07 Maggio 2022

“Sbavando la fede stupida e accattona”. Una poesia di Arthur Rimbaud

I poveri in chiesa

Abbandonati tra panche di quercia, agli angoli della chiesa
Puzzolente che il loro respiro scalda, tutti i loro occhi
Verso il coro raggiante e la maestria
Di venti bocche urlanti gl’inni devoti;

Respirano come un profumo di pane l’odore della cera,
Felici, umiliati come cani picchiati,
I Poveri al buon Dio, capo e signore,
Porgono i loro oremus ridicoli e testardi.

Per le donne, è un sollievo lustrare le panche,
Dopo i sei giorni neri in cui Dio le fa soffrire!
Cullano, arrotolati in strane pellicce,
Delle specie di bambini che piangono a morte.

Con le lerce tette di fuori, queste mangiaminestra,
Che pregano con lo sguardo senza mai pregare,
Guardano con perfidia sfilare un gruppo
Di bambine con i loro cappelli deformi.

Fuori, il freddo, la fame, il marito che si diverte:
Qui, va bene. Ancora un’ora; dopo, mali all’infinito!
‒ In giro, nasale, sussurra contro
Una collezione di vecchi bargigli di tacchino:

Quei mostri ci sono e quegli epilettici
Da cui ci siamo allontanati ieri ai bivi;
E, affamati col naso dentro antichi messali,
Quei ciechi che un cane porta nei cortili.

E tutti, sbavando la fede stupida e accattona,
Recitano il lamento infinito a Gesù
Che sogna di sopra, ingiallito dal livido vetro colorato,
Lontano dai malvagi magri e dalle brutte pance,

Lontano dall’odore della carne e vestiti ammuffiti,
Prostrata e oscura farsa dai gesti ripugnanti;
‒ E fiorisce la preghiera di espressioni scelte,
E le misticità assumono toni urgenti,

Quando, dalle navate dove il sole muore, in pieghe di seta
Banali, con sorrisi verdi, le Dame dei quartieri
Illustri, ‒ Oh, Gesù! ‒ malate di fegato
Fanno baciare le loro lunghe dita gialle alle acquasantiere.

1871

Arthur Rimbaud

***

A leggere questa incredibile quanto realistica poesia di Arthur Rimbaud, il pensiero vola subito a quei cliché di povertà che ho sempre incrociato per le strade della mia vita. O meglio, a quei poveri e a quei barboni costretti ‒ per miseria, se non per scelta ‒ a dormire tra le loro coperte sudice e i cuscini neri e sporchi, sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele o tra le scale mobili della Stazione Centrale di Milano; come pure tra i portici del centro città torinese, dove gli abbagli delle vetrine luccicanti alla moda, stonano con la polvere e la cenere di uno sbadiglio e di sguardi spenti verso qualsiasi ignoto. Eppure, nemmeno la bellezza o la fantasia delle famose luci d’artista arriveranno mai a soffocare il grido acuto ma silenzioso di esseri umani che vivono di nulla, ai margini del tutto, avvolti ‒ d’inverno ‒ nel freddo più profondo che sa d’indifferenza.

Li ho visti, anche, questi poveri, transitare e dormire per i labirinti di un grosso ospedale nel quale anni fa lavoravo. Essi sono ‒ invisibili ‒ ovunque. E dopo un’occhiata di passaggio, ritorniamo a noi stessi: li dimentichiamo lì, sul selciato, nel buio intransigente. Oppure, appaiono improvvisi, come fantasmi, a chiederti l’elemosina; o li scruti come ombre all’interno di chiese, dove stanno al riparo da un freddo ormai sfinito dalla primavera, altrimenti cercando rifugio da un virus che tuttora pervade le strade del mondo.

Tuttavia, Les pauvres à l’église (questo il titolo originale della poesia), fa parte del gruppo di composizioni che il poeta spedì a Paul Demeny il 10 giugno 1871. E a ben vedere, se vogliamo approfondire la questione, la nota su questa poesia ricalca temi ben più profondi, che ci aprono scenari, a prima vista, inimmaginabili.

Difatti, Rimbaud riprende la polemica antireligiosa, ma stavolta la divinità distante e livida è rapidamente liquidata, come se il poeta ritenesse che la faccenda non meriti più un’attenzione eccessiva, per lasciar posto a una descrizione sarcastica della stupida passività dei poveri, della loro bavosa fiducia nella pietà superna, della loro vile abdicazione morale e umana.

Però, tuttavia e tutt’altro, Rimbaud scopre che anche gli “umili” possono avere una loro dignità, ma solo nella rivolta, una loro storia pubblica, cosciente e attiva, ma solo nel rifiuto dell’oscurantismo religioso. Non è un caso, dunque, se alla fine della poesia troviamo un’acida raffigurazione delle Dame dei quartieri alti, fegatose e manierate. Rimbaud le ha affiancate ai rifiuti della società, sia per sottolineare l’assurdità della comunione interclassista in Dio, sia per indicare la direzione che deve assumere la rivolta, sia infine per denunciare l’intima complicità che lega il Dio dai “calici d’oro massicci” e i potenti della terra di fronte al trasudante bestiame umano. Dio, questo Dio cattolico e ottocentesco, è un borghese furbo, sprezzante e ghiotto.

C’è appena bisogno di indicare che questa non è certo una scoperta rimbaudiana, ma giova aggiungere che l’evocazione è tracciata con un’arte efficace del segno e del contrasto che in parte riscatta l’evidenza del discorso e la brutalità dei sarcasmi.

Ma cos’altro dovrebbero fare i poveri, ieri come ora, se non essere se stessi anche loro, tra miasmi di ubriacature, urla e sbagli inimmaginabili. Cos’altro dovrebbero raccontarci nei loro sguardi attoniti, se non il presentimento inquieto di un aiuto che forse, oppure mai, tarderà a venire.

(Giorgio Anelli)