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“Siamo i giullari del tempo e del terrore” urla il Manfred di Byron, “mago tormentato che vaga” portato in scena da Carmelo Bene

Intuizione o effettiva lettura dell’epistolario (Marchand pubblica le lettere tra il ’73 e l’82), con la piéce tratta dal Manfred di Byron Carmelo Bene – era il 1978 – sembra far centro: musica di Schumann, sempre ispirata all’opera byroniana, e voce sola. Bandita ogni scenografia (a dire il vero, prima di lui nel ’66 ci si era misurato Enrico Maria Salerno, direttore un giovane Abbado – che 40 anni dopo circa inciderà con i Berliner).

In una lettera a Lizst, Schubert scrive che il suo è una sorta di “poema drammatico con musica”. In sintonia, dunque, con intenzioni e scopi byroniani. Così Carmelo Bene che da virtuoso, trasformista della voce sostiene tutti i ruoli: il suono – vocale – posto al centro, protagonista assoluto del “poema drammatico”.

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Il 15 febbraio 1817 Byron scrive al suo editore John Murray di aver completato il “dramma” o “pezzo di fantasia” in tre atti iniziato nell’estate 1816 – durante il soggiorno con gli Shelley in Svizzera – solo per aggiungere, con twist stravagante, di essere riuscito a renderlo “del tutto irrappresentabile”:

Dimenticavo di dirvi che una specie di poema in forma di dialogo (versi sciolti) o dramma […] iniziato l’estate scorsa in Svizzera è finito – […] molto selvaggio e metafisico e irrazionale. – Quasi tutti i personaggi […] sono spiriti della terra & dell’aria o delle acque – la scena nelle Alpi – l’eroe un mago tormentato che vaga invocando quegli spiriti […] non ho una gran opinione di questo pezzo di fantasia – ma almeno l’ho reso del tutto impossibile per la scena.

È la prima notizia dell’“opera metafisica”: da Venezia, en passant tra relazioni amorose, balli di Carnevale, incontri e vita sfarzosa.

All’amico Thomas Moore, il 27 marzo precisa: “Ho scritto una sorta di folle dramma per il gusto d’inserire nella descrizione lo scenario delle Alpi, e l’ho appena inviato a Murray. Quasi tutte le dram. pers. sono spiriti, spettri o maghi, e la scena è sulle Alpi e all’altro mondo”.

A parte il disgusto per il teatro derivato da una lunga collaborazione con il Drury Lane, il poeta in effetti sembra non volere che Manfred possa essere rappresentato: ma perché mai rendere un’opera teatrale “del tutto impossibile per la scena”?

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Byron – anzi “B” come si firma quasi sempre – ha motivi intimi e sociali, segretezze più o meno recondite: Manfred il mago e la sua amata perduta Astarte sono, in effetti, quasi l’alter ego suo e della sorellastra Augusta – o comunque immagini riflesse e ricordate in lucentezza di specchio. Una relazione che gli è già costata molta sofferenza, in parte anche l’isolamento volontario in Italia.

E forse lui ha iniziato a scrivere della loro separazione mentre si sentiva come il suo mago, ombra tra le ombre “all’altro mondo”, uno dei tanti “spiriti e spettri” che popolavano la sua solitudine: esilio e lontananza – probabilmente irrevocabile – da Augusta.

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Manfred è “poema metafisico” e incantesimo, perché il mago stritola tra i denti l’eterno in cui si muove da anima sopravvissuta. Rimasto solo senza Astarte, arrota il ‘mai più’, never more sulla cima delle montagne, i riflessi dei ghiacciai, alla luna gonfia sulla neve.

La tremenda sete di sapere l’ha portato al dominio degli spiriti: “… io abituai / I miei occhi all’Eternità” (II 2). Come Prospero – e il tono del “dramma” è indubitabilmente shakespeariano – Manfred sa evocare gli spiriti, vive tra loro, vuole parlare con loro. Ma una maledizione sembra all’origine dei suoi poteri d’incantatore degli elementi:

un tiranno-incantesimo,

Nato su una stella condannata, 

Relitto in fiamme d’un mondo distrutto, 

Inferno vagante nello spazio eterno (I 1)

Confessa “la grande maledizione che pesa sul mio animo” (I 1). Ma persino la conoscenza assoluta è nulla, se il dolore per la perdita della compagna è inguaribile: “La mia anima è già bruciata” (II 1).

Allo Spirito dell’incantesimo che gli dice: “Non il sonno, non la morte, / Saranno nel tuo destino; / Anche se al tuo desiderio sembrerà sempre vicina / La morte, come un’ossessione” (I 1), risponde: “C’è un potere sopra di me che mi trattiene, / E fa del vivere la mia condanna” (I, 2). Più di ogni altra cosa, implora di dimenticare, implora “l’oblio (…) di quanto è dentro di me” (I 1).

Costretto a vivere contro la propria volontà, Manfred invoca, e invano, follia e morte: “La gelida mano di un demone spietato mi ha trattenuto” e “come la marea, risospinto / Dentro l’abisso del mio pensiero sconfinato”. (II 2)

Si sente, senza Astarte, “fuori del cielo, / Dove tu non sei – e io non sarò mai” (II 1). Dentro una vita di punizione, male che conia giorni e notti “tutti uguali, come sabbia sulla spiaggia, / Atomi innumerevoli” (II 1), perché tutto ha cambiato la scomparsa di lei: “vivo nella mia disperazione – / E vivo – vivo per sempre” (II 2).

Non più orizzonte, sconosciuto ma infinito, l’eternità, un terrificante “sempre” risuona di continuo in questi versi come una minaccia.

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Il ritratto del Wanderer dalla mente oscura, “dai molti pensieri / E gli atti buoni e malvagi, estremo in entrambi” (II 2) è in parte costruzione di un personaggio e in parte autoritratto – di chi continua a sopportare “ciò che altri non potrebbero nemmeno tollerare in sogno” (II 1).

In Svizzera, una sfida tra gli amici per vedere chi sarebbe riuscito a raccontare la miglior storia di fantasmi aveva fatto nascere Frankenstein, Shelley più tardi avrebbe scritto Prometheus Unbound, Byron stendeva solo l’abbozzo di Manfred, il diario di una lontananza.

È soprattutto nel primo periodo fuori dall’Inghilterra che il poeta vive sospeso a metà tra ‘realtà’ e ‘magia’, tra la necessità di salvarsi e quella, forse anche più tenace, di sottrarsi a parametri umani. Entrare in un’altra dimensione – sovrumana, surreale, incorporea – e non farsi sfuggire l’ultimo lembo di ricordo, l’ultima vibrazione di voce di lei. L’“eco del suono di un lira muta”, dirà in Childe Harold (IV, 137).

L’ambivalenza, l’“essenza mista” di Manfred, il mistero di una “qualche colpa terribile”, il tema di dannazione ed esilio affascinavano l’epoca: 

Per metà polvere, per metà dei, ugualmente incapaci

Di sprofondare o di librarci in volo, d’essenza mista siamo

Un conflitto dei suoi elementi, e respiriamo

Il respiro di degradazione e orgoglio,

In lotta tra istinti bassi e volontà nobile (I 2)

E oltre l’epoca arrivavano a toccare il ‘900 di Auden, che considerava Byron parte della sua “grande famiglia” quanto le stelle. Ecco la chiusa di 1 settembre 1939 vibrata sulla stessa nota, la composita natura umana che si amplia quasi a definizione dell’uomo:

… composto come loro

Di Eros e polvere

Ingannato dalla stessa

Negazione e disperazione…

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Per tornare al grande Lord, il suo mago è solo e dannato come lui, o come lui si sente:

Io sdegnai di mischiarmi a un gregge,

Anche per esserne il capo – e persino di un branco di lupi.

Il leone è solo, e solo sono io (III 1)

Il gioco di sovrapposizione tra sé e i suoi personaggi è per Byron una strada in pieno sole: gioco spesso praticato per lasciar intuire, adesso gli serve al contrario per nascondere. E come un bambino che canta per farsi coraggio nel buio, lui cerca di eludere la sofferenza lontano da Augusta parlando di lei e non parlandone, facendola scivolare nel personaggio di Astarte, scarnificando la donna, accogliendo un “fantasma” che tuttavia gli nega la propria voce.

Intanto i giorni fluiscono via identici, “odiato giogo” che inchioda la vita in dolore, – “Noi siamo i giullari del tempo e del terrore” (II 2) senza passato, senza futuro.

Da sempre, il mago ha consapevolezza di una diversità, “mai in armonia con gli uomini”, angelo caduto affine alla forza della natura:

La mia gioia era nei luoghi solitari, – era respirare

L’aria dura d’una cima ghiacciata di montagna,

Dove gli uccelli non osano costruire (II 2)

Nel precipizio di solitudine assoluta e senza scampo, la comunione con la natura gli è viatico di conoscenza. “Cavalcare il vento” è apprendere a parlare un’altra lingua, non più terrestre ma trafittura dell’eterno:

Le stelle sono apparse, la luna domina le cime

Dei monti scintillanti di neve. – Meraviglioso!

Io indugio ancora con la Natura, poiché il volto

Della Notte è stato per me più familiare

Di quello dell’uomo; e nella sua ombra stellata

Di bellezza profonda e solitaria,

Ho appreso il linguaggio di un altro mondo. (III 4)

Queste polle di pace (e pacificazione) tornano in Byron sempre associate al culto della natura, anche nelle sue manifestazioni più violente – sole a picco, veemenza di tempeste, picchi scoscesi di rocce a strapiombo. Veementi, non controllabili, pure rasserenano mente e cuore.

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Folle, concitata, sovrabbondante, la sua vita a Venezia è un tourbillon d’incontri, amori sfrenati, sfide e provocazioni, scintillio di vita sociale, dispute legali con l’ex moglie, contrasti più o meno aperti con l’editore. Ci sono plaghe di distensione nell’epistolario, come un’onda che batte contro la riva e poi si quieta, in cui l’uomo emerge con volto segnato, alla luce della candela che gli illumina il foglio e un dolore che continua a mordere – quando scrive ad Augusta, con nostalgia infinita: “Non hai idea della totale disperazione in cui vivo dal momento in cui ti ho lasciata…[…]. Quando mi scriverai, parlami un poco di te…”.  

L’impossibilità a morire, “essere un mortale / E cercare cosa sta oltre la mortalità” (II 4), è il personaggio di Nemesi, il tormento di non riuscire più a vedere l’amata e nell’opera sentiamo la sua voce autentica:

Nel vento c’è una voce

Che ti vieterà ogni gioia.

E la notte a te negherà

La quiete immensa del suo cielo (I 1).

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Prima di Auden, Emily Brontë aveva letto Byron con passione. La ragazza conosceva l’opera byroniana quasi a memoria, contro l’uso contemporaneo per cui la lettura non era considerata “adatta” alle signorine. Ma, lo sappiamo, i Brontë non erano una famiglia normale, Emily meno di tutti loro.

Con Wuthering Heights scrive una storia di spettri, apparizioni incessanti e attese ricorrenti di fantasmi che si chiamano l’un l’altro di là dallo spazio e dal tempo, attraversano i decenni, frantumano ogni coordinata razionale per rivelarsi in una voce nel vento, mostrarsi in un ciuffo d’erica investita di sole sulla brughiera.

Nella grande scena notturna dell’incantesimo sulle Alpi, Manfred invoca l’amata di tornare a lui, di sottrarlo a quell’eternità ustionante senza di lei. Heathcliff, che sopravvive a Catherine lungo 18 anni di tormenti, scavata la sua tomba confida a Nelly:

ho rivisto il suo viso – è ancora il suo […], riuscivo quasi vederla, e pure non riuscivo! Devo aver sudato sangue, in quel momento, per l’angoscia del mio desiderio, il fervore con cui la supplicavo di poterla scorgere anche solo un secondo! (XXIX).

Dopo la morte di Catherine la sua vita è una martellante sequenza di ripetuta angoscia che gli lascia intravedere la donna amata, il suo fantasma alla finestra, sua figlia, lui stesso che di Catherine è quasi un’estensione:

… c’è forse qualcosa qui che non sia legato a lei? Non riesco nemmeno a chinare gli occhi senza vedere il suo viso nelle pietre del pavimento! In ogni nuvola, in ogni albero lei riempie l’aria della notte e si fa percepire a sprazzi in ogni oggetto di giorno, ovunque io sono circondato dalla sua immagine! Le facce più insignificanti di uomini e donne – anche i miei tratti – mi deridono assumendo l’aspetto del suo viso! Il mondo intero è una terribile raccolta di testimonianze che lei è esistita, e io l’ho perduta! (XXXIII)

Eppure Catherine, dopo morta, gli resta celata. Dentro di lui e lontana.

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Manfred supplica il fantasma di Astarte di mostrarsi ancora, fosse anche una volta sola:

Ascoltami, ascoltami –

Astarte! mia amata! parlami:

Ho sofferto tanto – soffro tanto –

Guardami! la tomba non t’ha cambiata più

Di quanto io sia cambiato per te. Tu mi amavi

Troppo, come ti amavo io: noi non fummo creati

Per torturarci così l’un l’altro (II 4)

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Nel loro ultimo colloquio, che ne precede di poco la morte, Heathcliff denuncia la colpa originaria di Catherine, la rottura del loro patto, l’aver dimenticato la loro unione umana, misura sacra dell’universo infantile e privato:

Tu mi amavi – che diritto avevi, allora, di lasciarmi? Che diritto – rispondimi – per il misero capriccio che avevi per Linton? Perché né dolore, degradazione o morte, nulla di tutto quel che Dio e Satana potevano infliggerci, ci avrebbero separato… (XV).

Vivere separato da Catherine/Astarte/Augusta, è sopportare un incubo di dannazione “vivere con l’anima nella tomba” di Heathcliff (XV), “con l’anima bruciata” di Manfred attesa della morte e impossibilità di “trovar riposo”.

Supplica di un “unico” desiderio che è rivederla, anche da morta per Heathcliff:

perseguitami, allora! Le vittime perseguitano i loro assassini. Credo so di fantasmi che hanno errato sulla terra. Sii sempre con me prendi qualunque forma rendimi pazzo! Ma non lasciarmi in quest’abisso, dove non riesco a trovarti! (XVI).

Liberarsi di tutto ciò che ha  “cospirato / Per legarmi all’esistenza” per Manfred:

vorrei ascoltare ancora una volta, prima di morire,

La voce che fu la mia musica. Parlami!

Perché ti ho chiamata nella notte immobile,

Spaventando gli uccelli addormentati sui rami silenziosi,

E destando i lupi di montagna; perché ho insegnato

Alle caverne a riecheggiare invano il tuo nome,

Ed esso mi rispondeva molte cose mi rispondevano

Spiriti e uomini – ma tu tacevi sempre.

Dunque, parlami adesso! Ho scrutato le stelle,

Ho spiato invano i cieli in cerca di te.

Parlami! Ho vagato per tutta la terra,

E mai ho trovato chi ti somigliasse – Parlami!

(…) soffro solo per te –

Parlami! Anche parole d’odio; – ma dille –

Non importa cosa – fa’ che ti oda ancora –

Una volta – ancora una volta! (II 4).

*

Spalancata la finestra della casa sulle brughiere, Heathcliff urla nella notte allo spettro di Catherine bambina di tornare da lui una sola volta, una volta ancora, e parlargli:

Entra! Entra! singhiozzò Cathy, entra, ti prego una volta ancora! Oh! anima mia! ascoltami questa volta – Catherine, finalmente! (III)

Il nome dell’amata è la misura con cui dare un ordine al mondo, il nome di tutte le cose viventi. La sua assenza è il volto nascosto dell’universo, silenzio d’abisso, follia.

Entrambi, il mago e Heathcliff, riusciranno infine a morire, e nella morte a “colmare il divario dei secoli come fosse un nulla” per ricongiungersi all’amata (III 4).

In questo clima e tra questi “spiriti” si situa la visione di due menti affini Byron e Brontë che hanno vissuto attraversati da sogni, “come il vino mischiato all’acqua”, tra forze e agenti sovrannaturali. Di qua e di là dalla vita.

Respinti Nemesi, spettri e parche, sulla scena Carmelo Bene termina l’opera “metafisica” “non rappresentabile” mentre la terra “ruota” e si solleva quasi ad attirare in sé il mago e i protagonisti di Emily trovano pace non sopra bensì dentro la terra, dissolti in essa – in un altro, e questa volta definitivo, “morire”.

Paola Tonussi

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