“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Si è attratti dal negativo della vita di Carlos Pezoa Véliz: un uomo, pare, che poteva tutto e tutto ha perduto.
In realtà, si chiamava Carlos Enrique Moyano Jaña. Nato a Santiago del Cile nel 1879, da un immigrato spagnolo e da una sarta, fu affidato alle cure di una coppia di anziani. Autodidatta, addestrato dalla fame, da un livido desiderio di rivalsa, fu presto ammansito dalla causa politica – a sinistra – in favore dei derelitti. Fu, in sostanza, giornalista, Carlos Pezoa Véliz: nei suoi articoli, una furia schietta, il barbaro verbo di chi crede di vivere tra ingiusti e giustiziati, sostituì i ghirigori retorici degli scrittori dell’epoca. Le sue cronache furono pubblicate su “La Voz del Pueblo”, il quotidiano di Valparaíso e su “La Comedia Humana”, il giornale di Viña del Mar. Spesso firmava con pseudonimo, restando, in sostanza, un paria tra i club delle patrie lettere. La poesia era il suo gergo congeniale: scabra, incattivita, a latrati, che sterzava dalla tradizione simbolista e dai reflui romantici. Ai vampiri e agli scorci lunari, Pezoa Véliz preferiva la carne viva, i cani randagi, la canicola e la polvere. I suoi lari erano Edgar Allan Poe – mediato dall’idolatria francese – e l’incommensurabile Rubén Darío: presto però Pezoa Véliz trovò una sua voce, pur rauca, con la bava.
Un articolo pubblicato sulla rivista letteraria “Altazor”, dal titolo perentorio – Fisonomía inconfundible– parla di Carlos Pezoa Véliz come del “primo poeta cileno in grado di realizzare una voce propria, dalla fisionomia inconfondibile”, eleggendolo, di fatto, a caposcuola della nuova poesia di laggiù, il padre scalzo, diseducato, di Pablo Neruda, Nicanor Parra, Gabriela Mistral. Primato, tra l’altro, che gli è riconosciuto anche da Roberto Bolaño, che a Pezoa Véliz ha dedicato una (brutta) poesia e parole dal fuoco borgesiano:
“Mi chiede della letteratura cilena? Probabilmente è l’incubo del più risentito e grigio e forse più codardo dei poeti cileni: Carlos Pezoa Véliz, morto all’inizio del XX secolo, autore di due sole poesie memorabili, ma – questo sì – veramente memorabili, e che continua a sognarci e a patire. È possibile che Pezoa Véliz non sia mai morto, magari sta agonizzando e il suo ultimo minuto è abbastanza lungo, no?, da contenerci tutti. O almeno da contenere tutti noi cileni”.
Le due “poesie memorabili” a cui accenna – con cervellotico cinismo – Bolaño s’intitolano Nada e Tarde en el hospital. Quest’ultima è stata scritta nelle corsie dell’Hospital Alemán di Valparaíso, dove il poeta trova soccorso in seguito al terribile terremoto dell’agosto del 1906, che rase al suolo parte della costa cilena. Desolazione, angoscia, il bisbiglio della pioggia, confinano il poeta in una solitudine priva di belve, di inquietante purezza. La prima poesia, Nada, narra la desolazione – o il sogno – di morire sconosciuti. Il reiterato ritmo – nada, nadie – è una cantilena funebre: l’ingresso nell’ignoto – il nada-Dio – passa per arcangeliche palate di terra, distribuite dal San Pietro becchino. Nessuno spiraglio di aldilà tempra l’ideogrammatica violenza di Pezoa Véliz.
Le due poesie-manifesto di Pezoa Véliz sono state tradotte in Italia da Pier Luigi Mariani per l’antologia Orfeo, costruita da Vincenzo Errante e stampata da Sansoni nel 1949. Per il resto, Pezoa Véliz resta lontano dai nostri interessi editoriali, troppo spesso di cortile, cortigiani.
La tragedia pare impressa a fuoco sul volto di questo poeta cileno, a suo modo rivoluzionario. Carlos Pezoa Véliz muore a 28 anni, il 21 aprile del 1908, per l’aggravarsi di un’appendicite. In vita, non riuscì a pubblicare alcun libro – la sua opera poetica sarà riscoperta e stampata negli anni successivi. “La stampa dell’epoca riferisce che alcuni amici hanno accompagnato il feretro del poeta; la cerimonia si svolse in silenzio: nessun discorso funebre, nessuna lettura di poesie”. Di volta in volta, lo hanno definito come el poeta triste o il candor de los pobres. Non possiamo non entrare in sintonia con il destino di Pezoa Véliz, sintetizzato con queste parole nella biografia composta dai redattori di Orfeo:
“Fedele solo a se stesso e al suo destino di poeta vagabondo e maledetto… è uno schietto poeta cileno, attaccato alla sua terra, fuori da ogni scuola. Dopo una vita miserabile, morì in una corsia d’ospedale. Le sue poesie uscirono tutte postume”.
Una strana asimmetria divarica l’opera fisiognomica di Carlos Pezoa Véliz. Nei rari ritratti pare cupo, chiuso in sé, più vecchio della sua età; nelle fotografie è intimidito e malinconico: un uomo ricco di grazia, capitato nel mondo sbagliato.
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Nulla
Oh, quel povero diavolo! Veniva sempre nella città dove vivevo. Era giovane, biondo, macilento, sudicio e trasandato, come fisso in lontani pensieri. Una mattina, d’inverno, lo trovarono riverso dentro un ruscello prossimo al mio orto alcuni cacciatori, che la strada, dietro i cani, cantando, percorrevano. Frugarono tutte le sue carte: non trovarono nulla. I magistrati ne chiesero alla guardia, e questa nulla, nulla seppe dire loro dell’estinto. Nulla il vicino Pérez, nulla Pinto, l’altro vicino. Una ragazza disse che era un pazzo, un vagabondo, un morto di fame. Ascoltando quei discorsi un giovinastro rise: “Sempliciotti!”. Una palata di terra gli lanciò il becchino: arrotolò un sigaro, calò il cappello sulla testa, e via. Dopo la palata, nessuno disse più nulla di lui. Nulla, nessuno. Nulla…
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Sera in ospedale
Nel cortile l’acqua cade monotona placida lieve il grigiore tutto invade; piove…
Desolata è la corsia io nel letto giaccio infermo: per fuggire la malinconia dormo…
Ma la pioggia ora fiotta presso di me, mi importuna, lieve, e trasalgo spaventato; piove…
Vinto allora dall’angoscia guardo fuori il mondo immenso mentre cade l’acqua uggiosa, penso.
Traduzioni di Pier Luigi Mariani
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Il cane randagio
Magro, sudicio, dal pelo irto lo rode un’ansia febbrile mentre scava nella spazzatura; benché sia giovane emana odore di tomba.
Infinito è il suo viaggio tra paesi, piazze, fiere: tutto attraversa come un’ombra carnale poema della miseria.
Vasta storia di comuni deliri giorni senza pane, notti senza ricovero. Nidi di tristezza si agglutinano nei suoi occhi vitrei, senza vita.
Il derelitto non ha altra visione oltre a ciò che vedono i suoi occhi azzurri: la stella della pietà balugina a tratti tra le pozzanghere.
Quando agguanta un osso miseria appare per le case: fugge tra lugubri ululati inseguito da filari di minacce.
Eccolo. Ha in sé qualcosa di abietto. Lo accerchia uno sciame di insetti: trascina la sua disgustosa figura intonando il triste canto della fame.
Verbo del dolore. Denuncia scagliata da tempo, inevasa. Quella belva è il pieno autunno nella primavera della vita.
Non ha altro che il suo male: nessuna carità gli è propizia. La schiena non ha mai sentito il tocco di una carezza.
Quando c’è festa, ruba un grumo di carne agli altri cani: irrompono proteste tra le bestie artigliate dal collare.
Nelle strade che valichi a passo lento cerca i tuoi occhi senza folgore: la tratta di un mendicante macilento a cui possa fare da guida.
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Egloga
Amo la cosa che mi assale e ciò che mi assopisce la luce che brilla, l’ombra notturna;
l’inno della bocca che tocca la fronte amata il rumore di seta delle foglie dopo il passaggio di una ragazza.
Amo il colpo d’ascia, in montagna, il canto della moglie, in camera;
Amo il crepitio della legna nella casa, mentre il contadino sogna esplosioni di spighe rosse, piaghe di pioggia che scavano la miniera del dolore;
Le ultime preghiere che si levano dalle lontane valli orchestrate dal campanaro.
Amo la malinconica elegia delle frasche nei viali alberati.
Amo la sera la muta stella la rima che arde la pallida luce che ne discende.
Amo ciò che fiorisce e ciò che si annida nell’immenso campo della vita;
il Dio che si rivela in un sussurro: lo amo perché è bello, perché è suo.