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La Storia & lo Specchio. Tolstoj e Alice nel Paese delle meraviglie. Un saggio di W.H. Auden

Non sono mai riuscito ad andare d’accordo con quei critici letterari che, nel codazzo di Turgenev, hanno deplorato le disquisizioni storiche di Guerra e pace considerandole irrilevanti sul piano dell’arte; mi sono sempre parse, queste sezioni, al contrario, non solo di grande interesse in sé, quanto dei veri e propri elementi essenziali all’interno del romanzo. Sono quindi naturalmente molto lieto di trovare questa opinione confermata da un’autorità così importante come quella di Mr Isaiah Berlin nel suo saggio su Tolstoj, La volpe e il riccio, saggio suggestivo e scritto in modo meraviglioso.

Ogni buon romanziere ci dà un’illusione – ci sembra di star leggendo della storia; egli ci fa credere che gli avvenimenti dentro il romanzo accaddero come sono descritti, e ce li rende comprensibili; se un personaggio agisce in un certo modo noi percepiamo i suoi motivi e se le conseguenze non sono quelle che lui intendeva fossero, noi ne capiamo le ragioni. Più talentuoso è il romanziere, più consapevole sarà delle sue semplificazioni – scelta di personaggi adeguati, esclusione di tutto quel che potrebbe compromettere l’unità del suo sentiero. Queste semplificazioni lo mettono in grado di darci l’illusione che ho accennato prima e più ambizioso è il romanziere, più sentirà che la storia che mette alla prova le sue energie è quella contemporanea (e dalla storia attuale le facili semplificazioni sono tutte bandite). Ora, Tolstoj era immensamente dotato e tremendamente ambizioso e Guerra e pace può esser definito come un prolegomeno, uno studio preparatorio per un altro libro che il conte non riuscì mai a scrivere pur ritenendolo l’unico meritevole: Scrivere la storia genuina dell’Europa attuale – che è lo scopo di una vita intera. E tanto più perché mentre leggeva gli storici di professione suoi contemporanei li trovava colpevoli, così tronfi e sicuri, così disattenti, superficiali insomma come nemmeno un romanzo di infimo grado può permettersi di essere. […]

Al lettore medio riesce difficile capire sino a che punto Tolstoj distorce il ritratto di Napoleone. Però se osserviamo Tolstoj al lavoro in un ambito in cui lo conosciamo meglio potremo capire la sua tecnica satirica. Per svariati motivi Tolstoj disapprovava l’opera. Nel libro VII ai capitoli 8 e 9 Tolstoj descrive Natasha all’opera. Descrizione perfettamente veritiera se non fosse per una sola piccola omissione – vi dice esattamente quel che sentireste anche voi all’opera se foste belli ricchi, intelligenti, con una vista perfetta e senza bisogno di lenti. Sentireste tutto questo; restando sordi come campane. Questa tecnica di sottrazione Tolstoj la ereditava dagli scrittori del secolo dei Lumi e per nostra sfortuna ci restituisce degli esseri umani immaginari, per metà puramente razionali e del tutto liberi, per l’altra metà puramente emotivi in quanto creature mosse da forze cieche. Ma questo scrittore dopo la satira vuol fare della filosofia e gli tocca riunire le due metà delle sue creature. Così arriva a discutere di libero arbitrio e determinismo da posizioni abbastanza assurde – arrivando per esempio a dire che meglio si capisce la ragione per cui un uomo agisce e meno libero vi sembra il suo gesto, e quindi più si risale indietro nel corso della storia e più tutto sembra condannato dalla fatalità perché non si riesce a immaginare quel che potrebbe essere il nostro presente se le cose non fossero andate proprio in quel modo. […]

Se è vero, come sostiene Mr Berlin, che gli uomini si dividono in volpi o ricci, allora li si potrebbe anche differenziare secondo il sistema di Lewis Carroll. Nel secondo capitolo di Alice nel paese delle meraviglie leggiamo: “Certo – disse Alice – che non sono Ada perché i suoi capelli sono tutti ricciolini e io li ho tutti lisci; però io non sono nemmeno come Mabel, perché lei sa molto poco in confronto a me! Ma ora non ricordo nulla! (e incomincia a piangere) Non voglio andare a vivere nella stessa casetta di Mabel, senza giocattoli, solo a studiare! Ho deciso: se devo essere come Mabel, piuttosto rimarrò qui sotto, nella tana del Bianconiglio!”.

Avremo quindi le Alici e le Mabel.

Alici:

– Tucidide

– Orazio

– Leibniz

– Jane Austen

– Giuseppe Verdi

– Henry James

– Tolstoj

E specularmente, le varie Mabel:

– Tacito

– Giovenale

– Schopenhauer

– Richardson

– Wagner

– Dostoevskij

– Joyce

Tutte le Alici hanno i nervi saldi. Quando arriva a descrivere un linciaggio o una punizione per frustate, Tolstoj è freddo e obiettivo al pari di Omero. Quel che lo sciocca di più della natura umana non è tanto il suo amore per la violenza, la sua capacità di arrivare a fondo nell’odio, quanto semmai la stupidità servizievole, appassionata, la preferenza delle illusioni rispetto alla realtà. […]

Dietro i suoi capitoli sui fatti storici, voi sentite la furia perplessa di Tolstoj nel momento in cui non riesce a trovare una spiegazione soddisfacente sul “perché” degli avvenimenti. È infuriato perché non capisce e altri piccoli ridicoli uomini presumono invece di farcela. […] La sua teoria arriva alla conclusione che gli fa trasformare la residenza di campagna in una Nuova Gerusalemme, sprezzando con un’arroganza fantastica, da aristocratico, sia i tempi che gli uomini. Quel che mancava a Tolstoj non era tanto la visione d’insieme (“il riccio”) quanto l’umiltà. È ben vero che Alice deve scendere la tana del Bianconiglio dicendo a se stessa di non essere come Mabel: ma quando arriva a sostituirsi alla Regina, ha perso la sua fermata.

W.H. Auden

Tratto dal New Yorker, 25 settembre 1954; traduzione di Andrea Bianchi

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