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Sul fantomatico Re di Araucania e Patagonia, che fondò un regno sul niente (e sul fallimento di Claudio Magris nel raccontarlo)

C’è una frase, anzi, il brandello di una frase, torsolo di legno sul fiume del narrare, che dice tutto, cioè nulla: “…affrontando inconvenienti e incidenti di vario genere, anche molto pesanti…”. Il lettore, usando il machete per sfrondare il gergo (molto pesanti), vorrebbe leggere qualcosa di questi “inconvenienti e incidenti”, ha la bava estetica alla bocca, gli si pianta l’eroe nel bicipite, invece nulla, gli sono negati, ma allora, se non si raccontano “inconvenienti e incidenti”, cosa cavolo si deve raccontare? Il racconto, in effetti, è come l’ombra in una foresta: credi sia una tigre, ma la chiazza felina si risolve in un gioco di foglie, uno spiffero.

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Rewind. Ascolto la radio, la luce ha nitidezza liquida, al posto di procedere, m’inabisso. Intervistano Claudio Magris, che parla, con invidiabile affabilità, del suo ultimo libro, s’intitola Croce del Sud, promette il racconto di “tre vite vere e improbabili”, stampa Mondadori. Di queste tre vite, una – la seconda in ordine narrativo – è dedicata al Re di Araucania e Patagonia, il fantomatico avvocato francese Orélie-Antoine de Tounens (1825-1878), autoproclamatosi “Orrlie-Antoine I”, sovrano di quella zolla di mondo tra Argentina e Cile, cruenta fetta patagonica all’incrocio delle regioni Bío-Bío, Araucanía e Los Lagos, con lenta approvazione dei Mapuche. La storia di Antoine de Tounens e del suo regno – rappresentato da bandiera a bande orizzontali blu, bianca e verde, attualmente retto dall’araldista Frédéric Luz, classe 1964, di Tolosa, dettosi Federico I – è straordinaria per eccesso di capriole e fallimenti. L’avvocato avventuriero, specie di Fitzcarraldo, ideò il suo regno il 17 novembre del 1860, con stendardo, inno nazionale, florilegio di ministri e moneta propria. Il frontespizio della sua autobiografia (Son avénement au trône et sa captivité au Chili), stampata a Parigi, dalla Librairie de Thevelin, nel 1863, lo mostra in foggia napoleonica – mano destra che affonda tra le falde della giacca – capelli e barbone cristico, occhi spiritati. Una caricatura pubblicata dieci anni dopo su una rivista francese lo sfotte mezzo nudo, barbone, anello al naso, corona di rami. Nel frattempo: era stato preso per pazzo, le autorità cilene volevano sbatterlo in manicomio, in Francia, nel 1871, squattrinato, cercò moglie – invano – e finanziatori per tornare da eroe nel suo reame. La rete brulica di documenti che risalgono a Orélie-Antoine, ammetto di aver pensato più volte a un romanzo sulla sua disastrosa storia, segno che l’immaginazione precede il fango della Storia, che la nobiltà è istituita dal ‘bel gesto’, che si può vivere per il gusto di porsi in diagonale, per desiderare lo sconfinato, una Arcadia impropria, un Olimpo dispari all’altro capo del mondo. Di Antoine, intendo, affascina il suo essere fuori tempo, fiero di una araldica astrale, assurda, infine.

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Non che abbia mai avuto la passione per Claudio Magris, scrittore cauto, mai criptico, che non è raffinato come Hugo von Hofmannsthal, incisivo come Elias Canetti, inquieto come V.S. Naipaul; sta sulla soglia, Magris, lavorando, forse, ne ha tutti gli onori – premi, incarichi politici, lauree come medaglie –, per il Nobel. Eppure, il suo primo romanzo, Illazioni su una sciabola, ambientato in Carnia, alla fine della Seconda guerra, è meraviglioso. L’immagine di Pëtr Nikolaevič Krasnov, ataman dei cosacchi, in Friuli, che sguaina la sciabola e “la puntava in diverse direzioni, come lo scettro di un re pastore o più semplicemente come un bastone”, che “indicava luoghi, segnava confini, tracciava ipotetiche manovre d’attacco e di difesa, fissava dei punti immaginari in quello spazio che intendeva trasformare in terra cosacca”, ha la nitidezza di un requiem, la bellezza delle battaglie degne di essere percorse perché si affacciano su consecutivi abissi. Il romanzo, turgido di eccitante (ma non compiaciuto) nichilismo, storico – “i cosacchi erano giunti in quell’angolo del mondo per costruirsi una casa e trovare riparo dall’indeterminatezza del nulla” – e teologico – “io credo che il male abbia essere e sostanza, che esso sia, che le tenebre non siano solo mancanza della luce, un niente, un inane vacuo, ma che abbiano consistenza e spessore e che agiscano” – racconta il tentativo di vincere il nulla con il sogno. Un tentativo vano, svagato – e per questo grave di stupore – in un mondo di tradimenti e di traditori.

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Abbagliato da quel libro lontano, riletto di recente, titolo superbo, scritto poco meno di quarant’anni fa, ho pensato che soltanto Magris potesse scrivere la storia del fatidico Orélie-Antoine. Ho avuto un abbaglio. Il racconto è poco più di un articolo di giornale, poco meno di una nota Wikipedia (quella in francese relativa al de Tounens ha il pregio di essere sintetica e informata), piena di incisi inutili, scritti male (“Le repressioni del popolo mapuche sarebbero salite agli onori della cronaca del mondo – sia pure per un istante, non più di un flash di agenzia – con la visita di papa Francesco I, nel 2018, a Temuco, capoluogo dell’Araucania”: salite agli onori della cronaca e flash di agenzia sono modi di dire, moti verbali, triti cliché che un grande scrittore non può usare; mai sentito, poi, nominare Bergoglio papa Francesco I, manco fosse un reale, il sito vaticano, semmai, lo dice Franciscus). Sparuti concetti, significativi ‘scatti’ da autentico scrittore (“Orélie è un eroe ottocentesco da melodramma, teatrale e caricaturale, incline al pathos e ai grandi gesti, sul confine tra il dramma e l’operetta”; “La denominazione Regno di Araucania e Patagonia dilata lo spazio del fantomatico Stato di Aurelio-Antoine I; quanto meno o soltanto lo spazio fantastico, perché la sua giurisdizione resta ancor più immaginaria, e non solo perché il re è in carcere, in manicomio o in esilio. L’unica realtà di quel regno è il re che non c’è”) non riescono a giustificare un ‘pezzo’ venuto monco, disadorno, il disegno preparatorio di un affresco, forse, una morgana nel deserto letterario.

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Piuttosto, Claudio Magris – onore a lui – indica, nel testo, un paio di autori, negletti sulle nostre coste, che hanno romanzato per davvero l’impresa di Orélie-Antoine. Di Jean Raspail, turbinoso scrittore morto qualche mese fa, e di Saint-Loup (altra storia degna di racconto: talentuoso, collaborazionista, condannato a morte in contumacia nel 1948, fuggito in Argentina, rientrato in Francia nel 1953, processato e graziato, autore di una sfilza di romanzi), tuttavia, stralunata incuria, Magris cita i romanzi in inglese: The White King of Patagonia e Me, Antoine de Tounens King of Patagonia. Perché?Mica il suo romanzo s’intitola “Southern Cross”.In realtà, i romanzi s’intitolano Le roi blanc des Patagons e Moi, Antoine de Tounens, roi de Patagonie: quest’ultimo libro, di Raspail, ha vinto il Grand prix du roman de l’Académie française. Li traduciamo?

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Gli altri racconti di Croce del Sud – “Gringo sloveno, criollo araucano”, che narra di Janez Benigar, antropologo, e “Suore e pinguini”, dedicato a Suor Angela Vallese – saranno migliori, sono pronto a scommetterci. Ma mi sono scoraggiato. Li ho piluccati, poi ho lasciato lì il libro, in una terra incognita, indefinita, tra il comodino e il bidone. Che altri si avventurino, allora, a raccontare la memorabile e rocambolesca vicenda del sovrano di Araucania e Patagonia, su un taccuino a forma di canoa, che fu re Lear redivivo e naufragò in un bicchier d’acqua, fedele a ogni miracolo della terra. (d.b.)

*In copertina: una immagine da “Rey”, il film di Niles Atallah del 2017 ispirato alla vita di Orélie-Antoine de Tounens

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