24 Novembre 2023

“L’Uno io cerco, l’Unico desidero”. L’inno d’amore di Catherine Gascoigne, una donna contro tutti

La ‘chiamata’ di dama Catherine Gascoigne, diciamo così, fu terribile: accadde per l’ardore del vaiolo, ascesi protratta nel male. Nata nello Yorkshire, nel 1601, figlia di Sir John, barone di Barnbow and Parlington Hall, era bella, prelibata preda per un matrimonio d’alta grazia. Il morbo, lacerando la bellezza, precipitò la ragazza nell’oscurità dell’amore divino. Proveniva da una famiglia cattolica, fedele ai dettami della Chiesa di Roma, in un regno anglicano: il fratello più grande, Thomas, sarà accusato di aver partecipato al “Popish Plot”, fittizio complotto tramato dal papa ai danni di Carlo II Start.  

La vita di Catherine Gascoigne, dunque, si muove tra le ombre: il velo del male macula il suo corpo; la fede va celata entro la sindone di fatue convenienze, a evitare l’assalto degli ossessionati anglicani. Catherine scelse di seguire Gertrude More – solida, quadrata, grossa – per fondare una congregazione benedettina inglese in terra di Francia. La terra d’elezione fu Cambrai: il percorso religioso di Catherine pareva, agli occhi altrui, sequela inimitabile, micidiale sprofondamento in Lui. Fu lei, dunque, ad essere eletta, giovanissima, nel 1624, come badessa di Cambrai – la continua rielezione, per decenni, fino al 1673, ne dimostra la silente affidabilità, la coriacea tempra di chi sa resistere in solitudine. Furono anni complicati per quella giovane congregazione religiosa: dal 1633 i benedettini inglesi cominciarono a investigare le pratiche ascetiche adottate a Cambrai. Catherine si era fatta discepola del ‘metodo’ di padre Augustine Baker (1575-1641), mistico gallese che aveva studiato a Santa Giustina, Padova, e divulgava la via oscura promossa dall’ignoto autore della Nube della non conoscenza, di Taulero, di Suso. Le sue idee sono sintetizzate nella pubblicazione postuma di Sancta Sophia (1657), specie di manuale per la vita contemplativa: al posto di ‘attivarsi’, Baker proponeva l’inabissarsi in Dio, di cui nessuna proposizione può dire i propositi, la gloria – come l’azione caritatevole può diventare idolo, così può esserlo la notte, costellata di occhi.

Hugues Merle, Maria Maddalena, 1868

Il dibattito sfociò in scisma: nel 1653, trasferitesi a Parigi, un gruppo di consorelle si separarono dalla comunità di Cambrai. Nel 1655 i benedettini inglesi tentarono di censurare i modi adottati da Catherine Gascoigne: pressoché sola, difese la visione mistica – diciamo così, a semplificare i torbidi – contro il nuovo corso, ‘l’imperialismo’ della pratica imposta dai Gesuiti. Indomabile, Catherine morì nel 1676, a Cambrai, lasciando di sé impressione di impietosa beatitudine. Scrisse, per lo più, a difesa del suo maestro, padre Baker – nessuno poté opporsi alla sua ferrea logica nei perigli dei misteri divini. Il suo inno, Unum siti mihi totum, qui tradotto, è testamento di una vita abituata ad abbeverarsi del buio. La danza dell’Uno, l’Unico, toglie il fiato, costringe al moto instancabile, alligna ovunque, assale con l’impeto della pantera dalle molte lingue – di altro che non sia quell’oscurità si brama. Siamo nel territorio di una parola che sconfina e rientra in sé, che carezza l’indescrivibile. Le astrazioni non immalinconiscono in fatui giochi della mente: ogni cosa, qui, è carnale, fino all’urlo primo; la pratica pretende il supremo superamento di sé, a repentaglio. Catherine Gascoigne fa parte di quella santa orda di ragazze a Lui votate, che modellano il Verbo in alcova e inginocchiatoio.

Il manoscritto del testo qui tradotto è custodito presso la Stanbrook Abbey di Wass. Dettagliando la propria idea di preghiera, Catherine Gascoigne scrive:

“Mi rendo conto di non saper esprimere la mia preghiera: mi sembra che sia anelito e veemente desiderio dell’anima di resistere nella sete, alla presenza di Dio, tentando di intendere quale sia la Sua volontà e la Sua gioia, con purezza di intenzioni pari alla propria imperfezione. A volte l’anima si esercita secondo volontà, altre no, a misura della sua disposizione. Ora si umilia mille volte immillandosi nell’umiliazione, ora loda Dio e lo canta e lo adora, altre volte è confusa per la grande ingratitudine che la lacera, non osando, per così dire, apparire alla Presenza, né credendo di potersi elevare a Lui, per un amore che sa di aver molto offeso. Tuttavia, procedendo da interno movimento, continuog con fervore nel pregare e compiacere e lodare Dio, consapevole di non saperlo fare, ed è questo lo stigma del mio dolore. Non c’è altro che pazienza e rassegnazione in quegli istanti, finché a Lui non piaccia mostrarsi, a me mostrarmi. […] Cerco dunque di mantenermi nella massima tranquillità possibile, violandomi: mi attrae la preghiera che tende all’unità senza aderire ad alcuna creatura o immagine particolare, che cerca solo ciò che Nostro Signore ha detto necessario, che in sé contiene tutte le cose [qui attacca l’inno tradotto in calce, ndt]”.

Domenico Fetti, Rapimento di Maria Maddalena, 1617-21

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Di una cosa soltanto
ho bisogno: si chiama
Tutto ed è dappertutto.

L’Uno
io cerco
l’unico Uno
desidero:

radicato nell’Uno
è tutto – dall’Uno
tutto fluisce

lui è l’autentico Uno
che bramo: quando
lo avrò di tutto
sarò sazia

finché non bevo
di quella Primavera
la sete mi squassa:
nessun’altra cosa
può compiermi.

Che cosa sia questo Uno
dire non so – udire
non si può: nulla
posso spiegare –
il molto e il poco
non lo designano:

l’Uno non è in tutto
quell’Uno è sopra tutto
soprattutto sorpassa il tutto.

TU sei il mio DIO:
sei dentro di ME
a ME ti avvinghi.

Catherine Gascoigne

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