16 Giugno 2022

“L’uomo non si riprende mai dall’essere nato”

La parola più bella del mondo? Per gli islandesi, la più bella della loro lingua è un nome di nove lettere: ljósmóðir. In italiano significa “ostetrica”. “Nella motivazione della commissione giudicante si dice che il vocabolario riunisce due fra le parole più belle: madre e luce”. Inizia così La vita degli animali della scrittrice di Reykjavik Audur Ava Ólafsdóttir (già autrice di Rosa candida, La donna è un’isola, L’eccezione, Il rosso vivo del rabarbaro, Hotel Silence e Miss Islanda) edito da Einaudi con la traduzione di Stefano Rosatti.

Segue un breve giro linguistico della parola ostetrica in diverse lingue dall’inglese midwife, al cinese 助产士, passando per il basco emagin, lo spagnolo llevadora, il russo акушерка, l’albanese mami, il greco μαία e altre.

“Il significato e l’origine di questi termini non sono sempre chiari, ma nella maggior parte dei casi rimandano all’idea di una donna che assiste un’altra donna nel mettere al mondo un bimbo”.

Non fuggono la natura gli islandesi, secondo il celebre dialogo leopardiano. Anzi. Dýja, la protagonsita, che ha scelto di perpetuare la tradizione di famiglia e diventare ostetrica come la zia da parte materna, Fífa, sa che la più ardua delle esperienze umane è proprio venire al mondo. Lo sa mentre guarda il tatuaggio di un kiwi sul ventre di una gestante. Lo sa mentre guarda il padre mettere via il cellulare per poter tagliare il cordone ombelicale. Gli tremano le mani, “quando recide il filo che lega madre e figlio”.

“Il termometro fuori, sul davanzale della finestra, segna meno quattro gradi e il più inerme fra gli animali della terra giace sulla bilancia, nudo e indifeso, non ha più piume né pelliccia per proteggersi, non ha squame né peli, solo una lanugine soffice sulla sommità del capo che la fluorescente luce azzurra illumina da parte a parte”.

 Un giorno la giovane ostetrica che vive nell’appartamento ricevuto in eredità dalla zia scopre, in fondo a un vecchio armadio, uno scatolone di banane Chiquita pieno di dattiloscritti: La vita degli animali, La verità, La casualità: tre sezioni di un’opera incompiuta e inedita della zia che la nipote vorrebbe capire e provare a pubblicare.

Il titolo del romanzo riprende, un escamotage narrativo, riflessioni filosofiche di quei fogli sparsi e trovati per caso, i temi di tenebre e luce, di nascita e morte, i rapporti e le differenze tra le specie dei viventi. Queste digressioni danno corpo a un più ampio discorso narrativo e umano che conduce alla certezza inequivocabile che “l’uomo non si riprende mai dall’essere nato”.

“Occorrono due anni al cucciolo dell’uomo per acquisire un vocabolario che arriva sì e no a quindici parole. In quell’arco di tempo una gatta ha già messo al mondo perlomeno una nidiata di figli. Molto più in là l’uomo apprende parole come peduncolo e ancora più tardi causa, libertà e rimpianto, ma non è detto che rifletterà mai sul loro significato”.

Nei dattiloscritti inediti della zia che la nipote esplora “le frasi cominciano spesso e volentieri con là dove si dice che l’uomo è cieco nel buio. Ed ecco allora riprendere l’enumerazione delle specie animali che non sono cieche nel buio, che anzi hanno una vista eccellente e a tale proposito vengono nominate le civette dall’alto dei cieli, così come lo squalo nelle profondità dei mari”.

La fiducia nei confronti dell’uomo va impallidendo di pari passo con la stesura dei manoscritti.

“In La vita degli animali, gli altri animali senza l’uomo se la cavano bene e subito dopo la metà di La verità sulla luce sono le piante a cavarsela bene senza l’uomo, nonostante l’uomo non se la cavi bene senza le piante”.

La presenza dell’uomo sembrerebbe superflua su questo mondo. “Quando l’uomo se ne sarà andato, rimarrà la luce, scrive mia zia in La verità sulla luce”. Nel libro, le riflessioni più profonde, nascono dal quotidiano, dal filo sottilissimo di una ragnatela, dall’assenza di luce in Islanda, dall’accenno alle visite alle puerpere, affette dalla depressione post partum.

“Ho lavorato per un’estate ai servizi domiciliari e so quel che mi aspetta, donne pallide con labbra bianche per l’anemia, un’entrata stipata di scarpe, un appartamento dove manca l’aria, caloriferi al massimo, finestre chiuse, la neomamma con dolori al seno, il neonato con dolori al ventre, sul tavolo di cucina un cartone di pizza aperto, una fetta avanzata, io che dico senza mezzi termini: il salame piccante non fa bene al piccolo”.

I giorni che precedono il Natale sono tra i più freddi in Islanda e la sorella di Dýja, una delle poche interlocutrici viventi della sua vita, è meteorologa e la mette in allarme, ci sarà un fenomeno climatico estremo. Il venire al mondo non può che essere una dei fenomeni più estremi, non solo in Islanda. Perché “la terra è un corpo dentro una camicia di forza”. Non tutti si riprendono dall’essere nati.

“Oggi i bimbi nati morti ricevono un nome, e persino i feti. Ho scoperto altre quattro ostetriche, nel cimitero e una quantità di tombe di neonati. Molti di loro sono nati e morti lo stesso giorno. Spesso, dalle lapidi è possibile determinare se una donna è deceduta di parto. In quel caso, madre e figlio hanno la stessa data di morte”.

Se pensa al concepimento?

“La risposta è no. Io prendo in consegna il testimone solo dopo che la fecondazione ha avuto luogo”.

Dal buio e nel buio, per portarli, nudi e inermi alla luce.

“Com’è che hai detto? Che la cosa più difficile è abituarsi alla luce? Non credo che l’abbiano capita tutti”.

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