14 Aprile 2021

“Dobbiamo sfinire l’impensabile”. In memoria di Bernard Noël

“Era uno dei grandi poeti francesi contemporanei”. La notizia la batte “Le Monde”, firma Patrick Kéchichian, con un titolo – L’écrivain Bernard Noël est mort – che rivela un’indole. ‘Scrittore’: colui che della scrittura, al di là dei generi, degenerandola, è vissuto, come si ara un campo, si erige una cattedrale o una teoria di tende – differenza di venti più che di altezze. Nato il 19 novembre del 1930 nell’Aveyron, Noël esplode alla poesia, con potenza icastica, nel 1958, con Extraits du corps. Ha riconosciuto, nel 1975, le sottigliezze della nuova censura, data dall’eccesso di comunicazione, di linguaggio. La chiamava sensure: “il potere borghese fonda il proprio liberalismo sull’assenza di censura, eppure ricorre costantemente all’abuso del linguaggio”. L’“inflazione verbale”, diceva Noël, snatura il linguaggio, sradica il verbo dal proprio senso; il discorso è sostituito dalla chiacchiera, il dialogo dall’orazione televisiva, la poesia dal suo surrogato, il poetico. Il verbo è educato, edulcorato, condotto a un fine. “Le Monde” ne inquadra il talento in questo modo: “Il Bernard Noël che conosco è bardato di un silenzio che taglia con la lama: così scrive Georges Perros, l’amico, nel 1977. Con questa immagine, Perros mette in luce il paradosso originario: il lavoro incessante, ispirato, meditato di Bernard Noël nasce entro un rapporto violento, crudele con l’interiorità silenziosa. Una violenza di cui la lingua è l’arma. In un’intervista con Claude Ollier, nel 1995, il poeta ha dichiarato: ‘Nulla è alieno dal linguaggio, per me. Esiste soltanto l’indicibile, dacché esiste il dicibile’. Morto lo scorso 13 aprile, si è diplomato a Rodez, per poi trasferirsi a Parigi, iscritto all’Ecole supérieure de journalisme, studio che ha abbandonato. Dal 1953 si avvicina al pensiero di Raymond Abellio, pensatore legato alla tradizione gnostica ed esoterica, illuminata dalla fenomenologia”.

Bernard Noël lavorerà nell’editoria: prima per Delpire, poi per Flammarion, infine per P.O.L. La sua opera è disseminata in innumerevoli libri, in Italia è tradotta troppo poco (pur da ottimi traduttori: Fabio Scotto, Donatella Bisutti, Lucetta Frisa, ad esempio): Estratti del corpo esce per Mondadori vent’anni fa; nel 1997 Guanda pubblica La caduta dei tempi; l’anno scorso Book Editore ha stampato Il poema dei morti. Un sodalizio importante lega Noël alle edizioni d’arte Fata Morgana, per cui realizza innumerevoli ‘placche’. Nel 2019 ha ripubblicato un pensiero destinato a François Lunven, artista francese di genio, morto a 29 anni, nel 1971. Cinquant’anni dopo, pare che quelle parole, epigrafiche, possano intagliarsi sul corpo del poeta: “Era vivo. È morto. La vita è cosa passata; la morte è perpetuo presente. Sapeva che la sola durata è quella, che l’uomo, infine, crolla nella storia. Questo movimento – di cui parlava a malapena accennando alla parola ‘entropia’ – anima ogni suo lavoro. Che raffiguri la danza, il combattimento, il ‘carnevale’, è la stessa forza che lo afferma: ciò che decompone la vita. Eppure, essendo un creatore, il significato è capovolto: l’istante della decomposizione, cristallizzato, è quello della ricomposizione. L’opera, in virtù della sua immobilità, è il luogo ambiguo di una tensione reversibile, è un dopo che può essere letto come un prima, e viceversa”. Pare l’abbrivio di una immortalità. In una poesia, pubblicata come Le poème des morts (2017), segno questi versi:

Attendo il tuo segno dall’aldilà

impensabile che non avvenga

sei ciò a cui eri legato

luce dolce nella stanza

propizia all’arrivo del tuo messaggio

dobbiamo sfinire l’impensabile

ciò che la lingua evita di nominare…

*

Qui ricalco un pensiero di Andrea Temporelli sull’opera di Bernard Noël.

«Ti do il mio cuore per il tuo fegato», recita un testo di Bernard Noël compreso nell’antologia Il rumore dell’aria (Poesie scelte 1956-1993, Ed. del Leone, 1996). Ma non sono poesie che si crogiolano macabramente in contorti avvinghiamenti fisici quelle di Noël, seppure alcuni versi siano intrisi di un forte senso del corpo e della materia in generale.

La sua poesia, invece, sgorga più esattamente dal punto luminoso in cui il pensiero e la cosa, il corpo e lo spirito, il soggetto e l’oggetto si collassano in una sostanza originaria e indistinta.

Esse rappresentano lo sforzo, linguistico e fisico, di andare contro corrente rispetto al flusso della conoscenza che conduce alla distinzione, alla corruzione del mondo in concetti. Il sapere poetico diventa così un movimento erotico di ricongiunzione con la cosa pensata, perciò sarebbe ingenuo non riconoscere in questi versi quanta parte vi abbia anche la riflessione filosofica: in questa direzione del pensiero, concreto e astratto tendono a coniugarsi.

Certo l’originario cui tende il poeta non è alle sue spalle, non è idealistica regressione nell’incoscienza, ma atto mistico di comprensione dell’altro, del diverso, del mondo che sta di fronte: «Un altro emerge dal mio ventre senza che sia venuto dall’esterno». Con questo atto di rivolgimento, le viscere dell’uomo diventano le cose stesse e il poeta, indagando il proprio corpo, si riappropria del mondo, della sua dimensione cosmologica e creaturale nel mondo. Ecco perché «la scrittura poetica di Bernard Noël, essenzialmente autotelica e metapoetica, come gran parte dell’odierna lirica francese, è prima d’ogni altra cosa un’inesausta interrogazione dell’atto di scrivere, nella sua relazione con il desiderio, l’istante, la memoria e la morte» (F. Scotto). La sua “poetica del corpo” non è, dunque, narcisistico compiacimento; l’irruzione del fisiologico nelle sue pagine «si fa ossatura del filo onirico, riconquistando giustamente il simbolo alla sua consistenza fisica, materica» (P. Ruffilli).

La poesia diventa così la mano che, nel buio del sapere scientifico, incapace di attingere al senso delle cose, cerca di ghermire la carne, la vita pulsante: «in questo rumore d’aria / la mano tocca il vuoto / il nome cerca un volto».

Andrea Temporelli

Gruppo MAGOG