skip to Main Content

Concita è un po’ psicologa e un po’ Greta Thunberg. Sull’ultimo romanzo della De Gregorio, una raccolta di perle di saggezza buonista

“La storia che qui si narra ha origine nella realtà”. Concita De Gregorio decide di cominciare così il suo romanzo, In tempo di guerra (Einaudi, 2019) ed è come se volesse dirmi: «Quella che ti racconto è una storia vera, e se i fatti rappresentati ti apparissero troppo inverosimili, sei tu che sbagli, è il tuo occhio di lettore che è malato».

Quest’aria di supponenza farebbe uscire dai gangheri anche un bradipo, figuriamoci me, che ho pagato sedici euro e cinquanta per il libro di Concita, e per la stessa cifra avrei potuto comprare due confezioni di Nutella Biscuits. Vi giuro sulla testa di mio nonno pasticciere: la prossima volta porto i miei novanta chili in un supermercato, altro che librerie!

In quarta di copertina Concita scrive, apponendoci la firma, che la storia di Marco, il trentenne protagonista del romanzo, «tiene insieme la storia di una generazione smarrita e quella del Novecento: il secolo di cui tutti siamo figli». Un po’ come dire che a questo mondo esiste una sola grande storia che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano, e nel caso di Marco, passando da un bisnonno partigiano a un nonno comunista, arriva a due genitori ex terroristi diventati Testimoni di Geova. Insomma, Concita vorrebbe farmi credere che questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in Italia tra gente tranquilla che sparava, manifestava, organizzava riunioni sindacali, e ora che il sol dell’avvenire è tramontato, rompe i coglioni al popolo suonando ai campanelli alle sette del mattino con in mano una rivista che si chiama “Svegliatevi!”.

Idea affascinante, persino divertente, indebolita da un problema non da poco: io e Marco (e tutti gli altri me e gli altri Marco, con relative famiglie) abbiamo vissuto su mondi diversi e lontanissimi, o se vi piacciono le metafore che fanno vincere i premi letterari, siamo come quei numeri speciali, che i matematici chiamano primi gemelli: due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Io non ho avuto genitori brigatisti (sono nato ad Agrigento, la città con la più bassa concentrazione di brigatisti, durante gli anni di piombo). I miei nonni erano contadini e pensavano che quando c’era lui, il mascellone, in Italia si dormiva con le porte aperte. I miei compagni di liceo sono cresciuti a pane e film di Gloria Guida, e ancora oggi che siamo vecchiarelli, le sue docce ci fanno elettrizzare più delle profezie sulla fine del mondo.

L’impressione è che Concita abbia fatto un errore tipico di certe congreghe di scrittori che si frequentano da anni (stessa spiaggia, stesso mare, stessi ambienti di lavoro) e quasi senza accorgersene, si sono così profondamente compenetrati da considerare la propria esperienza come l’esperienza di tutti.

Immaginate due amanti stretti in un amplesso. Quanto conta il mondo attorno?  Immaginate ora che quell’amplesso duri qualche decennio o forse più. C’è ancora mondo attorno a loro? No. Ci sono corpi, carezze, baci, gemiti, sospiri. Ma il mondo esterno è tutto interno, non c’è più. Immaginate infine che gli amanti siano migliaia, un’orgia gigantesca di figli di genitori ex terroristi e nipoti di nonni partigiani e comunisti. Concita De Gregorio è lì con loro, scrive, e ciò non toglie che il suo romanzo possa essere un buon romanzo, ma vi avverto: a voi, o almeno a molti di voi, potenziali lettori, parrà che la storia di Marco non abbia origine nella realtà ma in un paesaggio che faticherete a scorgere, anche se i vostri occhi ci vedono benissimo.

La scrittura di Concita è compatta e uniforme, una scrittura «media», una scrittura «così così» che ci informa su cose che in quest’era digitale bisogna assolutamente sapere. Per esempio: quanti bambini sono stati chiamati Marco nell’anno in cui Marco è nato? Concita ve lo dice: 10861. E qui capiamo di trovarci di fronte a una scrittrice vera, una scrittrice che si documenta, anche se non ci dice dove si trovano certe informazioni. Negli archivi comunali? Nelle liste di censimento? Nei database del KGB?

Un’altra cosa favolosa che ho imparato leggendo In tempo di guerra è l’esistenza di un sito intitolato Cose notevoli che hanno fatto altri alla tua età, dove è possibile deprimersi scoprendo che Bill Gates ha fondato la Microsoft a vent’anni, Steve Jobs la Apple a ventuno, Walt Disney la Disney a ventidue. Ho letto poi che i testimoni di Geova fanno processi per ‘fornicazione’; I Need You di Nick Cave dura 5 minuti e 58 secondi; l’intro del concerto di Piazzolla a Central Park 6 minuti e 12 secondi.

La trama è un collage di avvenimenti raccontati indirettamente. Ci sono i pensieri di Marco, le pagine del diario che teneva da bambino (dove apprendiamo che gli alieni sono vegetariani, non bevono e non fumano), le lettere al nonno, le e-mail alla sorella e agli amici. Tutto questo intervallato dalle risposte di Concita, che lei chiama «le risposte che non ho» e sono un piacevole registro di ricordi personali, riflessioni politiche, musiche amate, personaggi che stima (uno su tutti l’ambientalista Alex Langer, morto suicida nel 1995).

Ovviamente, non mancano perle di saggezza buonista: «Che poi anche tutto questo parlare, non sarà sopravvalutato? Tutti parlano, dicono cosa si deve fare, e come, e quando. Tutti che ti spiegano in modo definitivo come stanno le cose. E ora bisogna combattere questo, e adesso condannare quello. E poi bisogna denunciare quest’altro, e mobilitarsi e vergogna, e partecipa, e firma, e alza la voce anche tu. Ma io non sono mica tanto sicuro, sai, di questi giudizi netti e inesorabili. Io a volte non lo so, come stanno le cose. Preferisco aspettare, capire meglio, studiare».

Frasi della serie ‘Siamo tutti un po’ psicologi’: «Quello che ti serve per diventare la persona che sei è sempre già dentro di te, da qualche parte nascosto».

Echi di Greta Thunberg: «Avete consumato tutte le speranze, come se fosse un banchetto solo vostro. Ve le siete mangiate, e poi siete tornati a casa a scrivere i vostri libri, a presiedere le vostre fondazioni, a coltivare viti pregiate e fare vini».

Parole che sembrano fatte apposta per essere pubblicate in un post su Facebook e raccogliere valanghe di like. E qui si svela un limite di Concita: la sofferenza, anche la più estrema, è sempre in qualche modo edulcorata, anestetizzata, detta piano, quasi con pudore. Avete presente quei video di gente che bisbiglia su YouTube? Cercateli, sono migliaia. Il fenomeno si chiama ASMR (acronimo di Autonomus Sensory Meridian Response) e consiste nel leggere un testo sussurrando al microfono e accompagnandosi con piccoli oggetti in grado di produrre suoni e sensazioni stimolanti: bottiglie da picchiettare con le unghie, involucri alimentari da accartocciare, liquidi da versare adagio, spazzole da passare lentamente sui capelli e – perché no? – pagine di romanzi da strappare.

Io credo che la scrittura di Concita De Gregorio, – che è l’esatto contrario di quella che Charles Bukowski sintetizzò così: «Tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo» – sia la migliore in assoluto da utilizzare in un video ASMR.

Calmante, molto dolce e in fondo innocua.

Francesco Consiglio

*

Ispirazioni:

Concita De Gregorio, In tempo di guerra, Einaudi 2019.

Adriano Celentano, Il ragazzo della via Gluck, 45 giri, 1966.

Roberto Vecchioni, Signor Giudice, dall’album: Robinson, come salvarsi la vita, 1979

Gloria Guida, Filmografia completa, 1974-1982

Jovanotti, Io penso positivo, dall’album: Lorenzo, 1994

Chiara ASMR, Il potere di un sussurro. La prima guida italiana all’ASMR, Mondadori Electa 2019

Charles Bukowski, Il capitano è fuori a pranzo, Feltrinelli 2000

 

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca