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L’opera d’arte della Fase 2 rischia di essere il deretano di Asia Argento. Torna il fenomeno “Assarabas” a salvarci: la maschera di un demone (e la Preparazione H) nel frigorifero vuoto. Quasi un avvertimento…

Il deretano di Asia Argento rischia di essere la prima opera d’arte della Fase 2. La diva, usa a ostentare la ferocia inferiore, in favore di Instagram, si fotografa il didietro, tonificato dalla clausura, con putiferio di tatuaggi, e, si legge, “perde 3mila follower” – che starebbe per seguaci, sudditi, insomma, fanatici e come tali umorali. Mai svelare le proprie doti remote: l’invidia – o il senso del giusto, del buon gusto – non perdona. D’altronde, se l’arte è ciò che allontana – non crea seguaci ma turbati, inghirlandati di pregiudizi – il lato altro di Asia Argento è la prima opera d’arte della Fase 2.

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Piuttosto, Rosario Flores. Rivista recentemente in Parla con lei di Almodóvar: la donna di inflessibile bellezza che gioca con il toro, belva che sbava ai suoi piedi la propria esigente potenza, massa nera, meteora, forza oscura, soggiogata dai gesti eleganti, nitidi, violenti, dalla danza della donna. Arte nuda, cruda: c’è più eros nel polso di Rosario che nel deretano di.

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Con il 25 aprile si è liberato – ecco l’evento – il gruppo artistico “Assarabas”, attraverso un gesto arcaico, a colpi di selce: una fotografia, d’ispirata provenienza, e la parola magica, vergata in spray, Assarabas. L’episodio, dal cronometro settimanale – di martedì, il secondo giorno, quello in cui viene eletto il firmamento –, è sporadico, ha evidenza di capriola. La Storia, reperita in fotografie d’archivio, viene sbugiardata nel suo gesto grottesco – oppure in corrucciato eroismo. “Assarabas”, va ricordato, ha origini tra il magico e il sogno – alla ragionata tracotanza greca preferisce i singulti di Tracia e le cavalcate in Scizia – ma si consolida, nel 2014, intorno a un libro anti-teorico, Il caso come tecnica dell’arte, firmato da Alicia Sander. Il ‘movimento’ – che poi è fluttuare organico, gargarismo di giaguaro – produce un film, L’Exploitant – che mostra alcune sequenze del funerale di un importante produttore di cinema – mostrato provocatoriamente a Cannes. Evocato dalla necessità, il gruppo svanisce, come il felino dopo l’assalto – è parso un vento, un fulgido odore. Ora, in tempi ulteriormente torbidi dove l’eroe è prezzolato e l’artista, ben stipendiato e cortigiano, si finge ribelle, “Assarabas” ritorna.

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Assarabas, piuttosto, è canto liberatorio, inno alle estremità, la formula che dischiude il principio dell’infanzia, l’inquietudine bianca. Bisogna urlarlo in mezzo alle piazze, Assarabas!, che pare il nome di una città esotica – Samarcanda – di un re incarognito in pietra – Assurbanipal – ed è sarabanda onirico ma anche grido di guerra, state attenti, sull’attenti. Assarabas è l’incontenibile del nonsenso, l’incontentabile, l’incontrastata esigenza di essere unici in un tempo che ci relega a numeri, a schedine elettorali e sanitarie, è la rivolta, l’eremitaggio e financo il pugnale. Assarabas è formula incantatoria più frugale ed efficace di Abracadabra, è il nome di tutti i nomi, l’esplosione grammaticale, il verbo che rabbonisce gli orsi e tramuta i feroci in pacifici, che placa le tempeste e saggia il desiderio dei boschi. Assarabas dovrebbe essere scritto, come formula di sanità e di spavalderia, sui muri delle case, per dare statura alla nostra barbarie.

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L’ultimo lavoro di “Assarabas” è una fotografia, appunto. Il frigorifero è spalancato, come un tabernacolo. Un uovo, mezzo limone, un tubetto di Preparazione H, giusto per aggiustare il didietro. Al centro, una maschera di fattura Walser, di un demone silvestre, al carnevale sciamanico. Come dire: ci avete ridotto alla fame, ma fate attenzione, perché nel refrigerio del nostro cuore si agita il demone ancestrale, e la follia è maestra della ragione. Un avvertimento. Un sovvertimento.

Giovanni Zimisce

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