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Dal Caos al Cosmo (contro il politicamente corretto). Dialogo con Roberto Floreani

Il libro, va detto, non nasconde la propria identità marziale, la natura di uno spazio – un tatami limpido, esatto, crudo – di lotta. La costellazione di autori citati, audaci maestri – Paul Celan, Emil Cioran, Andrea Emo, Velemir Chlebnikov, Carmelo Bene, tra gli altri, specie di controcanone, un controcanto al pensare dominante – e la nitidezza di certe ammissioni (ad esempio sull’“Epoca caratterizzata simmetricamente da un progresso tecnico-scientifico dominante da un lato, e da un regresso dal versante culturale, sociale, umano, relazionale, dall’altro, oltreché da un impoverimento complessivo dello spirito, in favore di una dedizione totale al consumismo incondizionato, cinico e acefalo”, la nostra), fanno di Astrazione come Resistenza (De Piante, 2021; a inaugurare la collana ‘I Talenti’) un libro da usare più che da consultare. Roberto Floreani vi coagula, cioè, la ricerca storica (tra i suoi saggi va ricordato Umberto Boccioni. Arte-Vita, Mondadori Electa, 2017) e la perizia artistica (è tra i grandi astrattisti di oggi): il libro ha l’armonica violenza di un gesto. Floreani, cioè, attraverso uno studio che intende, in primo luogo, assegnare la primogenitura dell’astrazione a Giacomo Balla e non più a Kandinskij (per ragioni d’indole e d’indubbia consapevolezza, non certo per vaghi nazionalismi), mette a critica il sistema dell’arte – dunque, dell’esistenza – odierna: il dominio del dio mercato; la schizofrenia di un consumo insipido, vacuo dell’opera; l’epica episodica, edonistica della cosiddetta Post-Arte. “Porsi domande significa non omologarsi seguendo pedissequamente la corrente, che, nel caso specifico del nostro tempo, esige invece disciplinata devozione, pena la condanna, anche violenta, da parte del circo mediatico innescato dai social, che rispondono ciecamente al credo diffuso del politicamente corretto, orientati troppo spesso al superficiale e al superfluo, se non acriticamente all’inutile, per stessa ammissione della comunità che ne fa uso”, scrive l’artista. L’arte, se autentica, non ripara – affonda; l’arte propone una visione del mondo, riguarda un’ascesi – foss’anche tra basiliche di fango –, pretende il crollo delle sicurezze in favore della perizia, della milizia in una regola. L’arte, certo, è anche il suo pubblico (su cui Floreani concima parola da meditare: “Smarrito così il significato stesso del rilievo dell’opera, della stessa identità dell’autore e della sua provenienza originaria, tra plagi, provocazioni, sdrammatizzazioni, depistaggi e amenità varie, il fruitore, non identificando più il bandolo della matassa, si mimetizza, esimendosi dall’esprimere un’opinione, nel timore, fondato, di non aver nulla da dire”), ma è soprattutto la postura di un uomo che si dispone all’opera, a sfidare gli ignoti. Su quella soglia, l’opera d’arte ci pare davvero una voragine, eco celeste che ci mastica, l’icona in fondo alla stanza. Ecco, Floreani riporta l’artista al suo rango – l’arte al suo pericolo.

Astrazione come Resistenza: ne sintetizzi i toni, i metodi, i rilievi.

Il saggio affronta molte tematiche in modo anti-neutrale, volendo impiegare un vocabolo futurista, collegandole tra loro anche se appartenenti ad ambiti apparentemente diversi. Documento in modo dettagliato la primogenitura dell’Astrazione, assegnandola Giacomo Balla e togliendola a Vasilij Kandinskij: analisi che conduce anche alla valorizzazione di quella Via italiana all’Astrazione, che da quella primogenitura (1912) si sviluppa, fino ad oggi, percorrendo quella Storia eroica evocata dal filosofo Jean Baudrillard nel suo saggio Il complotto dell’arte. Porto poi l’attenzione sulla ricerca di molte artiste dimenticate dalla storia, che si riveleranno invece decisive per le sorti dell’arte del Novecento. Denuncio la de-spiritualizzazione del contemporaneo, indicando la possibilità di una resistenza grazie anche al contributo di grandi pensatori, filosofi, storici e sociologhi quali Baudrillard, Gadamer, Clair, Lipovetsky, Virilio, Solgenitsin, Wuneburger, Reale, Bene, Majorino, Fini e molti altri. Un vero esercito, ma evitato con cura dalla comunicazione, che continua a propinarci un pensiero, il più delle volte effimero e a senso unico, avvelenato dal politicamente corretto. Poi, servendomi anche delle nozioni economiche derivanti dai miei studi, affronto il fenomeno dell’arte economicamente vincente di oggi – che chiamo convenzionalmente Post-Arte – i suoi meccanismi mutuati dalla finanza e dalle strategie delle multinazionali, fino alle soglie attualissime della Crypto Art e dei Bitcoin, dove appare evidente l’estremizzazione della quotazione, del prezzo, rispetto al valore effettivo delle opere. Perfettamente in linea con la spettacolarizzazione, o meglio la riduzione a spettacolo, della società contemporanea evocata da Guy Debord, con il suo celebre testo La società dello spettacolo, datato, vale ricordarlo, 1967.

Intanto, giochiamo tra i termini, che dicono tutto. Astrazione e non Astrattismo. Perché?

A dire il vero, impiego entrambi, senza una particolare gerarchia. Il significato che attribuisco ad Astrazione comprende, in realtà, un significato più ampio, altre valenze di natura filosofica e sociale. Astrattismo riguarda invece la sua identificazione in ambito artistico, rispetto alla figurazione o al Concettuale.

Una sfida tra giganti. Giacomo Balla vs. Vasilij Kandinsky. Su cosa basi le tue conclusioni?

Ci sono state, negli ultimi 40 anni, molte precisazioni sull’Espressionismo di Kandinskij, che, in realtà, approda ad un Astrattismo consapevole solo dal 1920-21, data ben lontana dal 1910 rivendicato con il suo famoso acquarellino. Tuttavia nessuno degli osservatori ha poi tratto le conseguenze, cambiando la cosa essenziale: ovvero la gerarchia sulla primogenitura dell’Astrazione. In tutta sincerità, non credo che la stessa dichiarazione fondativa di Kandinskij sull’Astrattismo, la più ponderosa novità del Novecento, possa essere ancora sostenuta da quest’affermazione: A Monaco un giorno, aprendo la porta dello studio, vidi dinanzi a me un quadro incredibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito, ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel suo contenuto e fatto solo di macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro che avevo dipinto io e che era stato appoggiato sul cavalletto capovolto […] Quel giorno però mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi, era dannoso ai miei quadri.

Giacomo Balla, Compenetrazione iridescente

Per contro, Balla realizza consapevolmente le Compenetrazioni iridescenti nel 1912 (data certa), calzante primogenitura di quanto l’Astrattismo svilupperà nel corso dell’intero Novecento, con autori formidabili come alcuni futuristi, i suprematisti di Malevič – cui dedico una forte attenzione nel testo –  o del gruppo De Stijl di Mondrian o, per restare in Italia, il Gruppo Como, quello della Galleria del Milione, l’Art Club, il MAC e l’Astrattismo classico fiorentino. Opere che saranno contestualizzate da Balla con testi inequivocabili e seminali a supporto, quali Tutto di astrae (1912). Tesi avvalorata inoltre dal fatto che lo stesso Balla sarà il primo realizzatore anche delle sculture astratte (Complessi plastici), nonché inventore del moderno design, come la pirotecnica Casa Balla dimostra ampiamente, dove l’arte astratta viene applicata alla realizzazione dei pavimenti, dei muri, degli armadi, letti, tessuti, stoviglie, lampade, finanche alle grucce e agli abiti. Senza forzature, si risulta evidente attribuire a Balla l’Astrazione (1912) e a Kandinskij l’Espressionismo Astratto (1913-14).

E quanto alle artiste dimenticate?

Ne analizzo, in dettaglio, tre: Hilma af Klint, antesignana dell’Astrazione esoterica, Marianne von Werefkin, ispiratrice di Kandinskij a diversi livelli, anche per quanto riguarda il suo testo più noto Lo spirituale nell’arte e Hilla Rebay, irrinunciabile e instancabile promotrice dell’arte (astratta, in particolare), ideatrice della collezione Guggenheim e quindi di tutto lo sviluppo sul contemporaneo che parte in quegli anni, nonchè dell’omonimo museo, affidato al genio di un altro teosofo: Frank Lloyd Wright.

Citi a più riprese la Teosofia e l’Antroposofia di Rudolf Steiner…

Il capitolo che dedico all’argomento supera le novanta pagine ed è il più corposo del saggio. Vista l’estensione, a mia conoscenza, è il più ampio in commercio dedicato al rapporto tra queste scienze ermetiche e l’arte. L’analisi parte dalla necessità di un anelito interiore, spirituale nel concepimento dell’opera, declinata poi dagli artisti, soprattutto di versante astratto, nella Teosofia, nell’Antroposofia, ma anche nella Cabala ebraica (le Sette Torri Celesti di Anselm Kiefer, all’Hangar Bicocca di Milano) e nella Teologia cristiana e cattolica, come le figure di Josef Albers e Mario Radice testimoniano.

Rudolf Steiner dinanzi al plastico del Goetheanum, nel 1908 (circa)

Quando ricordi: La possibilità che l’opera possa veicolare anche un messaggio di natura spirituale, affermi quindi che l’Astrazione si lega, anche, a una ricerca interiore, esoterica: in che modo? È ancora così? Intendo: l’Astrazione si connota ancora come una disciplina, una ‘rivelazione’?

Nel saggio, ricordo le stesse testimonianze dei protagonisti, valorizzando quindi anche la funzione consapevolmente teorica dell’artista. Testimonianze di versante spirituale che sono presenti nei maggiori astrattisti del Novecento, ma ancora attuali in Sean Scully, Peter Halley, Anselm Kiefer, Lawrence Carroll, sulla scia della trentennale didattica europea prima, e statunitense poi, di Josef Albers, che amava definire le sue opere Sublime Objects. Orientamento, per quanto mi riguarda, dichiarato fin dalla mostra personale Ritorno all’Angelo, realizzata al Museo Revoltella di Trieste nel 2003; progetto espositivo in cui, non casualmente, ho presentato per la prima volta i Concentrici, sigla espressiva dominante nelle mie opere, ancor oggi.

È quindi un libro d’impronta storiografica ma, allo stesso tempo, di grande attualità?

Ho combinato i due aspetti, rivendicando quindi anche una funzione sociale dell’artista, in grado d’incidere soprattutto per quanto riguarda la resistenza alla deriva materialista del contemporaneo.

Autobiografico?

Anche se può apparire paradossale, ogni quadro astratto è, ad ultima istanza, un autoritratto (interiore) di chi lo ha realizzato. La Linea italiana all’Astrazione di cui parlo è la mia storia: ricerca che combina la sensibilità informale legata all’elaborazione minuziosa della materia, organizzandola con la geometria dei Concentrici. Dal Caos al Cosmo, così secondo gli antroposofi.

Estetica / etica. A un certo punto scrivi: L’opera è quindi un atto di responsabilità, che divide il tempo del prima dal tempo del poi, è una soglia, un crinale, una testimonianza che l’artista lascia di sé allo scorrere del tempo, conoscendone lo svolgimento, il percorso a volte tortuoso, ma inesorabile.

Il passaggio citato può essere considerato riassuntivo dell’intero percorso del saggio, dove rivendico il ruolo teorico nella lettura di ciò che ha preceduto la mia ricerca, dove la realizzazione dell’opera nasce da un’urgenza espressiva, che elaboro per essere compiutamente testimone del mio tempo.

Kazimir Malevich: Ultima Esposizione Futurista 0.10, San Pietroburgo 1915

Nel libro non lesini critiche al ‘sistema dell’arte’, prima ideologizzato poi – ora, oggi – schiavo del metro di misura del mercato. Qual è il cuore del problema?

Cerco di affrontare l’argomento senza inutili moralismi o prese di posizione. Il punto centrale di oggi è la commistione tra finanza e arte, che ha completamente snaturato i fattori che caratterizzavano l’opera e il suo valore. L’opera viene così trasformata in una semplice merce da promuovere, il più delle volte al servizio di argomentazioni strategiche che esulano dalle stesse intenzioni degli artisti che le hanno prodotte, comunque organiche al politically correct più stretto. Così facendo, quel che viene battezzata arte contemporanea, non precede più il gusto diffuso, diventando invece, grazie ad una comunicazione milionaria e martellante, una contraddittoria “avanguardia di consenso”.

Qual è l’opera che a tuo avviso rappresenta il secolo dell’Astrazione, che in sé racconta e raccoglie un’epoca (e perché)?

Dovendo debitamente ricordare le Compenetrazioni iridescenti di Balla, che ne sono state l’inizio, penso possa essere citato il Quadrato Nero di Malevič (1915), cui dedico un’analisi approfondita; opera che rappresenta una potentissima sintesi pittorica-concettuale, affrontando la tematica dell’Assoluto e che contiene – seppur inconsapevolmente, visto l’orientamento ateo dei Suprematisti – il forte messaggio spirituale della Grande Russia. Unica opera che sarà posizionata in mostra nell’angolo, trasversalmente, dove abitualmente domina l’icona del Santo.

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