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Elogio del simbolo. Viaggio nel Dizionario di Juan Eduardo Cirlot

Solo a guardarlo, il libro, ronza intorno il verbo compulsare. Nel senso medievale del termine, chiarisce la Treccani: “esigere che sian prodotti in giudizio dei documenti”. E il Dizionario dei simboli di Juan Eduardo Cirlot, opera sontuosa pubblicata da Adelphi (trad. Maria Nicola) con premure anche più accentuate del solito, sottopone al giudizio dei lettori segni che attraggono come calamita. A partire dalla copertina, con l’ipnotico labirinto dell’abbazia di Saint-Bertin a Saint-Omer in Francia, il quale è moderno, poiché realizzato nel 1834, ma sfoggia intatta la magia extra-temporale del simbolo. Lo sfogli e ti sorride il sole, nell’incisione tratta dall’Utriusque cosmi historia del filosofo e alchimista Robert Fludd. Ci sono, tra gli altri, una rosa cinquecentesca che sarà rinvenuta tale e quale come frontespizio editoriale delle tortuose elucubrazioni dei Rosa-croce, e ancora un emblema del fuoco di origine tedesca tra le cui fiamme svetta un cuore che non può essere altri che quello di Gesù. E poi illustrazioni tratte dalle edizioni nobili di classici del genere, come una Tabula Smaragdina seicentesca, l’Hypnerotomachia poliphili di Francesco Colonna o la tavola combinatoria del Turris Babel di Athanasius Kircher stampata ad Amsterdam nel 1679. In quest’ultima, le lettere dell’alfabeto latino sono translitterate in caratteri ebraici, e quindi in antichi idiomi del medio oriente, in ossequio al genio del suo autore, filosofo e fine linguista.

Gli apparati e la bibliografia saranno preziosi appunto per chi compulserà il libro. Gli altri possono sfogliarlo per curiosità: l’indice alfabetico apre un infinito ventaglio di suggestioni, per cui il neofita può iniziare da quella che è una sorta di enciclopedia dello scibile simbolico, dalla a di abisso alla z di zolfo. Senza dubbio sulfureo questo testo lo è, almeno se si è avvezzi alla vulgata culturale dominante, in cui simboli, emblemi e allegorie sono considerati retaggi di menti poco illuminate, in breve primitive. Invece non ci sono né preistoria né futuro nell’ambito del simbolo, poiché esso è eterno, pertanto dimora oltre le convenzioni temporali e i gingilli della gente del secolo.

Eduardo Cirlot (1916-1973), spagnolo di Barcellona, eclettica figura di poeta, saggista, critico d’arte e compositore, a differenza di almeno uno dei suoi numi tutelari – René Guénon – è invece uomo del suo secolo. Scrive una monografia su Gaudí, è amico di André Breton, iniziatore carismatico del surrealismo, movimento a cui Cirlot aderisce e al quale dedica un libro: tutto lascerebbe supporre la filiazione alla voga surrealista di giocare con i simboli. A sorpresa invece si fa viandante dell’eterno: “L’errore dell’artista o del letterato simbolista sta appunto qui: voler fare dell’intera sfera del reale un flusso di impalpabili corrispondenze, un’ossessionante crocevia di analogie, senza capire che il simbolico si contrappone all’esistenziale”.

La dimensione onirica e quella esistenziale per Cirlot non sono al centro dell’universo, con buona pace di Freud e Jung, sebbene a quest’ultimo il Nostro riconosca grandi meriti, proprio come a Eric Fromm. L’eclettico viandante getta alle ortiche il contingente e si affaccia all’insondabile del bestiario medievale e dei templi indù, mostra l’umiltà dell’esoterista in erba sulla soglia di un universo di senso che si ripete immutabile dall’alba dei tempi in civiltà apparentemente agli antipodi, nella geografia terrestre e in quella dell’anima, a suggerire con i medesimi segni la trascendenza. Quindi dagli abissi delle notti di Parigi scende in quelli di Orfeo e ci restituisce, forse senza neanche averne contezza, il più completo e affascinante compendio emblematico del Novecento. Che è poi un ritorno alla concezione platonica del mondo, in cui la sfera del reale in cui dipaniamo i nostri giorni è il riflesso del scintillante mondo delle idee, e al solerte poeta appassionato di simboli non resta che raccoglierne le tracce sparse in forma di serpenti, labirinti, chimere. Per fortuna nostra e sua, perché è questo libro il suo capolavoro.

Claudia Gualdana

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