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Il boia di Dio. Storia di Mastro Titta, tagliatore di teste

La provvidenza, chiamiamola così, ha un sorriso sardonico. Mastro Titta, classe 1779, morto a 90 anni, boia da quando ne aveva diciassette, si chiamava in verità Giovanni Battista Bugatti. Giovanni Battista. Come il granitico profeta che fu decollato e impiattato per le vaghe astuzie di una Salomè. Il Bugatti, piuttosto, testa fina, era maestro nel mozzare il capo agli altri. Eccelleva in ogni tortura: decapitava, squartava, accompagnava all’impiccagione, mazzolava. Segava – segugio della legge – dita, orecchie, nasi, a grandine, ai poveracci che non potevano saldare il furto. Cavava gli occhi. La colpa – e la classe sociale – doveva essere indossata, essere visibile, in volto, osceno in scena: la deformità, la storpiatura, il mostro, è emblema del castigo divino. Esegesi stravagante, invero: nella Bibbia il prescelto è sempre l’inetto – Mosè era balbuziente, per dire, Isaia non sapeva parlare – altrimenti da cosa si evince il miracolo? Poco importa. Il coltello di Mastro Titta è conservato ancora oggi come ambigua reliquia: la lama è lunga, netta, e l’elsa termina in un teschio leonino, nobile.

Come a dire: Giovanni Battista Bugatti era l’Arcangelo Michele dello Stato Pontificio. Se nel quadro di Guido Reni, però, il celeste, dal volumetrico manto rosso, schiaccia col piede Satana e lo minaccia con la spada – attributo plastico dello Yahweh Sebaoth, il ‘Dio degli eserciti’, la violenza divina –, molto più modestamente Mastro Titta si occupava del male terreno, guercio, della corruzione umana, normale, nota, notevole, sporca. “Un delinquente è un membro guasto della società, la quale andrebbe corrompendosi man mano se non lo sopprimesse. Se abbiamo un piede od una mano piagata e che non si può guarire, per impedire che la cancrena si propaghi per tutto il corpo, non l’amputiamo? Così mi pare s’abbia a fare de’ rei”: questa è la sintesi etica denunciata nelle “Memorie di un carnefice”, fittizie – e anticlericali – del Bugatti, Il boia di Sua Santità, “er boja de Roma” – perché Roma è lorda e papale, santa perché sacrilega, inguainata di basiliche, inguaiata di bastardi, storditi, lacchè –, che restano, piuttosto, uno straordinario romanzo pulp, qualcosa che in forma luciferina e feuilletonista pare un incrocio tra il Marchese De Sade e Quentin Tarantino.

Secondo la cronaca (nera) Giovanni Battista Bugatti avrebbe fatto fuori 516 cristiani: il primo, a Foligno, si chiamava Nicola Gentilucci, “un giovanotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati”. Anche il massacro ha una liturgia: il Bugatti prima di ammazzare si confessava. Agiva, infatti, come braccio armato della Chiesa, esercitando fino al 1864, quando si ritirò a vita pia. Troppo complesso, qui, discernere la seconda contraddizione, essenziale, di questa storia fosca, brusca: come si salda il Cristianesimo, che vince la morte, con la pena di morte? Basti allineare un paio di dati. Intanto, che la pena di morte era sancita dal Catechismo della Chiesa Cattolica (capo 2267: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”), norma salda fino all’altro ieri, il primo agosto del 2018, quando è modificata in questo modo: “…Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”. Cosa giustificava la pena di morte? Tommaso d’Aquino, Summa theologiae II-II, questione 64, dedicata a “L’omicidio” – pur sinuosa – dove si dice: “Se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune”. In questo artato gioco di bilance e bilancini – è lecito uccidere, ma non uccidersi – si passa dal comandamento generale, “Non uccidere” (sancito in Esodo, 20, 13), alla formula sostanziale, “Chi colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte” (Es 21, 12). Eterno dissidio tra Chèsed, l’amore di Dio, e Din, la potenza di Dio, “che si manifesta specialmente come forza giudicante e punitiva” (Gershom Sholem).

Avvezzo all’obbedienza più che alla speculazione, Mastro Titta era spietato e spettacolare allo stesso tempo. Il patibolo, infatti, era una specie di palcoscenico in cui lui, il Bugatti, rappresentava il quarto cavaliere dell’Apocalisse, con il mantello e le armi della tortura. Come si pratica la tonsura egli sottraeva la vita. Spesso spiccava la testa dell’impiccato, mostrandola al pubblico: esercizio di macelleria di stentorea e terrifica bellezza, pare, atto a ipnotizzare il pubblico (il ‘prestigio’ tentato dall’illusionista, al contrario, è la scomposizione del corpo senza atto di sangue, per la sua ricomposizione/resurrezione). Il pubblico irretito dal Bugatti non trova nella testa mozzata o nel cadavere alcun ‘esempio’: ammirare l’uccisione non intimidisce né intenerisce, al contrario, rende ebbri di sangue, galvanizza, la carne è debole – in tutti i sensi – e anch’io posso goderne, spaccandola. Lord Byron, in piazza del Popolo, nel maggio del 1817, ad assistere alla decapitazione di tre assassini, fu colpito, soprattutto, dalla tensione teatrale del gesto macabro: “La cerimonia, compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell’ascia, lo schizzo del sangue e l’apparenza spettrale delle teste esposte, è nel suo insieme più impressionante… dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi”.

Benché aneli, pur vagamente, a una qualche resurrezione, in effetti, l’uomo sembra ambire, più che altro, alla morte del prossimo suo, e ad ammirarla, con illecito livore. Così, per paradosso, per secoli, lo Stato Pontificio non ha fatto altro che replicare il processo evangelico, dalla parte dell’oppressore, massacrando centinaia di poveri cristi, colpevoli, certo, ma, come tutti i martiri e i trucidati, non più lordi di noi. “Peccando ogni uomo pecca contro tutti gli altri e ogni uomo è in qualche modo colpevole dei peccati altrui. Non esiste un peccato individuale. Io sono un grande peccatore”, dice il monaco Tichon a Nikolaj Stavrogin, nel luogo capitale dei Demoni di Dostoevskij.

Giovanni Battista Bugatti, mistico della carne, eccelso macellaio, ha mostrato che infine l’uomo è questa cosa qui, corpo che si lacera. L’anima, se c’è, sarà salva o turbata per acclamazione popolare. 

*Si ricalca per gentile concessione la Nota dell’editore a: Giovanni Battista Bagutti, “Il boia di sua Santità”, edito da Aragno.

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