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“Le mie passioni e le mie forze mi hanno reso uno straniero”. Tre traduzioni e cinque sonetti per lord George Byron, morto in Grecia, per la Grecia, il 19 aprile 1824

“Eppure viviamo attimi d’eternità, quand’è l’incontro”, scrive George Byron nei suoi diari editi da Adelphi nel 2018, traduzione a cura di Ottavio Fatica con un meraviglioso titolo (davvero uno dei più splendidi – di tutta la storia della letteratura), Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno.

E in effetti è proprio l’incontro con quelle pagine a provocare lampi d’eternità, di fronte alle complesse vicende della vita del Lord “stratega” che contribuì alla nascita della Grecia (liberandola dagli invasori turchi – e per questo sempre sia lodato), grande poeta, dandy, libertino e viaggiatore.

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A proposito, in questo anno 2021 tutto in sordina per via della pandemia, il 25 marzo si è celebrato il bicentenario della nazione greca, infine indipendente nel 1821 dopo quattro secoli d’atroce occupazione da parte turca. La data, che per il cristianesimo è l’Annunciazione alla Vergine, non è tuttavia quello della liberazione dagli invasori musulmani.

Essa corrisponde infatti non solo, significativamente, a tale ricorrenza religiosa, ma anche al giorno in cui fu dichiarata la guerra al nemico, conflitto che durerà più di dieci anni, fino alla firma del Trattato di Adrianopoli. E va pure ricordato che nei primi cinque anni d’indipendenza greca, la capitale fu Nafplio, o Nauplio, o Nauplia, nel Peloponneso.

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Da quei lampeggianti attimi sono scaturite la traduzione di tre poesie dedicate ad altrettante fanciulle e a una serie di cinque sonetti che interrogano la memoria, i luoghi, gli amori, il destino di una vita la cui filosofia è ben riassunta in un libro di Gabriel Matneff, La diététique de lord Byron.

Accanto alle traduzioni, del 2020, i versi scritti tra il 19 – giusto il giorno della morte di Byron a Mesologhi – e il 26 aprile del 2019, avranno se non altro l’umile merito di tenere viva una forma frequentata da tanti autori italofoni, anglofoni, francofoni, e di fare un modesto omaggio al poeta.

Marco Settimini

(Beninteso: non c’è modo alcuno di superare come possibile epitaffio i quattro versi del suo Manfred: “La loro sete d’ambizione non è stata la mia, / L’obiettivo della loro esistenza non è stata il mio; / Le mie gioie, le mie pene, le mie passioni e le mie forze, / Mi hanno reso uno straniero…”)

Byron come archistrategos

Sonetto a Ginevra

Lunghe chiome e l’azzurra tenerezza

D’occhi e l’esangue lustro contemplato

Dei tuoi tratti – di solito pacato –

Par rapito in dolente morbidezza.

Le parole ti han recato tristezza

Ma il petto tuo benedetto scavato

So d’intento schietto e immacolato –

E ti credo a cure terrene avvezza.

Tale aspetto – nel mescolìo di tinte –

Guido, quando ne tratteggiò il contorno,

(Ma tu di che pentirti non hai niente)

Diede alla Maddalena nel suo giorno –

E così tu – ma quanto più eccellente!

Rimorso non c’è. Né Virtù ha scorno.

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“Come la notte nella bellezza cammina…”

Come la notte, nella bellezza cammina,

La notte stellata nel più limpido clima;

Il meglio d’ogni tinta chiara e d’ogni scura,

S’incontra nei suoi occhi e nella sua figura;

In quella soffice luce è così distesa,

Quella che il cielo nega alla giornata accesa.

Un’ombra di troppo o un raggio in meno di luce,

Rovinato avrebbe la sua grazia soave

Che saluta l’onda delle corvine trecce,

O che soffice il suo viso va a illuminare,

Là ove esprime i suoi pensieri, serena e dolce,

In così pure dimore, e così care.

E su quelle sue guance, su quella sua fronte,

Il lustro incarnato e il suo vincente sorriso

Così tenero e calmo, eppure eloquente,

Dicon dei giorni cortesi che abbiam ben speso,

Di una mente in pace e di un cuore che è innocente,

Tutto il resto infimo, rimosso, irriso.

*

“Fanciulla di Atene, ci dobbiam separare…”

Fanciulla di Atene, ci dobbiam separare

Ridammi, ti prego, oh, ridammi il mio cuore!

Oppure, visto che ormai ha lasciato il mio corpo,

Tienilo e il resto prenditi pure!

Senti il mio dolore ora che parto,

Zoë mou, sas agapò.

Per quelle tue trecce liberate

Da tutti i venti egei corteggiate;

Per quelle tue palpebre frangiate di nero,

Bacio le tue soffici e accese guance in fiore;

Per gli occhi selvatici come il capriolo,

Zoë mou, sas agapò. /// Zoi mou, s’agapò.

Per quel labbro che vorrei assaggiare

E i tuoi fianchi che vorrei serrare;

Per tutti i fiori colti e ciò che esprime un fiore,

Che le parole non sanno dir così bene;

Per l’amore che alterna la gioia e il dolore,

Zoë mou, sas agapò. /// Zoi mou, s’agapò.

Fanciulla di Atene! Sono partito ormai:

Pensami oh dolce, ora che sola sarai!

E anche se a Costantinopoli devo andare,

Atene ha la mia anima e il mio cuore;

Potrò mai smetter di amarti? No!

Zoë mou, sas agapò. /// Zoi mou, s’agapò.

Byron sul letto di morte secondo Odeavaere, 1826

Sulla fanciulla d’Àbido (di M.S.)

D’efferatezze e di carneficine

Simbolo planetario è il Colosseo.

Delle saggezze, seppure in rovine,

Epitome è al contrario il Tempio egeo.

“Gelosia” per Carolus Cergoly

È la prima parola in italiano.

Com’è diverso qui imparar, tra voi,

Invece amare: Σ’αγαπώ! — “Ti amo!”

Onde e insenature, isole e vento,

Gambe e labbra scure che Dio plasmò,

E della città ugual portamento.

Fanciulla mia d’Atene, ti dirò,

— Mi scorre nelle vene — ciò che sento,

Nel greco tuo: Ζωή μου σας αγαπώ!

*

Sulla fanciulla d’Atene

Dalla realtà all’immaginazione

I suoi pensieri dirà aver stornato,

E dalle storie, voci e indignazione,

Alle vivide memorie passato

Dal suo rimpianto, con colori e luce

Fusa col buio, in un cupo alvo

Sposa d’Àbido, perduto e fugace

Amore ellenico che mise in salvo.

La turca legge puniva il buon bacco,

E l’adultera annegava in un sacco —

Per aver levato il suo triste velo.

Poco m’importa se cronaca o mito,

Traccia su carta o in terra col dito —

“Chi è senza peccato…”, dice il Vangelo.

*

La Speranza nel futuro

A Ravenna, il diciotto di gennaio

Del tuo milleottocentoventuno,

Con la penna e il sedotto calamaio,

T’interrogasti come deve ognuno:

Memoranda: “Che cos’è la poesia?”

Tua agenda di tormentato scrittore:

Senso di passato e futuro, sia

Esso bramato o insicuro, dolore

O piacere, avido “addirittura”

Di gioie e lussi dei quali t’intendi,

Somma Speranza o strali di paura,

Tutto però con leggiadria di dandy.

Profeta è ciò che fu: gaudio e sventura

Che nella vita e nei tuoi diari effendi.

Giaour combatte Hassan secondo Delacroix, 1826

Sulle memorie d’amore

Curioso è come poco a svanire

Basti a ciò che si ha di più costante

Agli occhi! Cinque anni posson tradire

Ricordi che si rischiaran d’istante;

Sforzo non è però immaginazione

Nell’evocar modi di dire e fare

Degli amici? Con solo un’eccezione

Nel gentil sesso che ci fa dannare;

Le donne, come puoi dimenticarle?

Lustro non è tempo in loro ma luce:

Come delle ere straordinarie.

Come la peste o la guerra più truce!

Sue predilette l’uomo riesce a farle:

Sian funeste o care, a sé le adduce.

NdA: Una versione in versi di alcune righe dei diari di Byron.

*

In una camera a Parigi

Mezzanotte — Ho iniziato una missiva

Che ho poi gettato nel fuoco a bruciare,

E ho letto — ma l’attenzione fluiva

E sigari in serie son qui a fumare.

Senz’esser Lord ho visto, nel mio viaggio

Il tuo “glorioso Eden” ch’è un’inezia

(Kitch) ben lungi dalla grazia di Viareggio

Missolungi Ravenna Este Venezia.

D’Atene greca sei infine un pilastro:

Scorribande consegnate all’eterno —

Bel titolo: Un vaso d’alabastro

(Diari) illuminato dall’interno:

Caro Byron, in terra fosti un astro —

Ma sei in paradiso ora o all’inferno?

NdA: Su quindici giorni a Parigi, nel mese di aprile del 2018. La prima quartina è la riscrittura di quattro righe dal diario del giorno 18 febbraio 1814 in quel di Londra. Il “glorioso Eden” si riferisce a Sintra, in Portogallo, borgo contraddistinto da un orrendo stile massonico. E lord Byron aveva notoriamente vestito il grembiulino. Ma mentre la cosiddetta unità italiana è esito di moti e gruppi anticlericali legati alla massoneria, sicché la nazione è stata fondata contro la Chiesa con episodi quali la Breccia di Porta Pia e la conseguente separazione dei poteri, l’unità in Grecia ha portato alla fondazione della locale Chiesa ortodossa. È altrettanto noto che “le vie del Signore sono infinite”. Se così non è stato in Italia, almeno lo è stato in Grecia.

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