29 Marzo 2024

“Bisogna vegliare. Bisogna pregare”. Nel Getsemani di Charles Péguy

L’ora del Getsemani attende il poeta. Lui entra e sosta, con la propria miseria davanti all’indicibile che si eventua. Presso quel momento – scossa tellurica nella storia – di paura e consapevolezza, di carne e spirito, in cui il Dio fatto uomo vive fino in fondo la debolezza di tutti, compresa la sua, perché si compia il riscatto. Tutto, nella Creazione, ha lavorato verso questa direzione: il legno paziente e duro che servirà per la croce. Il rovo che cingerà la fronte del re più misconosciuto di tutti. E tutto ormai è pronto, i tradimenti, la solitudine che corteggia il nulla. Perfino una parola di esitazione, lacrima obliqua tra abbandono e certezza, ha il suo perché; tutto e il suo contrario collaborano misteriosamente alla imminente vittoria sulla morte.

Charles Péguy a colloquio con Clio, la musa della Storia, scende nei meandri di quella che qualcuno – Clio, beffarda, lo chiama “saggio” – ha frettolosamente liquidato come nevrastenia. Un “certo stato dovuto al superlavoro” scrive, ma non proprio una malattia, piuttosto una condizione, in cui il poeta contempla la propria nudità. Prende le misure della sua indigenza, spoglia delle menzogne che maldestramente, fino a quel momento, l’hanno vestita. E sì che di strada quell’indigenza ne ha fatta e ne fa sempre: procede barando sulla sicurezza del suo passo, mentre attraversa le miserie delle vie della città, dove ci si lascia andare anche ad “una certa volgarità, d’epidermide”, pur di trovare la forza – ma è solo durezza – per reggere gli urti della vita. E Clio dice a Péguy di aprire soltanto il vangelo secondo Matteo. Con ritmo quasi salmodiante, il poeta sgrana tutti i passaggi della Passione, la “procedura” la chiama; fatti che gravitano attorno ad un unico fuoco: i soldati, la prigione, i Romani, i Giudei, Caifa, Pilato. Le insegne del re deriso, il mantello scarlatto e la corona di spine; gli insulti, gli sputi, la flagellazione. E la via Crucis.

“Gesù cade la prima volta. Gesù cade la seconda volta. Gesù cade la terza volta. Fu la prima volta, amico mio, che si fece, che si percorse la via Crucis; e qualsiasi cosa sia stata fatta dopo, qualsiasi devozione sia stata inventata, qualsiasi devozione sia stata perfezionata, mi lasci dire, mi consenta di dirle, che quella fu ancora la migliore, non è vero? (…) E questo prova che la vostra teoria del progresso – dice Clio – nonostante tutto, deve ammettere alcuni limiti”.

Il fuoco, il midollo della procedura, è la tristezza di Cristo, questo abisso di misteri divini tra due tronconi di storia umana, direbbe Giovanni Papini. “Vegliate con me”, e invece dormono. Non una morte straordinaria, come chiunque si attenderebbe da un Dio, ma una morte comune, la morte di tutti, della carne, “anche Dio ha temuto la morte”. Clio dice che se il poeta, come tutti gli altri, non uscisse abbrutito da cattive abitudini catechistiche, lo sguardo di fronte alle scarne parole sulla tristezza di Cristo non sarebbe così anestetizzato, incapace di abbracciarne la portata. Péguy procede prosaicamente, certo, ma sempre costeggiando l’esattezza della parola, che può essere soltanto poetica. E raccoglie la confessione del Nazareno, erroneamente letta come un rimprovero rivolto agli apostoli:

“Vedete cosa è la nostra carne, e la nostra tentazione. Bisogna vegliare. Bisogna pregare. Non si può star mai tranquilli”.

Per il poeta, questo è il momento in cui Dio e l’uomo sono accanto carne a carne, fragilità a fragilità. Gesù, Dio, si confessa e proprio qui si annida il mistero dell’Incarnazione, in cui la morte temporale è la “staffilata”.

“La rottura carnale. La rottura dei tessuti, la rottura dei vasi, la rottura di tutti i cordoni della vita. L’effrazione di tutte le legature”.

Le conta il poeta, le volte in cui il principe dei profeti ha timore. Una, due; il Padre nostro diventa Padre mio. Allontana da me il calice, ma sia fatta la tua volontà. Una preghiera spezzata dalla notte; il singhiozzare della sintassi, aggiungiamo, di fronte allo straordinario e tremendo unirsi di zenith e nadir del tempo della creazione: fiat lux e fiat voluntas. Forse a Charles Péguy pare di vederli correre davanti agli occhi, i secoli, verso quel momento. Una nuova legge più dura di quella antica, sicché ciò che fu risparmiato ad Isacco, non è risparmiato a Cristo.

Tutta la creazione, per un attimo, si infrange sulla necessità del sacrificio e lì sta la soglia perché, scomodando Hölderlin, il fiume passa da un’aridità. L’umanissima esitazione – ecce homo – il tempo che egli si prese, dice Péguy, per vacillare nella sua stessa obbedienza.

Livia Di Vona

Gruppo MAGOG