28 Dicembre 2021

“È cannibalismo”. Charles Olson, Moby Dick & Ezra Pound

Fa un certo effetto leggere le didascalie di qualche tempo fa: con voracità indegna si passa dal regno all’oblio. “Charles Olson è oggi considerato uno dei maggiori poeti americani”, leggo nella nota biografica di Chiamatemi Ismaele, libro eccezionale perciò introvabile, pubblicato da Guanda nel ’72. Era morto due anni prima, Olson, a New York City, sfasciato da un cancro al fegato; nato due giorni dopo il Natale del 1910, il suo libro più importante, The Maximus Poems, uscì in forma definitiva postumo, nel 1983, in una edizione curata dall’Università di Berkeley. Una vasta porzione del testo, tuttavia, con il titolo Maximus: poesie, è stata tradotta da Silvano Sabbatini per ‘Lo Specchio’ Mondadori, proprio nel ’72. Olson era già noto nel nostro paese: nel 1967, per grazia di Elio Pagliarani, l’editore Rizzoli aveva stampato Le lontananze, “The Distances”, il primo grande libro in versi del poeta americano.

Charles Olson aveva mollato tutto per la poesia. Letteralmente. Nato a Worcester, Massachusetts, figlio di un postino, dimostrò genio precoce: tra l’altro, liceale, eccellente in arte oratoria, vinse un viaggio in Europa; comprendeva una gita al cospetto di William B. Yeats. Entrò ad Harvard nel ’36, si specializzò – intascando un paio di Guggenheim Fellowship – nell’opera di Melville. Il suo studio su Moby Dick, Call Me Ishmael, pionieristico, epocale, micidiale, trascende la forma saggistica, abbraccia l’angelo lirico, il carisma dell’inadempienza. Un capitolo del libro, The Book of the Law of the Blood, ha tratti memorabili:

“In Moby Dick il mare, la sua creatura, e l’uomo sono tutti selvaggi. La Balena è ‘assetata di sangue umano’. Achab ha ‘in mente ciò che sa di sangue’. Il mare ‘ per sempre fino alla fine dei secoli, fino al giorno del giudizio, oltraggerà e assassinerà l’uomo’. È cannibalismo. Persino Ismaele, l’orfano che sopravvive alla distruzione, grida: ‘Io stesso sono un selvaggio, e la mia sudditanza non è che per il Re dei Cannibali; e son pronto in qualsiasi momento a ribellarmi a lui’. Sono i fatti, per un primo popolo.

Melville voleva un dio. Lo spazio fu il Primo, prima del tempo, della terra, dell’uomo. Melville lo cercò: ‘Eternità polari’ dietro ‘il grigio caos di Saturno’. Cristo, uno Spirito Santo, Jahvè, non lo soddisfecero mai. Conobbe la pace con un dio primario. Il suo era il sogno di Daniele. Il Vecchio dei Tempi, con la veste candida come la neve, i capelli come lana pura. Lo spazio era il paradiso di cui Melville era l’esule. Quando egli fece la sua balena ne fece il suo dio… Quando Moby Dick viene visto per la prima volta, egli nuota come una collina di neve sul mare. Per Ismaele è il bianco toro di Giove che nuota verso Creta con la rapita Europa sulle corna; un primo, affascinante, maligno, bianco”.

Il libro su Melville dimostra l’intransigenza di Charles Olson verso le generiche strettoie dei ‘generi’. Nel suo manifesto poetico, Projective Verse – usato come bibbia per eresiarchi da una “generazione di poeti, influenzati dall’opera di Olson durante gli anni Cinquanta e Sessanta” – Olson reagisce alla prigionia grammaticale: “la logica impone la sua sintassi, ma essa deve essere infranta silenziosamente e con generosa perentorietà”. A suo dire, “la poesia è energia trasferita… dunque, in ogni suo punto, in ogni verso, deve essere una scarica di energia”.

Call Me Ishmael uscì nel 1947 – fu il sigillo di una conversione radicale. Charles Olson, in effetti, si apprestava a una brillante carriera politica. Aveva iniziato durante la guerra, cooptato nel reparto lingue straniere dell’Office of War Information. Preferiva i Democratici, lavorò, nel ’44, per l’ennesima elezione di Roosevelt; i meccanismi della censura interna cominciavano a irretirlo. Gli si prospettava un lavoro presso il dipartimento del Tesoro; la morte del Presidente e l’arresto di Ezra Pound lo convinsero a mollare la politica, estranea ai suoi estri. Olson fu tra i primi a far visita a Pound al St. Elizabeths, dal 4 gennaio del 1946 (il poeta era stato internato nel novembre del ’45) al 6 febbraio del 1948. In seguito, capitarono gli altri: seguaci, giornalisti, curiosi, iene, spie. Olson appuntò l’esito di quelle visite in un diario privato, che fu pubblicato dopo la sua morte, nel 1975, come Charles Olson and Ezra Pound: An Encounter at St. Elizabeths. Non voleva vantare – come hanno fatto molti – rapporti privilegiati con Pound. Quegli incontri tra impari, riassumono le contraddizioni di un’epoca: Olson è come se si guardasse allo specchio, per rovinarsi.

“Davanti a Pound mi trovo al cospetto del tragico bivio dei nostri giorni. Egli dimostra la nostra ambigua duplicità. Nel linguaggio e nella forma è rivoluzionario quanto Lenin; nelle riflessioni sociali, economiche, politiche, è reazionario quanto lo zar”;

“Fa le fusa ai compagni fascisti… Povero, povero Pound, nostro grande dono, autentico intellettuale, che marcisce, rinchiuso e maltrattato dall’Amministrazione. MERDA. E lui ci sguazza! Un delinquente come gli altri”.

Pound è il maestro autentico di Olson: egli lo imita, lo sfida, ne fa l’idolo da abbattere. “Non dovrei batterlo?… La sua forma non è tanto inevitabile da assorbire la tua? Lasciati accompagnare per un po’… Scrivi come i padri per diventare padre”. Da lì, l’ossessione per Moby Dick come modello – mentre Pound mira a Odissea, Divina Commedia, Confucio –, la telegrafica necessità di testimoniare la propria eversione poetica, i versi che oscillano tra arcaico e avvenire, l’annegare tra enigmi (“la parte più vasta, più tenebrosa, più profonda dell’uomo è oscura”). Fare della poesia materia di vespertino pensare. Da allora – dal ’48 in qua – Charles Olson si ritira al Black Mountain College, North Carolina, istituto d’alta ricerca, antiaccademico, interdisciplinare, libero e liberatorio, nato, in parte, sulla scia del Bauhaus. Fu l’eccentrico amministratore di quel luogo fuori classifica, Olson, finanziando le ricerche musicali di John Cage, quelle coreografiche di Merce Cunningham, quelle poetiche di Robert Creeley, Allen Ginsberg, Robert Duncan; tra gli artisti, dimorarono lì Robert Motherwell, Cy Twombly, Robert Rauschenberg. Quella furibonda vitalità terminò nel 1957; gli artisti dovevano tornare tra i ranghi, Olson si trasferì a Buffalo, conobbe Timothy Leary. Sapeva che il poeta trasvola tra più culture: Pound fece coincidere Pletone con gli annalisti cinesi; Olson prese a studiare la civiltà Maya e i l’epica sumera. Si diceva “archeologo del mattino”: “trascorro la maggior parte del tempo nello studio dei Sumeri e dei Maya, riportando le poesie e le iscrizioni che essi lasciarono”. La morte lo colse mentre stava indagando (o inventando) una lingua originaria, ipotetica, a capo degli idiomi indoeuropei e del cinese. Negli ultimi anni, un ammiratore gli mandava un assegno per campare con lirica dignità. In Italia, di Olson, ora, non trovate nulla; secondo William Carlos Williams è stato “poeta tra i più grandi, capace di perlustrare le profondità del mondo, del tempo”. Ma sappiamo quanto valgono le didascalie.

**

Maximus, a se stesso

1

Ho dovuto imparare le cose più semplici
infine. Rendono le cose difficili.
Ero impotente anche in mare, allungare la mano, attraversare
un ponte bagnato.
Il mare, infine, non era il mio lavoro.
Ma anche il lavoro mi ha estraniato
da ciò che mi è più familiare. Ci fu un ritardo
l’obliqua ambiguità dell’argomento umano
e questo posticipare
è ora la natura dell’
obbedire,
d’altronde, siamo tutti in ritardo
nel tempo ritardato,
e cresciamo in enormità
finché l’individuo
non diventa
ignoto

Potrebbe essere, benché la nitidezza (l’achiote)
che intuisco in altri,
ha molto più senso
della mia refrattaria distanza. Le agilità

mostrano ogni giorno
che l’impresario
del mondo
il fattore della natura
non ha senso – come me
che nulla so

Ho censito dialoghi,
ho discusso testi antichi,
ho gettato più luce che ho potuto, offerto
ogni piacere
che doceat concede

Ma il noto?
Tutto ciò che ci è dato
una vita, amore, e per l’uomo
il mondo.

Gettoni.
Ma seduto qui
Guardo come il vento
un uomo di mare, tento
ma ho perduto
ogni prova

Conosco i quarti
del tempo, da dove vengono
dove vanno. Ma le mie radici
le ho scambiate per un benvenuto
mi hanno rifiutato

E la mia arroganza
non è diminuita
né aumentata
nel parlare

 

2

Impresa annullata
parlo da stamattina
con il mare
che si dilata
dai miei piedi

*

Le canzoni di Maximus: CANZONE 1

immagini colorate
di tutto ciò che si mangia: luride
cartoline
E parole, parole, parole
ovunque
Non più occhi né orecchie
per fare ciò che sanno fare (tutto

invaso, invalidato, oltraggiato, tutti i sensi

compresa la mente che lavora su ciò che è
E il senso ulteriore
eletto per concedere la più misera, a noi miseri,
consolazione (unta
ipnotica

perfino sugli autobus

canzone

*

Le canzoni di Maximus: CANZONE 2

tutto
sbagliato
E mi chiedono – mi chiedo (anch’io velo
le domande in un guaito) dove
stiamo andando, e cosa possiamo fare
e quando potremmo cantare sui
mezzi pubblici?
come possiamo andarcene
attraversando la città
come fuggire da ogni cosa (i corpi
sepolti, tutti
in fosse basse?

Charles Olson

Gruppo MAGOG