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“Lasciami essere il tuo unicorno”. Cortázar & Cristina Peri Rossi

Nata a Montevideo da immigrati italiani – Ambrosio Peri, operaio in una azienda tessile, muore quando lei è bambina; Julieta Rossi è maestra – Cristina Peri Rossi ha compiuto 80 anni lo scorso 12 novembre: contestualmente, le è stato assegnato il Premio Cervantes, una specie di Nobel per letterati di lingua spagnola. Tra gli altri, il premio è andato ai grandissimi: Borges, Alejo Carpentier, Octavio Paz, Ernesto Sabato, María Zambrano, Mario Vargas Llosa, per dire. Il premio va a una scrittrice impegnata – a sinistra –, che ha scelto l’esilio – nel ’72, in seguito al golpe di Juan María Bordaberry, vola in Spagna – che indaga temi ora consueti – l’esplicito erotismo, l’identità sessuale, il lesbismo – ma allora marziani. “La lingua non è mai innocente. Non dice solo quello dice, ma molto di più. Dice l’implicito. Non è innocente perché giudica. Il linguaggio ha diversi livelli, quello letterale o esplicito e quello implicito. Dunque può essere sessista, machista, corrotta”, ha scritto, una decina di anni fa, con un tono da rivoluzione culturale, un poco arcaico. Quando la sua attività pubblicistica era più pressante, la poetessa ingaggiò una curiosa battaglia contro l’uso continuo del cellulare: “Il telefonino è come l’orecchio del sordo: lo inserisci nell’orecchio e non lo togli più, a volte neanche quando dormi (conosco persone che non spengono il cellulare neanche quando fanno l’amore – i pochi, rapidissimi momenti in cui riescono a farlo). L’abbiamo visto in un laccato film americano: il protagonista lavora per una multinazionale molto importante, giace con una bellissima donna in un hotel naturalmente lussuoso, e al momento di scoccare un bacio sulla bocca della diva, il cellulare squilla, l’affare è urgente, la donna aspetta con pazienza, l’amore dura una manciata di minuti, poi il ragazzo si allaccia i pantaloni, c’è sempre qualcosa di meglio da fare, soldi, ad esempio”.

Ha scritto moltissimo, Cristina Peri Rossi, per lo più poesia. In Italia non ha attecchito: nel 1997 Einaudi ha tradotto Il museo degli sforzi inutili, una raccolta di racconti edita, in origine, nel 1983; uno sforzo in più avrebbe consentito la pubblicazione, nell’anno dostoevskijano, de La última noche de Dostoievski, romanzo del 1992. La storia di Cristina Peri Rossi, ad ogni modo, è legata a quella di Julio Cortázar: nelle fotografie, a Parigi, lei è la donna di selvatica bellezza, molto più giovane (li dividono quasi trent’anni), molto più bassa. Cortázar la cerca dopo aver letto il suo primo romanzo, El libro de mis primos (1969), “Il libro mi è venuto a cercare, Cristina: mentre stavo scrivendo Libro di Manuel, mi sono imbattuto nel tuo, ho cominciato a leggerlo di notte, tra il fumo della pipa e un disco di Ray Charles, che suonava come gli dèi, e mi sono reso conto che il mio libro, in verità, era tuo”, le scrive.

Condivisero l’esilio, l’amore per Joan Baez, la passione per i dinosauri. “Dovunque fossi (e viaggiavi molto: fuggivi da Parigi per andartene in posti remoti, non solo a Cuba o in Nicaragua), trovavi sempre un libro sui dinosauri da mandarmi, o una cartolina con il mostro di Loch Ness”, ricorda, lei. Si amarono, in impossibile promiscuità: la vita sentimentale di Cortázar era disordinata (dopo il divorzio da Aurora Bernárdez, la relazione con Ugné Karvelis, lettrice per Gallimard – fece pubblicare un mucchio di sudamericani, e Milan Kundera –, arriva Carol Dunlop), Cristina preferiva le donne. Le rare poesie scritte da Cortázar, raccolte in Salvo e crepúscolo, sono rivolte anche a lei, destinataria di un canzoniere di poemas para Cristina. Lei ne era incantata e un tanto imbarazzata: “Confesso che la lettura, all’inizio, mi sorprese. Io, il poeta, trattata come la musa: il cambio di ruolo sconvolgeva leggermente la mia identità. Ma l’identità, in fondo, non è che la didascalia che diamo ai nostri usi e costumi”.

S’incontrarono a Parigi: di Julio lei detta una specie di cammeo fiammingo; “Molto alto, magro, sgraziato, lieve barba a coprire le guance, gli occhi più azzurri e acquosi che abbia mai visto”. Dopo una settimana insieme, lei ripartì, Cortázar le aveva infilato una lettera nel cappotto. “Non ci sei, eppure c’è la tua manina, sempre fredda, un passerotto nella pioggia, che si posa sui miei capelli e mi accarezza brevemente, con delizia… Qualcosa mi dice che io e te abbiamo avuto una sorta di relazione anteriore, siamo gli avatar di una antica amicizia. Permettimi di essere l’unicorno che beve dalla mano della fanciulla negli arazzi medioevali; a suo modo è felice, è risolto”. Cortázar muore nel 1984, l’anno in cui Cristina pubblica La nave de los locos. Le aveva inviato il breve canzoniere – di cui qui si traduce una porzione – nel 1977; riuscì a rispondergli, lei, molti anni dopo, “In amore come nel pugilato/ è tutta una questione di distanze”. Ma cos’è la morte, per i poeti, se non l’inizio di una relazione, il primo incontro, un truciolo di nebbia, un bacio sulla mano?

***

I

Tutto ciò che precede è come i primi
istanti di un
incontro, dopo molto tempo: sorrisi,
domande,
cauti ragguagli. È strano, mi sembri meno
scura di
allora. Tua zia sta meglio? No, non
mi piace
la birra. È vero, l’avevo scordato.
E sotto un montacarico di ombre, sale
lento un altro
regalo. Nei tuoi capelli si aggrovigliano
le api, la tua mano
ronza sulla mia e pone un batuffolo
di fumo. Il tuo odore:
ritorno a Sud.

*

II

A volte ha
il volto dell’esilio
chi cerca una voce tra le tue poesie.

Il mio esilio è meno duro,
ha diverse difese,
ma quando ti prendo per mano
in una stradina di Parigi
vorrei tanto che il viaggio terminasse
in un angolo di Montevideo
o nella mia calle Corrientes

senza che nessuno venga
a chiedere i documenti.

*

III

A volte penso che potremmo
conciliare gli opposti
trovare il centro immobile della sfera
esci dai binari
diventa specchio vertiginoso che concentra
nell’ultimo vertice
questa danza cerimoniale che dedico
alla tua presente assenza.

Ricordo Saint-Exupéry: “Amore
non è guardare ciò che si ama
ma guardare entrambi nella stessa direzione”.

Eppure non sospettavo quante volte
siamo stati affascinati dalla stessa donna
e quella splendida, felice definizione
crolla come una bambola grigia.

*

IV

Non credo di amarti
soltanto: amo l’impossibilità
così ovvia di amarti
come la mano sinistra
è innamorata del guanto
che vive sulla destra.

*

V

Topolino, peluria, mezzaluna,
caleidoscopio, nave in bottiglia,
muschio, campana, diaspora,
palingenesi, felce,

questo e il dolce alla zucca
il bandoneόn di Troilo e due o tre
zone della pelle dove
il gabbiano fa il nido,

sono le parole che contengono
la tua crudele definizione, irraggiungibile,
sono le cose che trattengono la sostanza
di cui sei fatta per quelli
che bevi possiedi e bruci convinti
di conoscerti intera,
ma sei solo Cris.

Julio Cortázar

*

Montevideo

Sono nata in una città triste
di navi ed emigranti
una città fuori dallo spazio
sospesa su un malinteso:
un fiume grande come il mare
una pianura deserta come la pampa
la pampa grigia come il cielo.

Sono nata in una città triste
fuori dalle mappe
lontana dal suo continente naturale
sconnessione del tempo
come una vecchia fotografia
virata in seppia.

Sono nata in una città triste
di cortili gonfi di felci
candelabri verdi
l’odore ossessivo del glicine
fiori ubriachi
fiori lilla.

Un città
di tanghi tristi
vecchie prostitute a due a due
marinai vagabondi
e bar che si chiamano City Park.

Ma senza dubbio
la desidero
con un amore disperato
questa città dell’impossibile
delle navi incagliate
delle prostitute che non ci comprano
dei mendicanti che recitano Baudelaire.

La città che appare nei miei sogni
accessibile e remota allo stesso tempo
la città dei poeti francesi
dei commercianti polacchi
degli ebanisti galiziani
dei macellai italiani.

Sono nata in una città triste
sospesa nel tempo
come un sogno incompiuto
che si ripete sempre.

*

Dedica

Le ho scritto diverse poesie
in realtà, ho anche sofferto un poco per lei.
L’altro giorno l’ho vista pranzare in un bar
con l’uomo che la accompagnava.
Le ho lanciato delle palline di pane in faccia.
Ogni giorno pubblico poesie.

Cristina Peri Rossi

 

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