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In Bengala: l’ultima impresa di André Malraux

Il giorno di San Valentino del 1972 Richard Nixon lo pretese alla Casa Bianca. Lui gli raccontò di Mao, con cui vantava un’amicizia leggendaria (e fittizia), “avrà a che fare con un colosso, un uomo che ha avuto un destino formidabile, pronto a compiere soltanto gesti estremi, al solo cospetto della morte”. La settimana dopo Nixon sarebbe atterrato a Pechino, per un incontro, si disse, “storico”. André Malraux accennò anche alla questione del Bangladesh; appena rientrato in patria si fece intervistare da “Le Journal du dimanche”: dichiarò che “Nixon mi ha accolto calorosamente”, che era stato “cordiale, estremamente gentile, alla mano”, a differenza di Mao, “un autentico ‘imperatore di ferro’, dai modi cardinalizi, severi, in una immobilità pietrificata che raffigura l’ignoto”.

Malraux eccelleva nelle immagini barocche, faceva sfoggio di una retorica usurata, ma ancora abissale; gli piaceva credersi al centro del mondo, lo zenit della Storia, un uomo imperdonabile che dava del tu ai grandi del proprio tempo. Tuttavia, non era più quello che dieci anni prima aveva sedotto ‘Jackie’ Kennedy, costretta ad ammettere: “Malraux è l’uomo più affascinante che abbia mai conosciuto”. Malraux, ormai, divorato da le démon de l’absolu, delirava, gonfio di psicofarmaci, strafatto di alcolici; viveva l’estremismo dei solitari, degli incompresi, maciullato dalle proprie ombre, mitomane imperiale. Per più di dieci anni, fino al 1969, era stato il plenipotenziario della cultura francese, valicando di molto gli stretti ambiti del proprio ufficio: il grande scrittore de La condizione umana, l’eroe – vero o presunto – della guerra civile spagnola, creava imbarazzo, la sua tracotanza fermentava inimicizie. Nel 1960, a Brazzaville, già capitale dell’Africa Equatoriale Francese, era stato lui a dichiarare che “in modo inequivocabile, l’epoca delle colonie è finita”: il discorso, tonante, come sempre, piacque a tutti, soprattutto a lui, che si premurò di conservarlo.

Incauto, inquieto, impeccabile, Malraux, che aveva ormai settant’anni, voleva l’ultima, grande, volitiva impresa. Aveva avuto un Ministero, è vero: gli mancava il deserto, come il suo affascinante prototipo, Lawrence d’Arabia, gli mancava Fiume, come il suo maestro di stile, D’Annunzio. Scelse d’imbracciare la causa del Bangladesh. Le elezioni del dicembre 1970 avevano dato ragione agli indipendentisti della Lega Awami, pochi mesi dopo il Bangladesh aveva dichiarato l’indipendenza dal Pakistan. La reazione militare pachistana, dal marzo del ’71, fu violentissima; milioni di bengalesi si rifugiarono in India, il governo provvisorio del Bangladesh si installò a Calcutta. Il conflitto divenne un’appendice della Guerra Fredda: gli Stati Uniti, arenati in Vietnam, appoggiarono il Pakistan, con contingenti, insieme alla Cina, che preferì l’azione diplomatica. L’India di Indira Gandhi si alleò al neonato Bangladesh dopo aver firmato un accordo di cooperazione e di assistenza con l’Unione Sovietica. In mezzo, si piazza André Malraux.

Dopo aver consultato un amico, lo scrittore angloindiano Raja Rao, Malraux entra nella mischia lanciando un appello scioccante: “Non è più tempo di conferenze per la pace. Solo gli intellettuali che sono pronti a combattere sono degni di parlare in nome del Bangladesh. Ho, come si sa, un’esperienza militare che non appartiene alla disciplina degli scrittori di oggi. Sono pronto a prendere il comando di una legione di volontari, naturalmente alle dipendenze bengalesi, e a rappresentare il Bangladesh all’Onu… Non è facile, non è insormontabile. Ogni altra azione non è che vanità”. Indira Gandhi declina l’offerta; in molti credono che Malraux stia vaneggiando. Bernard-Henri Lévy, all’epoca giornalista e studente all’École Normale Supérieure, presta fede all’appello del vecchio maestro: segue le azioni dell’esercito indiano, ne trarrà materia per il primo libro.

Defunta l’azione militare, Malraux procede facendo chiasso. Il 18 dicembre del 1971, su “Le Figaro”, pubblica una “Lettera aperta a Richard Nixon”, in cui scrive, tra l’altro: “Che il paese della Dichiarazione d’Indipendenza schiacci e ritenga misere le pretese del Bangladesh nella lotta per la propria indipendenza è triste e anacronistico. Non credo che la vostra illustre statua guardi con gioia, sugli schermi televisivi, alle folle allucinate che dovrebbero ricordarci quella che un tempo si chiamava libertà”. L’incontro a Washington D.C., due mesi dopo, convinse Henry Kissinger che Malraux era un vecchio presuntuoso, un narcisista dalle idee “oltraggiosamente vaghe e fasulle”, un seducente cialtrone. Eppure, il fascino è proprio questo: la tentazione del geniale scrittore di sconfiggere se stesso imbracciando qualsiasi battaglia, di rivivere, reiteratamente, la propria giovinezza, di disintegrarsi nell’aura del bel gesto. Nelle Antimemorie, l’esorbitante, magnetico capolavoro senile di Malraux (assente, va da sé, nel debosciato panorama editoriale italico), lo scrittore-combattente-politico ricorda il dialogo sui massimi sistemi avuto con il primo ministro indiano Jawahrlal Nehru. Come sempre, Malraux è filosofico, labirintico, infine spurio: “La vita estranea a ogni religione mi sembra più o meno contemporanea del macchinismo… L’uomo delle civiltà urbane è isolato, e forse per questo la domanda ‘Che cosa fai sulla terra?’  può prendere tanto tempo”.

Era un disperato; “è dove si perde che Malraux ritrova se stesso”, scrive Maurizio Serra nel ritratto impeccabile che dedica a questo “uomo del Novecento che non sa più quale sia il proprio ruolo nella storia, chi sia il personaggio di cui vengono narrate le gesta” (in: Fratelli separati. Drieu-Aragon-Malraux, Edizioni Settecolori, 2021). Nulla lo legava a quella fetta di terra, per lo più islamica, tranne le reminiscenze indiane. L’Unione Sovietica riconobbe il governo indipendente del Bangladesh il 25 gennaio del ’72, gli Stati Uniti indugiarono un paio di mesi. Malraux ottenne ciò che voleva: riconoscimenti e medaglie, che sono, in effetti, una seconda morte. Il 14 aprile del 1973 fu invitato ufficialmente in India, trattato come un eroe. Si trattenne a Nuova Deli, Calcutta, Katmandu; a Dacca incontrò Sheikh Mujibur Rahman, il primo presidente del Bangladesh, gli fu consegnata una laurea ad honorem. Un documentario televisivo celebrò l’evento. Il libro di Michaël de Saint Cheron edito da Gallimard rievoca questa storia e racconta, a cinquant’anni di distanza, i rapporti tra Malraux et le Bangladesh. Forse sognava di essere un Alessandro Magno, Malraux, una specie di re del Bengala, un Dioniso ebbro e armato che cavalca il leopardo. Era morto da poco il suo amico Picasso. Un mondo crollava e lui ne era l’emblema: nel corpo, vuoto, aveva uno specchio, un falco, un’ombra che fugge.

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