“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Era stato il marito a dirle di scrivere. Lei – così scrive sulla soglia del suo Diwan – si era schermata: “non sono un uomo di lettere, ma una donna”. Lui aveva replicato:
“Maschia è la ricerca di Dio. Secondo la via del cuore professata dal Sufismo, tu sei un uomo, pari a me, sei un essere umano. Vera virilità è solo il coraggio. L’uomo autentico è colui che non si ritrae dalla via della perfezione”.
Bibi Hayati, nata a Kerman, Iran – dove, dal 2015, esiste un museo antropologico a lei intitolato – mostrò fin da ragazza un precoce talento nell’arte del verbo. Cresciuta in una famiglia di maestri, fu instradata verso la via mistica dal fratello: sprofondò nella confraternita sufi della Ni’matullahiyya. Acquisì i gradi della sapienza, la dicono prona ai poveri, capace nell’elargire, grata di tutto, aggraziata. L’unione con Nur ‘Ali Shah, tra i campioni sufi dell’epoca – nei ritratti appare bellissimo, beatificato da nubi di riccioli, glabro, sempre giovane – fu sposalizio sapienziale, a testimoniare che l’amore può essere il portale per accedere a Dio, che tra corpo e spirito la differenza è in un dettaglio, un intaglio di luce. Si era al principio del XIX secolo, in Persia dominava la dinastia Qajar, Kerman era soggetta all’influenza britannica; la gnosi poteva essere coltivata con una certa tranquillità, alternando l’estro contemplativo all’azione caritatevole.
“Cadde sotto il lampo dell’amore umano”, scrivono i cronachisti: il marito aiutò Bibi Hayati a inabissarsi nel genio della parola – è tra le grandi poetesse persiane di ogni tempo. Del suo rapporto con Nur ‘Ali Shah e con la poesia – quasi in simbiosi – scrive in questo modo:
“Un giorno, quel re nelle alture dello gnosticismo, quel pioniere nelle lande del cuore e dell’anima, aprì le labbra, stavamo conversando, e disse: ‘Fatti tuffatore nel profondo oceano della retorica, scopri e divarica le ostriche cariche di perlacei versi, per forgiarti un’ode di coralli, gioielli imperituro’”.
La poetessa morì nel 1853. Amava fare da mangiare per i confratelli, Bibi Hayati. Imboccava i discepoli.
***
Da prima che nascesse la civiltà reco in me il ricordo dei tuoi sciolti capelli: ignara, ho raccolto la cruna dei tuoi capelli.
Nel regno invisibile, il tuo volto solare bramava l’epifania: finché ogni cosa fu sotto il tuo sguardo.
Dal primo istante del respiro il tuo amore è nel fondo dell’anima premio nel segreto scrigno del cuore.
Da prima che il seme germogliasse nel roseto del possibile, l’anima allodola prese il volo per volare nella sua casa, presso di te.
Cento volte ti rendo grazie! Sull’altare degli occhi di Hayati, il tuo volto splende sempre: per sempre bello, confitto.
*
Come posso accorgermi della luna se il suo volto splende sul mio cuore e fiammeggia come il sole?
I suoi occhi attaccano la mia anima come orde di Turchi: trappole tra i capelli sconfiggono la fede.
Eppure, se sollevasse il velo dal viso il mondo sarebbe distrutto l’universo arso di vergogna.
Cammina nel suo giardino una milizia la sua grazia: squisita postura che deride i cipressi.
In sella al suo gnostico destriero assale lo spazio della divinità la sua sacra sfera.
Stasera il coppiere dalle labbra rubine mesce vino per ogni ubriaco: lasciva è la festa dei sensi.
Ma Hayati sorseggia ogni istante l’estasi la sua anima è appagata dal vino del cuore: come potrebbe bere altro nettare?
**
È la potente notte o sono solo i tuoi capelli? È l’alba o l’enfasi del tuo viso?
Nel canzoniere della bellezza sei il primo verso, che confina la morte, o un frammento miniato dal tuo sopracciglio inchiostro?
Sei il bosso nel frutteto o il cipresso nel giardino di rose? Sei la tuba del paradiso, fitta di datteri, o sei la drittura senza errori?
Sei l’odore del cervo di Cina o il profumo dell’acqua di rosa? È il fiore che dardeggia nel respiro del vento o il sentore della tua presenza?
Sei il fulmine o il fuoco acceso sul monte Sana’i? Sei nel mio sospiro o nei penetrali dell’anima, radiosi?
Sei il muschio di Mongolia o la pura ambra grigia? I tuoi riccioli sono di giacinto o lo sono le tue trecce?
Sei il rosso vino dell’alba o la magia bianca? Quello è l’occhio di un ebbro narciso o il tuo incantesimo?
Sei l’Eden o il paradiso in terra? Sei la moschea dei maestri d’amore o il vincolo, il vincastro?
Tutti pregano al cospetto di un tempio di mattoni e fango: l’anima di Hayati tiene per tempio il tuo viso.