi, ora i flaccidi deputati prigionieri, ora i cavalli, ora i cuochi che si davano un gran da fare intorno alle pentole. Poi alcuni cosacchi attirarono l’attenzione di chi se ne stava gambe incrociate a fumare la pipa: portavano alcune botti di gorelka, la vodka ucraina “pura, spumeggiante, che scherzi e frizzi come una matta” nelle parole di Taras Bul’ba (N. Gogol’, Taras Bul’ba e gli altri racconti di Mirgorod).

Qualcuno pensò che bere vodka così, con le orecchie vuote, sarebbe stato un vero delitto, perché incominciò un lieve strimpellio di bandura. Di lì a poco incominciarono a ballare e alla bandura si unirono le balalajke rotonde, ed era un tripudio di casacche sgargianti, svitki, sciabole, fruste e stivali. Avevano sfasciato ogni cosa, tranne i miei occhi, e mi sono goduto lo spettacolo fino al risveglio. In quel Parlamento saccheggiato, ridoto in frantumi, non ho scorto la fine della democrazia, ma il fascino primitivo della steppa, quel senso di libertà che colse Olenin, protagonista tolstojano de I cosacchi, mentre vedeva sparire davanti ai suoi occhi i segni della civiltà. Non provavo un senso di fine, di rovina, ma di inizio. Forse era colpa della mia mente, che in questi giorni si addormenta con le storie di Gogol’ e Tolstoj, e si risveglia con un nuovo, deprimente capitolo di politica italiana, dove i parlamentari oscillano come canne al vento, o come grano ancora da mietere; ed è tutto un affaccendarsi, tutta una spasmodica ricerca di sottili equilibri che dovrebbero reggere non il tetto del Palazzo, ma quello di un intero paese, mentre i nostri spiriti bramano una cavalcata nella steppa martellata dal sole.

Allora è facile immaginare come tratterebbe l’intera faccenda Taras Bul’ba, sciabola alla mano, maestoso e selvaggio, feroce e cristiano, orgoglioso ma con gli occhi facili alle lacrime; un eroe che non è nemmeno più pensabile oggi giorno, un eroe che può far apparire il passato come un luogo fantastico, inventato. Ma quella gente esisteva, quei cosacchi dal cuore indomito, in lite col mondo intero. Presto sgombreranno il Parlamento, staneranno i cosacchi perfino dai miei sogni a colpi di lacrimogeni e decreti. Ma il cosacco non se ne cura, lui sta lì disteso e pensa ai verdi abbracci della sua steppa, e se ci sarà da tirar di spada non indietreggerà certo d’un millimetro.

Ma il sogno resta: poter offrire alle fronde di analisti politici un nutrito gruppo di cosacchi ubriachi; poter essere finalmente liberi di mandare a quel paese un capo di stato senza doversi preoccupare delle conseguenze, anche se questo vorrà dire rimanere schiacciati; anteporre l’onore e la gloria al mercato, sfidare il gigante, come nella famigerata lettera al sultano Mehmed IV di Turchia, composta unicamente di insulti. Il cosacco che dorme sotto le stelle è il segno di come abbiamo venduto la libertà in cambio di un po’ di benessere.

Valerio Ragazzini

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