14 Ottobre 2023

“Io vorrei che la verità fosse calda come le mani”. Intorno a “Stella Maris” di Cormac McCarthy

Talidomide Kid mi fa venire in mente l’angelo custode. Il Kid è il personaggio ambiguo, alto circa un metro, con le pinne, quasi focomelico (forse perché rimanda ai danni causati dall’omonimo farmaco), frutto di un’allucinazione, con il quale la protagonista ha dialogato nel precedente libro, Il passeggero, e anche per il quale, e non solo, si suppone, si trovi, per sua scelta, entro una struttura per pazienti psichiatrici, lo Stella Maris.

Un’allucinazione la conduce al capolinea di sé, a ripensare a tutta la vita, a raccoglierla nel dialogo con lo psichiatra. Ciò che materialmente non esiste regge, governa e illumina, porta nel luogo del compimento il destino di questa ragazza.

Alla fine del romanzo ho pianto. È stato un pianto che ne ha inanellati altri, diversi, radicati altrove. È stato come inanellare il pianto di una vita in una ghirlanda; riunire, in quella pagina, le lacrime sparse sulle scrivanie di tanti frantumati lettori. Ho sentito chiamare il mio pianto come si chiamano le galline a nutrirsi di quel pane spezzato. Il pianto che scivola dal dolore alla gioia come una circolazione extracorporea. Come se il pianto abbandonato potesse riconoscere qualcosa da come spezza il pane e tornare a casa. E non rimanesse una cosa da sé, abbandonata al declino della sua desolante e solitaria caduta. Cioè, mi piacerebbe avere capito così, è preso in un giro immortale. Non so come altro descrivere questa festa che vedo quando ogni lacrima è infilata, è ricongiunta all’altra, come due persone che si riconoscono dopo una guerra. Come andare a braccetto con qualcuno. Come nelle cose intime e ultime, non essere soli.

Ho parlato di galline, ma Cormac McCarthy cita filosofi, scienziati, matematici, il padre di Alicia, co-inventore della bomba atomica. Padri che hanno peccato non poco, in fatto di conoscenza del bene e del male. Che la verità sia conoscibile solo da chi è un genio della matematica o di qualcos’altro, rasenta la gnosi. Credo che McCarthy non abbia come scopo quello di ricucire una sua verità. Indipendentemente dalla verità e dall’uso morale della scienza, tutti moriamo sotto una bomba. Solo i bambini, lo dice Amichai bambini morti sotto i bombardamenti/ non hanno mai smesso di giocare, non hanno mai smesso di giocare. (L’ha scritto Amichai, un poeta e io mi sono commossa e ho creduto a ciò che mi commuove e credo a ciò che mi commuove).

Sembra quasi che la conoscenza estrema sia una condanna, un boomerang. Si muore di troppa verità, di troppo sapere. Mi accorgo di confondere o ridurre la verità con la conoscenza estrema. La domando grossa. È la verità che ci salva? Nel libro si parla di fede, musica, inconscio, coscienza, linguaggio, trascendenza, matematica, fisica, universo, amore, suicidio, morte, bellezza, dolore, assoluto, rabbia, numeri, infinito, solitudine, Dio e molto altro. È una vita e tutte le sue direzioni. Non svela la verità, nemmeno lei, Alicia, che avrebbe potuto indagare o comprendere il mondo attraverso un linguaggio matematico. Non è un libro che nasce attorno a una idea di verità, o attorno a una teoria, sia pure quella sui quanti di cui non so nulla e forse saprò mai qualcosa. La dico grossa. Sapere la verità non salva mica la vita. Intendo la verità racchiusa in una tesina sul mondo, la verità appoggiata a un comodino, il motore immobile, la formula che mondi possa aprirti. Si può essere solo, come dice il mio prof. Barzaghi, essere dentro la verità. (Ci si può sdraiare nella verità e guardare il cielo senza sapere niente e intuire che è cosa buona? Anzi sentirsi guardati? Ma non siamo nel medioevo, troppo bello sarebbe sapere meno e credere di più. Dico credere in generale, la fiducia rende più bella la vita). Ma torniamo al libro.

La vita si raccoglie in pochi momenti. La storia di Alicia ha il sapore di un sacrificio, ha il candore dell’innocenza, che non è solo data dalla verginità che la associa, come il titolo del libro, a Maria. Si muore prima di arrivare alla verità. Tutti si muore, in ogni caso, nella verità. Non è questione di intelligenza o sanità mentale o genialità, ma solo di realismo.

La vita, dicevo, si raccoglie in pochi momenti, nella memoria degli eventi c’è una sintesi che quanto a realtà non ha niente a che fare con la realtà. Beata smemoratezza, quando viene in mente niente o di un anno si ricorda appena un’occhiata ancora viva e che sembra essere venuta da un altro mondo.

Mi piace quando dice ma se non fosse diventata una matematica cosa le sarebbe piaciuto essere? Morta. Non lo è mica diventata, lo era già forse. Infatti. Ma non è questo che mi colpisce. Neppure la certezza. Credo mi colpisca affiancare quel poco che possiamo essere alla morte. Vivere con radicalità un talento, un desiderio. Mai vivacchiare su prospettive che partono già polverose. Non vendere il proprio desiderio né per soldi né per lenticchie. È un successo o un fallimento che deve avere una sua sacra regalità.

Forse le poche cose che fanno la differenza, in una vita, sono quelle delle quali dice non sono mai stata più come prima. Il fratello, di cui è innamorata, era l’unico pensiero fra lei e il suicidio. Fa strano pensare al pensiero come ambulanza o via di salvezza. Che razza di guerre si compiono nei nostri pensieri. Legioni e agnelli.

Questo camminare all’orlo di un destino, raccogliere tutta una vita in soli sette giorni, non avere bisogno di altro. Mi viene in mente il carrello de La strada. La vita tutta lì, da guardare da portare come peso, da mangiare, da proteggere, da contare sulla punta delle dita.

Mi chiedo perché mi abbia così commosso il finale. Mi ha commosso perché muore? No. Perché muore in compagnia? Forse, anche. Ma questo è un concetto che conosco, già lo so che è preferibile la compagnia. Mi ha commosso la sociologia del tabù del morire? No.

Risuona certamente la libertà in questo libro. La libertà di chiudersi in un luogo, la libertà di tenere o togliere la vita. È un rintocco che accompagna ogni pagina. Non è tanto la libertà di scegliere, ma quella di obbedire a se stessi, ai propri amori. Dare tutto quello che si ha per un violino per cui, mi viene in mente Cristina Campo, per cui il destino non è nel campo che si possiede ma nella perla per cui si vende quel campo.

Perché la commozione e non la disperazione, l’angoscia, la squadraccia del nulla? Stella Maris è il luogo degli ultimi. Chi sono gli ultimi? Ultimi poi rispetto a cosa? Non certo alla salute e neppure alla condizione sociale. Non so perché ma mi viene voglia di andarci allo Stella Maris (o Stabat Mater?). Viene voglia di essere felici che ci sia, che possa esistere un luogo dove abita l’innocenza, l’innocenza della follia che ha sciolto i lacci con la volontà e quindi con la possibilità di fare il male di proposito o intenzionalmente, scegliendolo consapevolmente. Cristina Campo diceva non si nasce innocenti ma si può morire innocenti. L’intelligenza non salva la vita. La verità (immobile) non salva la vita. Solo la libertà può farlo. Anche la libertà della verità. La bontà della verità.

Bisogna imparare a non avere paura della libertà degli uomini e delle donne, soprattutto nell’amore. Ma gli incapaci di intendere e di volere che libertà hanno? La carità poi è paziente, benevola e non è invidiosa. Non so ma dicono che un feto senta l’amore della madre, che una pianta la carezza di una persona.

Dante è stato salvato dai suoi amori, non dal suo ingegno e neppure dalla verità, diciamo pure la sua o almeno quella che gli interessava incontrare. È stato l’amore e il gesto della grazia. La relazione fra poesia e salvezza ha Virgilio come santo laico. Anche l’incontro con un libro ha una casualità provvidenziale.

Ma più di tutti mi ha commosso la dolcezza delle mani. Io vorrei che la verità fosse calda come le mani. Se mi dicessero scegli fra la verità e le mani, scelgo le mani. (Io so che la mia verità inizia sempre da vicino, quindi sono vere anche le mani e che siano calde è come un cero acceso).

E ora ho bisogno di parlare di questo. Pazienza che sia strano che la provvidenza o il caso abbia scelto uno psichiatra, una attenzione a pagamento, obbligata. In un film lui dice, a una donna, che stava pensando di farla finita e che quella sarebbe stata l’ultima sua serata e lei lo porta con sé e stanno insieme e lui gli chiede ma tu chi sei? Io sono la puttana che ti chiede di non morire.

Quando alla fine ogni cosa smetterà di piangere e di sanguinare, starà lì appoggiata come la lampada di se stessa, eroicamente o stancamente, un violino o una foto, e la vita sarà una manciata di fatti trafitti da attimi inequivocabili e, sorridendo e arrossendo di una frastagliata armonia che è una carezza, ti accorgi della compassione, cerchi una parola che sostenga tutto.

Ho trovato questa parola, ho bisogno di condividerla, allo Stella Maris, il luogo di accoglienza di tutti gli ultimi, i più poveri di sé, i più dipendenti, insieme a tanti altre Stella Maris. Sapere che c’è un luogo dove si può essere accolti, comunque vada.

“Ci sono parole che lasciano senza parole. Non ammettono diritto di replica. Forse per la loro densità. Oppure per il loro carattere altamente evocativo: sono capaci di imporsi anche se pronunciate a mezza voce o semplicemente sussurrate. Perpetuo è un aggettivo che ha questo timbro. Un tono che apre una estensione infinita: un’apertura nella quale sembra comparire tutto l’universo: dall’alto e respirato a pieni polmoni. Perpetuo porta con sé la visione del volo sicuro e alto. Petomai, che in greco vuol dire volo (pteron è ala) e petere in latino vuol dire andare con sicurezza. I due termini sono legati in radice, ma anche nell’evocare una certezza e una fiducia. Evidentemente se perpetuo è legato a qualcosa di positivo, tuttavia un castigo perpetuo non è bello. Ma oggi chi usa più questa parola? È rimasta soltanto nella recita dell’eterno riposo: preghiera bellissima e dolcissima, con il suo richiamo alla luce perpetua. Per questo è di fatto sempre associata al positivo. Restiamo legati a questa e a tutte le parole nobili che la tradizione cristiana ha plasmato nella nostra anima. Bastano queste a mozzare perpetuamente il fiato ai denigratori e agli azzecca-garbugli”.

Padre Giuseppe Barzaghi

Vorrei depositare qui la parola perpetuo come appoggiassi un fiore. Perché è su quella soglia che rimane accesa e muta la candela fra la vita e la morte.

Aggiungo il fiore, i fiori della commozione.

“Se la commozione chiama commozione, questo vuol dire che solo la commozione spiega se stessa e si compiace di se stessa. La commozione celebra se stessa. Come la voce dell’eco. La voce originata non raggiunge nulla alla voce originante: ne è un semplice richiamo. È una ripetizione. Non è un qualcosa che si ritrovi nell’ordine dell’utilità. È di per sé inutile. E proprio per questo ha la fisionomia del puramente estetico. È come se l’aria stessa si desse il compito di celebrare chi l’attraversa. E lo portasse in volo il più lontano possibile. Così è anche il gioco del sentimento evocato dalla poesia. La commozione da cui essa nasce e nella quale si perpetua. Non basta intendere una preposizione vera, occorre sentirne la verità: essere capaci e disposti ad essere commossi (Leopardi). Discorso, questo, perfettamente analogo alla persuasione filosofica: occorre non solo intendere le frasi che il filosofo dice, ma provarne il senso. Altrimenti sono visioni vuote, cioè cieche. Incapaci della bellezza del momento ultimo quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre (Pascoli). Lì, il pianto, è rugiada di sereno”.

Padre Giuseppe Barzaghi

Dopo non c’è altro, una volta arrivati alla terra promessa della scrittura. Non c’è altro.

Francesca Serragnoli

Gruppo MAGOG