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“Io scrivo per dimenticare… Perché, se pensi a te stessa, ti ammazzi…”. Manuela Diliberto dialoga con Barbara Alberti

Roma, inverno 2018, ancora lontani dalla pandemia. Ho conosciuto Barbara a La Vita in Diretta l’1 dicembre del 2017. Eravamo per caso sedute accanto. Mi ha salutata subito chiedendomi cosa ne pensassi dell’utero in affitto. L’ho adorata sin dal primo istante in cui mi ha rivolto la parola. Attenta, onesta, tagliente come solo la verità può esserlo, osserva il mondo dal basso, senza ambizioni. Pare animata da un unico moto interiore, quello di considerare gli esseri umani, tutti e indistintamente, come un avvincente universo da raccontare. Riceve me e Cristina a casa sua, regno in cui i libri occupano, su vari piani, posti chiave da lei ben studiati. Se ai Russi si deve concedere grande visibilità, come spiega quasi stesse parlando di amici cari cui sarebbe spiacevole fare un torto, altri, più indisponenti, possono occupare scaffali lontani e segreti. L’ho seguita con la coda dell’occhio nel Grande Fratello, poco prima della pandemia. Anche in quel frangente è riuscita ad uscirne con rara coerenza. È una di quelle donne che con candore riescono a cambiare il mondo perché il mondo non è riuscito mai a cambiare loro.

***
1. Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

Barbara Alberti – Intanto mi hanno chiamato tutta la vita Barbera, perché nel selvaggio paese umbro dove sono nata, nell’alta valle del Tevere, era un nome che non si era mai sentito. In quel momento mio padre leggeva un libro – era un grande lettore, perché prima della televisione, l’italiano medio leggeva… – e c’era questa protagonista… questo è il motivo per cui mi è stato dato.

M.D. – E tu lo sapevi che lo storpiavano?

B.A. – Certo! Ma a me non me ne fregava nulla! A parte che mi hanno chiamato Bibi fino a quindici anni. Per cui non ho mai sentito il mio nome (ride).

*

2. Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti…

Balabara Alberti – (Non mi lascia finire la domanda. Mi risponde decisa). Non ci ho mai pensato!

M.D. – …Se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

B.A. – No, non ci ho mai pensato. Poi non ho il culto di me stessa. Io scrivo per dimenticare… Perché, se pensi a te stessa, ti ammazzi (e ride con la sua bellissima risata. Aperta, generosa, tagliente) …Cioè… io mi fuggo (dice ridendo)… Non è che… io a me mi penso il meno possibile, perché se mi penso, mi butto dalla finestra! Siamo tutti talmente carichi, hai capito, noi del mal seme di Adamo. Tanto per cominciare non ti sei disegnato: nessuno… o quasi nessuno ha l’aspetto che avrebbe voluto avere. Io avrei voluto essere Valentina di Crepax, tanto per cominciare dalla forma che ti è stata data. Ecco… E quindi, meno ti pensi e meglio è, secondo me. Il narcisismo è la porta del suicidio (le sue frasi sono irrevocabili, come fossero tante verità tutte già disposte nella sua testa senza possibilità d’appello. Mi ricorda un po’ il modo di parlare di Simone de Beauvoir). Poi il narcisismo ce l’abbiamo tutti: purtroppo ci dobbiamo riferire a noi stessi tutta la vita. Non è che ti puoi lasciare indietro… però c’è un grande riscatto nella letteratura: diventi tutti quelli che vuoi, perché ti metti a scrivere e sei sollevato dalla condizione umana! Allora, lì, entri nelle altre vite. Questo è un dono… Nella mia pochezza ho avuto questo dono straordinario della scrittura che non passa tanto attraverso il cervello ma attraverso le mani per quanto mi riguarda: io so scrivere solo a mano. Sì, solo a mano (ripete, calma e irremovibile). L’unico riscatto vero è la trasfigurazione: una volta che entri nei personaggi… Poi dal 1999 – ricordo la data perché stavo scrivendo il libro su Majakovskij – finalmente ho cominciato a copiare al computer… Allora lì hai non tutte le vite che vuoi, ma il doppio, perché la scrittura è un conto, ma poi c’è la lingua italiana, questo grande scoglio, questa lingua atroce a partire da Manzoni. Manzoni si inventa questo italiano inesistente, questo toscano, finto… pieno di trappole, molto obbligante… tutti i che, le particelle indispensabili (ne parla come se fossero persone note e spiacevoli), i congiuntivi, tutti quegli “essi”, “fossi”… ah, cavolo! Come fai!? Al computer la vedi. Finalmente ho visto la lingua italiana (aggiunge con sollievo)! E allora lì la puoi disossare, la puoi snellire, la puoi nobilitare rendendola più elegante, più leggera, più ironica, persino tagliente: diventa l’italiano! Abbiamo avuto dei grandi scrittori della lingua italiana, uno per tutti Gadda – parlo sempre del dopo Manzoni, perché prima c’è Ippolito Nievo… e lui è il grande scrittore, inventore della lingua italiana secondo me – però tutti hanno dovuto sforzare la lingua italiana…

M.D. – E Bufalino?

B.A. – Non lo conosco (dice risoluta e quasi ostile). Ho letto delle traduzioni di Baudelaire e non mi sono piaciute per niente perché… sono molto belle, ma sono distorte: è Bufalino, non è Baudelaire! Quando il quarto verso me lo metti al primo… Gli ha voluto dare una metrica, una musica e ci è riuscito, però ha distorto completamente (si lamenta come avesse voluto dar prova di pazienza e invece non ci fosse nulla da fare). Io da lì ho chiuso con Bufalino. Ma… io sono una casalinga che scrive, francamente, non sono un’intellettuale, per cui ho sempre seguito un puro edonismo nella lettura. Mi devi prendere, far innamorare! La lingua manzoniana va presa per il collo per dare tutto ciò che non è data di dare: il ritmo, la libertà di scrittura. Un esempio per tutti: Gadda, perché, appunto, la rifà a suo modo e quindi la sforza, la violenta. Oppure puoi aggirarla anche per eccesso di classicità

M.D. – Anche Bufalino la violenta.

B.A. – Scusa, mi parli di un autore che non conosco… (dice seccata, ma senza un filo di collera) per cui non c’è discorso, hai capito? C’è stato questo primo impatto per cui ho chiuso per sempre (la sua ostinata risolutezza mi strappa una risata. Il suo modo di porsi è talmente innocente che disarma e seduce persino nella risolutezza)… Scusa, io non devo rendere conto a nessuno! Cioè, la mia cultura può essere veramente marginale, perché ne parliamo in casa… non è che devo fare un simposio! Non sono né degna né adatta. …Oppure per eccesso di classicità, ti dicevo, puoi aggirarla… un esempio per tutti è Ernesto di Umberto Saba dove la lingua è agilissima, lui fra l’altro triestino, quindi ha una sua eleganza ancora maggiore. Ai miei tempi invece c’erano degli scrittori ripugnanti: parlo di Moravia, per esempio. Cioè (e il tono diventa dolce e affettuoso) un uomo delizioso, incantevole, di un’intelligenza limpida, volteriana, meravigliosa, squisito gentiluomo, buono… ma quando lo leggo, mi cascano le braccia! La discrepanza che c’è con lo scrittore… non siamo veramente responsabili di quello che scriviamo (scoppio a ridere). Di rado somigliamo alla nostra scrittura… In ogni caso io, se gli posso somigliare, sono la scimmia della mia scrittura. La scrittura è il mio riscatto, veramente! È la ragione per cui non mi sono sparata a sei anni.

*

3. Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte “scomode”. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata?

Barbara Alberti – (Mentre le faccio la domanda lei mi parla sopra sarcastica, come se recitasse nella caricatura della pièce teatrale: “Come vorrei fare la vittima, dai!…” e ride). Perché scrivo dei libri… E non lo so! Che ne so, scusa, come appaio io a te? Cioè, non lo so, non sono nella mente di Manuela Diliberto che come tutti gli scrittori è una visionaria, e non posso sapere cosa vedi in me!

M.D. – È vero…

B.A. – Però sono contenta che abbia visto qualcosa… e contenta di interessare a una persona che mi interessa (Barbara possiede quella forza di pensiero che fa saltare tutti i puntelli).

Manuela Diliberto con Barbara Alberti; photo Cristina Dogliani

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4. Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

Balbara Alberti – Tesoro, però, ascolta, Machiavelli è mio fratello intelligente. (Ci pensa un po’). Ah, mi sembra ovvio!

M.D. – C’è una scuola di pensiero che dice che l’occasione viene quando ti prepari.

B.A. – È ovvio, è talmente ovvio quello che dice… Ma l’occasione sei tu. La prima occasione sei tu. Io non lo so, bisogna vedere la tua determinazione… Io posso parlare solo della mia vita. Di quella degli altri non ne posso parlare. Io ho fatto delle cose che mi facevano piacere. A cinque anni, quando ho cominciato a scrivere, ho capito che avevo svoltato! (Dice, incantata dal suo proprio stupore). Cioè, con niente, con un quadernino e una penna, tu creavi quello che volevi, diventavi chi volevi… I pensierini, si chiamavano!

M.D. – Sì, i pensierini… (Rido al ricordo delle pagine riempite con entusiasmo da piccola).

B.A. – Io mi ricordo ancora il quadernino… Ho pensato: qui avrò tutto quello che vorrò raccontare, avrò tutte le vite che riuscirò a dire! Cioé, non l’ho articolato così perché avevo cinque anni, però ho capito immediatamente… Per esempio, per i primi temi, alla festa degli alberi, ho fatto parlare l’albero. Cioè le cose più elementari della letteratura! Però ho imparato a scrivere dopo i diciotto anni. Cioé, io sapevo di essere uno scrittore, di avere lo strumento, di avere qualcosa in mano. La religione l’ho persa prestissimo… Non sarebbe stata comunque una consolazione sufficiente. Questa invece è stata tutte le vesti che ti puoi mettere: il trasformista, il giocoliere, il funambolo… l’altro! L’altro da te. E poi è così semplice un quadernino… Il pittore ha bisogno dei colori, dei pennelli, invece non costa niente l’arte della letteratura! Costa il tempo e la libertà, costa il guadagnare la libertà ed il tempo. Infatti tutti noi siamo condannati a lavorare per poterci poi rinchiudere a scrivere… (Fa una lunga pausa. Sembra abbia finito e che si possa passare alla domanda seguente).

M.D. – Cinque. A cosa pensi e cosa provi

B.A. – …Tranne che non si vendano un milione di copie, intendo. Altrimenti non puoi fare solo lo scrittore. Ma io non ho mai voluto fare lo scrittore vero. Proust è uno scrittore ricco! È uno dei pochissimi scrittori al mondo che ha capito che era nato per quello… Infatti ha fatto una vita meravigliosa. O anche Henry James non era povero!

M.D. – O Victor Hugo.

B.A. – Eh sì, Victor Hugo ricco ci è diventato con i libri.

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5. A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata?

Barbara Alberti – Ascolta, se il punto è a cosa ti aggrappi quando sei disperato… Io spesso non mi aggrappo, mi abbandono alla disperazione. Voglio dire… Non sempre ho lì un libro che mi porta fuori. A volte sbatto il muso! Io sbatto il muso… Non lo so, io sono molto una bestiola, e quindi c’è una forza in me che mi porta fuori. Però sono anche un’ossessiva. La cosa la vivo fino in fondo, capisci? In quel momento sono un animale cieco, quando soffro. Non so se riesco ad aggrapparmi. Mi aggrappo all’amore! (Esclama poi, come se avesse trovato la risposta). Nel senso che io so per certo che ci sono delle persone che sono veramente legate alla mia vita e a cui importa di me e a me importa di loro, perché avere l’amore di chi non ami… ma devono mori’! E non me ne frega niente (e ride divertita)! Mia figlia disse una cosa geniale quando era piccola: “Io odio chi non amo”. Lo disse di un piccolo corteggiatore che la perseguitava… È perfetto: odio chi non amo (ride). Nel senso, soprattutto, del chi pretende di amarmi, io non lo amo. Comunque io ho avuto la fortuna appunto di fare una vita, non disagevole… agevolissima! Ma non so… Io spero di non vedere il peggio del mondo e di morire prima della catastrofe che ci aspetta. Che sarebbe venuta una catastrofe lo sapevo fin da giovane (aggiunge circospetta. Oggi, rileggendo queste parole, non posso non pensare alla pandemia dei giorni nostri e domandarmi se non si tratti della “catastrofe” evocata da Barbara nel 2018). Però finora, veramente… facciamo le corna! (Batte anche con le nocchie sul tavolo). Il legno è diretto… (ride con me del gesto) però devo dire, mi sembra una ballata, mi sembra un gioco da bambini la mia vita. Assolutamente! Sono sempre vissuta facendo quello che volevo con le persone che amo. E che cavolo! Tu mi stai dipingendo – sarà la tesi della tua ricerca – tu mi stai dipingendo come una specie di vittima o di guerriero che sta sempre sulla tolda e che… Guai! Tipo il Corsaro Nero… (Cerco di spiegarle meglio, ma lei va avanti con le sue idee, inarrestabile). Io ho dovuto lottare pochissimo nella mia vita, mia cara. Ho preso ciò che veniva con molta gratitudine e gioia. E tutti ‘sti nemici… Non è che sono questo scrittore così accreditato da avere avuto… cioé, quando sei Salman Rushdie, allora sì…

M.D. – E davanti alle critiche, qual è la forza che ti…

B.A. – Ti incacchi un attimo… ma che te frega?! Cioé, se ti critica uno a cui tieni da pazzi… Mi dicesse Michele Mari: “Questo libro fa schifo”, o altri scrittori che stimo per come scrivono o come persone… allora è terribile se ti viene da una persona che ami. Ma gli altri? Ma chi li conosce questi? Io non li ho mai visti. Io non ho mai letto una Terza Pagina in vita mia! Manco so neanche chi sono. Ogni tanto ne sento nominare qualcuno… Ma francamente… Non mi voglio vantare della mia ignoranza, perché sarebbe bello comunque sapere tutto, però… io non sono mai andata ad una sfilata di moda, quello non per pregiudizio! È anzi una cosa che consiglio fin da piccoli… È una scienza. Se sai e vedi, ti diverti. Ma se non coltivi da piccolo, che vai a fare? Quindi, ti dicevo, io non sono una vittima della società. Certo, ho avuto tante critiche, anzi, e sono rimasta delusa. Invece quando ho scritto Il Vangelo secondo Maria (1979) dove faccio abortire la Madonna e non per una gag femminista, ma per un fatto di libero arbitrio… lei nel libro è orgogliosissima, anzi, monta in superbia quando si accorge, questa ragazzina di quattordici anni, di essere la madre di Dio… si monta la testa! E comincia a trattare Giuseppe come uno straccio e si vanta alla fontana con le amiche, dicendo “La profezia di Isaia si è avverata attraverso di me!”, fino a quando, redarguita dall’angelo – “È inutile che ti fai delle domande, tanto è tutto scritto” – non decide di prendere una pozione e mettere fine ad una gravidanza che non è stata lei a scegliere e di non far mai nascere Gesù! Quando scrivi una roba di questo genere, t’aspetti che ti mettano al rogo! Io speravo che la Chiesa mi scomunicasse… Speravo nella scomunica! (Ride). La mia gloria sarebbe stata la scomunica! Ecco, invece, il mio narcisismo eretico, è stato molto frustrato. Mi han risposto dei parroci di campagna molto ingenui, ma il Vaticano zitto, no? Hanno fatto invece una cosa furbissima. Hanno fatto un’intervista immaginaria alla Madonna (ride). Giuro! Sull’Osservatore Romano…in cui la Madonna diceva che non aveva avuto grandi onori ma un compito meraviglioso, quello di mettere al mondo Gesù, eccetera. Quindi in quel caso io avrei voluto tanto lottare corpo a corpo con i preti (e scoppia a ridere)… E invece niente! L’anno prima era uscito un altro libro (Delirio, 1978) e lì ho avuto più soddisfazione, nel senso che era il diario di un vecchio… però non lo sai che è un vecchio all’inizio! Si trattava del diario di un maniaco sessuale che stava in un collegio e pensava solo al suo sesso. È lì che sono entrata nel mondo dei maschi e ho capito che per loro è un fardello terribile. E il libro è molto comico perché solo alla fine si scopre che lui non ha sedici anni, come si crede, ma ottanta! Ed ero così colma di tutto questo sesso che dopo ho voluto scrivere il libro sulla Madonna… Si, ho respirato! Quindi ti dicevo, non sono una vittima, sono una che ha potuto fare quello che ha voluto. Basta. …Costa molto meno di quello che credono i vigliacchi!

M.D. – Ma è un po’ quello che voglio dimostrare io: tu segui una direzione e quella che sembra la strada più complicata, in virtù della coerenza che ci dobbiamo, diventa la strada più semplice.

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6. Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente? Quali possono essere nel migliore dei casi le conseguenze? E nel peggiore dei casi?

Barbara Alberti – Mi verrebbe un colpo. Se io dovessi forzare la mia natura, credo che proprio morirei… non solo adesso che c’ho gli sbalzi di pressione per l’età, ma pure prima: sarei morta.

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7. Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

Barbara Alberti – Ma che è? Non l’ho capita questa… (Gli parlo delle scelte scomode di Falcone e Borsellino la cui rinuncia sarebbe costata cara alla società civile). Ma cara… non lo so… ma come posso sapere a tavolino cosa farei?! Ma non ne ho idea… io non mi conosco. Non lo so. Io ammiro queste persone… non hanno fatto il proprio lavoro, hanno fatto gli eroi. Cioé sono stati fisicamente coraggiosi, hanno messo in gioco la loro vita. A me non è stato mai chiesto di mettere in gioco la mia vita, tesoro mio… Sono dei livelli… Io non posso neanche immaginare questi livelli qua. (Insisto con l’esempio della mamma che con i figli assiste ad un assassinio; se non denuncia l’uccisore, il crimine potrebbe ripetersi su qualcun’altro). Non mi puoi strappare delle cose generiche, Manuela, perché non lo so (mi risponde quasi contrariata). È una scelta che una persona fa in quel momento, non si sa cosa possa scattare! Ci son dei vigliacchi che ad un tratto compiono un atto di coraggio inaudito e se acchiappano un bambino magari rimangono nella casa bruciata al suo posto.

M.D. – Si, è vero, questo è verissimo!

B.A. – Che cosa ne so io? Io mi vedo in un modo, mi figuro in un modo anche fisicamente, poi però mi guardo allo specchio e dico: “Cavolo, ma chi è questa?!” cioè… davvero! Non le so queste cose (conclude con foga). Chiedi a Odifreddi, questi che sanno tutto… (Ride) No, ma con tutta la stima… Però c’è gente che ha la mappa del mondo… Io non lo so.

(Comincio a leggere l’ottava domanda). Spero solo che Iddio non mi metta mai in una posizione del genere! E fra gli incubi ricorrenti c’è proprio quello… Di dover scegliere tra un figlio e un’altra persona.

M.D. –Ti capisco.

B.A. – Ecco… È una cosa che proprio… via! Ecco… vai…

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8. Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni 30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

Barbara Alberti – Tu mi fai delle domande troppo generiche, Manuela, perché io non conosco la persona e non ne so niente! Moltissime persone hanno questo libro. Forse ce l’ho anch’io Mein Kampf… ma non credo di averlo. Però ho una biblioteca su Hitler e i nazisti che prende un metro, capito?

M.D. – Ma su Hitler è una cosa, Mein Kampf è un libro di Hitler che parla della tesi del “piccolo ebreo” e della “cospirazione ebraica”.

B.A. – Ascolta, io penso che il nazismo sia stato la prova generale del secolo. L’ho pensato molto presto. La mia generazione venuta su nel dopoguerra è cresciuta con quest’idea, con la speranza che questa cosa qua era stata un tale estremismo del mondo che non si sarebbe ripetuto. Abbiamo visto invece che è diventato il modello del ’900 e del secolo che viviamo. È stato il modello: dal nazismo non si torna indietro. Quindi io da una parte ti dico che uno studioso, un curioso o semplicemente un lettore può avere in casa Mein Kampf, non è che sia…

M.D. – Ma il fatto che lui lo tenga come ricordo della famiglia?

B.A. – Io lo trovo… Tutto quello che attiene a questo mi sembra comunque molto sinistro. Perché c’è un tale ritorno… e poi questa ignoranza voluta nella quale siamo tenuti, l’ignoranza informatissima nella quale viviamo fa sì che io senta questo mostro che si aggira di nuovo e mi fa molta impressione. Che lui dica che sia un ricordo di famiglia, no! Perché io non conservo il falcetto con cui mio nonno ha tagliato la testa a sua figlia. Capisci cosa voglio dire? Se diventa un oggetto sacro, sai, nel senso che impone venerazione da parte di qualcuno, va sepolto e dimenticato! Ecco, come idea… E se lo tenessi, lo metterei sicuramente in un posto non tanto visibile, non vorrei incontrarlo, perché le cose hanno in sé una forza: nulla è innocuo, e nulla è neutro… ecco.

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9. Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Barbara? Che descrizione ne daresti?

Barbara Alberti – Guarda, ho scritto un libro una volta, ma non parlavo di me purtroppo: “Io se fossi un altro e mi incontrassi, mi innamorerei di me al primo colpo”! (Rido). Vorrei che fosse questo, ma purtroppo non è così. Io non te lo so dire cosa penserei. Sai io mi giudicherei come sono, da come sono: non posso sdoppiarmi e diventare un altro. Se io fossi me stessa che incontra me stessa, cercherei di giustificarmi in qualche modo (e ride di cuore, divertita dal paradosso ai suoi occhi ingestibile). Quando aveva tredici anni mia figlia mi ha detto: “Mamma, tu sei una patente botte di imperfezioni” (continua, sempre ridendo)… aveva cominciato a fare le prime letture classiche, no? Talmente avevo in me proprio tutti i marchi dell’imperfezione umana… Non lo so, è da tutta la vita che cerco di farmi schifo il meno possibile, hai capito? E ci provo, ci provo, però certe volte fai persino una buona azione e sai che l’hai fatta per farlo vedere (continua a ridere), hai capito? Cioè… Io sospetto di me anche quando sono buona! Una cosa è certa però (riprende seria): io voglio star bene. Io sono un’egoista totale, nel senso che mi adopero moltissimo per il benessere di quelli che mi stanno intorno; pure mia nonna, una delle mie nonne, era così. Io non posso essere contenta se c’è qualcuno di qua che ho offeso o che mi ha offeso, è uguale! Però se ti offendono gli altri ci rosichi, ma non sei compromesso fino alle midolla. Un sgarbo, una disgrazia, una cattiveria che ti viene fatta è tremenda, io poi voglio soddisfazione, magari dirglielo sul muso, devo arrivare ad un pareggiamento di energie tra noi, sennò… ti stronca. Invece quando sei tu che hai fatto una cavolata con una persona che ami, ragazzi, quella è una condanna! Comunque c’è un momento che ti devi vedere come sei. In ogni caso, avendo tanti demoni dentro di me, sono socialmente raccomandabile (e ride ancora di gusto). Almeno spero! Giorni fa ho avuto una visione, stavo tornando a casa e ho intravisto un grosso portafogli per terra – poi era un abbaglio perché ci vedo poco, ed era un pezzo di tronco – ma io ho pensato – sai i film che ti fai? – e se fosse stato vero? Qui c’è la cifra che mi risolve la vita! Però so benissimo che è dell’automobilista, per dire. “Che cavolo faccio? Glielo riporto? O no?” E ho aperto il cancello con questo dubbio terribile perché non sapevo che avrei fatto (continua ridendo), capito? Comunque gliel’avrei restituito, ma con il rimpianto (e ride dei suoi pensieri). Quindi noi siamo tutto questo insieme da tenere a bada, no? E non è facile! Però in tutto ciò io sono molto semplice. Questo almeno mi è stato dato. I ghirigori poi… I discorsi complicati veramente non li capisco! E non è che faccio finta… Ho studiato filosofia: non ci ho capito un cavolo! Ti giuro, mi sono laureata con una tesi letteraria, ma io Kant l’ho imparato a memoria! Non capivo di che mi si parlasse, giuro (e ride). E avevo vent’anni, ero sveglia! Il mio emisfero sinistro è già partito da un bel po’. Sono semplice, ma non è che voglio essere semplice. Sono semplice. Tolstoj che era molto complicato si voleva semplificare: con me non c’è bisogno! (Ridiamo insieme).

*

10. Se non fossi Barbara Alberti, chi vorresti essere?

Balbara Alberti – Uhuuuu… Ma un sacco di gente, guarda! Vorrei essere Fiamma Satta e tutti quelli che ti ho nominato prima. No, non vorrei essere Massimiliano Parente: troppo tormentato, troppo… (dice come se gliel’avessi proposto io). Vorrei essere un sacco di gente: vorrei essere mia figlia… perché lei ha un equilibrio. È una matta anche lei, totale, però ha trovato una via di uscita che è lo studio dell’arabo, una grande creazione… perché lo studio è una grande creazione! Anche se sei più tormentato dell’artista, perché l’artista si appaga con un’opera, lo studioso, invece, appena chiuso un tomo di mille pagine, deve ricominciare per andare fino in fondo, perché più scopri, più devi scoprire. Però lei… Fin dall’infanzia avrei voluto essere lei. E mio padre anche, perché era un uomo compiutamente buono, un grande giocatore di pocker! Era una leggenda al circolo Acli in provincia di Perugia: quando era già vecchio andavano i giovani a sfidarlo a pocker. Una volta giocò con questo giovanotto. Mio padre riuscì a fregarlo anche se si considerava un campione. Alla fine il ragazzo gli disse: “Alvaro, ma come ha fatto?” Lui lo guardò e gli disse con la faccia da Bogart: “Lei è troppo bello per giocare a poker!” (e scoppia a ridere). …Però non ne voglio parlare di mio padre.

*

Domanda personale. Che posto occupa il tuo involucro fisico nella quotidianità? E nella scrittura?

B.A. – È un’altra delle gioie della scrittura che ti dimentichi il corpo! Poi, finché sei giovane è un conto, invece quando comincia la decadenza so’ cavoli amari! A me è cominciata sin da subito perché con la prima figlia, a vent’anni, mi è venuta una rosa di smagliature che non ho mai portato un due pezzi nella mia vita! Quindi già da subito il corpo dava i suoi dispiaceri… (Rido, e lei insieme a me). Con il tempo ti abitui: non è il corpo che avresti voluto avere, però te l’hanno dato, pazienza! Poi ero carina, non è che fossi un mostro, per cui alla fine ti adatti… Però col tempo, ogni anno che passa devi avere sempre più senso dell’umorismo per sopportarti (aggiunge, con tranquillità e rassegnazione), perché quando ti specchi… io mi faccio ridere! C’ho ’sta fortuna che mi faccio ridere (ridiamo insieme)! Sai, anche in vecchiaia, non è che hai la percezione della tua vecchiaia tutto il giorno! Ora compio settantacinque anni, ma non è che tutti i minuti ci penso! Invece mi fa incavolare il computer! Adesso ho un nuovo computer, e appena apro dice: “Barbara Alberti, femmina, 74 anni”. Oh! E che cavolo! Ogni volta… Sembra un memento mori! (E ride ostentando indignazione). Io ogni volta mi sveglio e… toh! E faccio gli scongiuri… una roba, ma guarda! Io comunque non mi vedo mai in TV, perché altrimenti ti prende un colpo! Ti credi migliore in tutto, ti credi migliore per come parli, come gestisci… tutto, anche l’aspetto: ti fai elegante, curi la tua figura, poi ti vedi e dici: “Madonna!”. O sei per strada, passi da una vetrina, ti guardi e dici: “Ma chi è ‘sta vecchia”? (Mi piego in due dalle risate e, rileggendo l’intervista, rido ancora). Comunque non è tutto il tempo, tutto il giorno… poi te ne dimentichi e ti viene un senso di gratitudine pazzesco perché sei ancora vivo. Io, per innocenza, ho costeggiato sempre tanti di quei pericoli, in ogni senso: ho fumato per sessant’anni per incoscienza. Però, ecco, bisogna vedere come ti piglia: io ho avuto due famiglie, quella di dopo e quella di prima, ed eran tutte spiritose da morire (dice come se confessasse un segreto).

M.D. – Ma i tuoi genitori ti han molto amata?

B.A. – No (dice, secca). Mio padre mi ha molto amata, ma mia madre non amava nessuno. Ma a me non me n’è mai fregato…

M.D. – Però tuo padre ti amava molto.

B.A. – Moltissimo (dice senza esitare). Io vorrei bruciare tutti i trattati di psicologia: l’amore i bambini lo trovano dove glielo danno. Io non mi ricordo di avere mai avuto uno screzio con mia madre… Eh… non gliene fregava nulla di nessuno, che dovevo fare? Era noiosa! Era molto noiosa e pensava solo a sé. Lei era Dio. Una casalinga con la smania di potere alla Hitler. E io l’avevo capito! E grazie ai bassi costi di allora, me ne sono andata via di casa molto presto, capito? Ho amato i miei figli ugualmente. Non è che c’ho il complesso… non è che mi sono messa con un vecchio, secondo lo schema freudiano. E quindi il corpo è un gran casino, una vera maledizione biblica, è un vero fardello.

M.D. – Ma si sente quando ne parli… quando siamo al telefono me ne parli sempre.

B.A. – È un vero fardello e deve stare buono. Buono e non dare fastidio. Quello che chiedo al corpo è che non dia fastidio! Quando non dà fastidio, andiamo d’accordo.

M.D. – E qual è la prima cosa che pensi quando ti svegli?

Quando mi sveglio penso a tutto quello che devo fare. Alla scaletta mentale e a tutti gli esercizi che devo fare. Prima di mettermi a tavolino devo fare tutti gli esercizi…

M.D. – Il corpo, vedi, di nuovo

B.A. – Lo devo far camminare, fare un po’ di yoga, un po’ di cose, altrimenti rimango sulla sedia a rotelle perché sto quattordici ore a tavolino! Quindi, prima cosa, quella del corpo. …E del cane: siamo un corpo solo. E poi la passeggiata: c’è questa cosa per metterlo in moto. Io lo so che non potrei scrivere un libro alle 6h di mattina, perché prima dovrei mettere in moto il corpo. E questa è la prima cosa.

M.D. – E la cosa a cui pensi prima di andare a dormire?

B.A. – Se sono in pace con tutti. Io sono molto felice la sera se tutto è andato liscio. Se non ho fatto niente di male, se non mi hanno fatto niente di male. Se ho una cosa di cui scusarmi… Lì non dormo! Perché devo pensare come fare per rimediare. Allora cerco di fare esercizi di respirazione per dormire e aspetto che si faccia giorno: ha da passa’ ‘a nuttata (e ride). O se hai fatto una cavolata – non è detto che devi per forza aver offeso qualcuno – una cosa storta, una cosa disarmonica, brutta… Io sono edonista: una cosa che ti impedisce di essere sereno, non dico felice, però sereno. E poi da quando ho avuto questa brutta malattia, mi diverto di più, perché sento tutta la preziosità, la miracolosità dei giorni. Sono contenta perché nella vita sono riuscita a sfuggire al disprezzo di me, che è una trappola narcisistica mostruosa! E’ una scusa per non far nulla, per odiare tutti, ma soprattutto diventa un vizio: quaranta cancri ti vengono, non uno! Cioè, quando tu ti disprezzi e ne fai la tua bandiera, è una cosa bestiale e la cosa più immorale del mondo. Anche se continui a ripetere lo stesso sbaglio… pazienza! Sei il tuo vicino molesto, te l’hanno dato (rido per la definizione del “vicino molesto”). Ma anche i santi quando sono in estasi, una volta che tornano giù e tornano se stessi, non è che l’estasi continua… Capito? È sempre un tormento essere sé, e quindi ci sono tanti modi per affrontarlo. Però ci si può fare anche una gran festa se il tempo te lo permette. Tu pensa che stai parlando con una persona che generazionalmente non ha mai visto una guerra. Noi siamo stati fortunatissimi.

Comunque, per la vecchiaia, devi trovare il tuo modo personale. Quello che mi ha sorpreso favorevolmente è che non esiste la vecchiaia, esistono le vecchiaie. Ognuno fa come gli pare! Tu ti devi trovare questo modo di vivere questa ultima parte della vita, come hai trovato il modo di vivere la gioventù. Un modo tuo. Non devi dare retta a nessuno. Per esempio io fumo mezza sigaretta al giorno, però, “smettere”, un cavolo! Non mi devono dare consigli. Ognuno conosce il proprio piacere o anche il rischio che vuole correre… voglio dire… Ma se sei un vecchio libero, sei già un vecchio molto fortunato!

M.D. – Ma cos’è che in assoluto ti fa più paura?

B.A. – Essere prigioniera. A me fa tanta pena Casanova, che dopo questa vita avventurosa – le sue memorie sono meravigliose: grandissimo scrittore italiano… anche se ha scritto in francese – passa l’ultima parte della sua vita nel castello di Dux, praticamente da servo, come cortigiano, vecchio, trattato male dalla servitù. Lo umiliano in tutte le maniere e lui dice: “La grande dannazione per un uomo di ingegno è essere alle dipendenze di uno sciocco”. Quello che temo è perdere la mia libertà. E poi, naturalmente, cose che non voglio neanche citare, cioé che succedano delle cose alle persone che ami. …Manco se ne parla! Per esempio, fra qualche giorno devo andare con mia nipote in treno a Milano e temo che ci facciano saltare in aria con un attacco terroristico. Voglio dire… sai sono anche esorcismi… non è che io non sia spaventatissima! Però cerco di non esserlo: qualsiasi distrazione e io mi abbandono come… cioè, ho anche un lato infantile per cui mi acchiappi con nulla, ecco… (e ride ancora con la sua bella risata demistificatrice e contagiosa).

*In copertina: Barbara Alberti, scrittrice, giornalista, sceneggiatrice, personaggio pubblico, in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani. 

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