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“Perché la vita, l’esperienza vera della vita, era qualcosa di intangibile”. Elogio di Carlo Cassola, il Vermeer della letteratura italiana

«Liberiamo pure il proletariato, la donna, ecc. Ma non dimentichiamo che la felicità è una condizione dell’anima. Non si crea cambiando le basi pratiche del vivere. Un insensibile, un arido, un indifferente, sarà un infelice sempre, in qualsiasi società viva.»

In queste parole c’è tutto Carlo Cassola (1917-1987), scrittore di razza, molto amato dal pubblico e molto detestato dalla critica, o almeno da una certa critica. Un uomo che ha partecipato alle vicende del suo tempo, partigiano durante la guerra e attivo su temi come il disarmo negli ultimi anni, ma fermamente convinto che il significato più vero e profondo della vita sia qualcosa di segreto e inafferrabile, da ricercare nell’esistenza quotidiana, nei sentimenti e nell’animo umano più che nelle grandi vicende della Storia con la “esse” maiuscola. I suoi romanzi non fanno altro che raccontare i fremiti e i sussulti, a volte quasi impercettibili, del cuore. I protagonisti delle sue storie, anzi è più giusto dire le protagoniste perché Cassola ci ha lasciato un formidabile campionario di figure femminili, sono persone semplici che vivono un’esistenza grama, fatta di poche cose, e anche lo stile dell’autore è scarno, essenziale, come volesse adeguarsi a ciò che racconta. In queste vite fatte di niente ogni tanto ci sono piccoli sussulti, degli improvvisi squarci di luce nelle grigie esistenze di queste ragazze, in genere molto giovani. Sono segni appena percettibili all’esterno, ma che lasciano un segno indelebile in chi li vive; un nulla nel grande fluire della storia ma una traccia profonda e da seguire per chi è interessato a scavare nelle ragioni del cuore umano.

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Il romanzo più noto di Cassola è La ragazza di Bube pubblicato nel 1960. Vincitore del Premio Strega e portato anche sul grande schermo in un film di successo diretto da Luigi Comencini e con una giovane Claudia Cardinale, è un libro paradigmatico. Ambientato negli anni dell’immediato dopoguerra, per esplicita ammissione dell’autore trova i motivi più profondi e significativi nei tormenti della protagonista e del suo disperato amore più che nelle vicende legate alla Resistenza e alla politica che restano solo sullo sfondo. E per chi conosce un po’ il mondo culturale italiano, di allora ma ahimè anche di oggi, è facile immaginare che non furono pochi quelli che storsero il naso.

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Personalmente il libro di Cassola che amo di più è Un cuore arido, uscito nel 1961. Anna, la protagonista, passa per essere una ragazza insensibile, fredda, appunto un “cuore arido” come dice il titolo, mentre invece è solo un’introversa che vive a pieno i sentimenti e le passioni ma dentro di sé, senza esternarli. La trama la potremmo riassumere così: un amore, una provvisoria illusione, un distacco, un tradimento, un ritorno e alla fine la scelta della solitudine. Gli avvenimenti sono pochi. A un certo punto Anna dice: «I fatti non hanno importanza né significato». 

All’inizio anche per il lettore Anna può sembrare quasi respingente, ma pagina dopo pagina si intuisce che nasconde qualcosa di segreto. Nel romanzo sono molto belle e vivide anche le descrizioni degli ambienti, dalla campagna toscana e certi interni contadini e operai, resi dalla penna di Cassola quasi come dal pennello di un Vermeer. Tutto il romanzo è attraversato dalla banalità quotidiana, quella che conosciamo anche noi ogni giorno, quel nulla e quell’insignificante che in realtà sono la vita vera, almeno per chi sa coglierla, come appunto Anna: «Niente, niente avrebbe potuto sconvolgere la sua vita perché la vita, l’esperienza vera della vita, era qualcosa di intangibile. Niente poteva intaccarla: e i fatti, quei fatti di cui si parla tanto, erano in realtà senza importanza, senza significato».

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Come detto, Carlo Cassola fu oggetto di critiche feroci che senza dubbio lo hanno ferito, ma non hanno scalfito il rigore della sua ricerca narrativa. Negli anni Sessanta la cosiddetta “avanguardia” arrivò a definirlo “la nuova Liala”, accusandolo di produrre una letteratura sentimentale, facile e di consumo. La realtà è che tutti questi rivoluzionari di carta, cantori dell’impegno, del sociale, dello sperimentalismo e di un sacco di altri “ismi” erano, e sono, sordi perché insensibili alle voci dell’anima, ciechi perché accecati dal fanatismo e dall’ideologia, e muti perché del tutto incapaci di esprimere le emozioni che un vero scrittore come Carlo Cassola ancora oggi ci regala attraverso i suoi libri.

Silvano Calzini

*In copertina: Claudia Cardinale, protagonista de “La ragazza di Bube”, il film di Luigi Comencini del 1963 (la fotografia è tratta da qui)

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