Come si sa, il solo Napoleone cinematograficamente accettabile è il Napoléon di Abel Gance. Lo hanno detto in tanto, pressoché tutti, io lo lascio dire a Carlo Miccichè che l’anno scorso, prima dell’eco napoleonica di Ridley Scott, ha scritto un libro brillante, sportivo, sagace, Essere Napoleone (Ares, 2022):
“Il Bonaparte visto da Gance, in questo abbraccio totalizzante, è senza eredi diretti. Non è detto che questo sia un male in sé ma certamente è un dato ingombrante con cui fare i conti nell’analisi di tutta la filmografia successiva”.
Fine delle polemiche. Il film di Gance, uscito nel 1927, assembla 330 minuti di muto. Come si sa, tra gli interpreti del film – a parte l’istrione Bonaparte Albert Dieudonné – spicca, nella parte di Marat, Antonin Artaud. All’epoca, Artaud faceva parte del club surrealista, aveva pubblicato – nel 1925, per Liebovitz, Parigi – Le Pèse-nerfs, si era dato al cinema sperando in dignità artistica e ascesi cristica:
“Al cinema, l’attore non è che un segno vivente. Egli solo è tutta la scena, il pensiero dell’autore”.
Artista crocefisso, telecamera stimmate, cinema Golgota. Nell’insignificanza della parola, il corpo è unico segno – verbo/membro –, calligramma del creato.
Ad ogni modo, la carriera cinematografica di Artaud si blocca: il poeta furibondo vorrebbe interpretare il protagonista di La Chute de la maison Usher, il film di Jean Epstein del 1928, perché “So comprendere Edgar Poe… e se c’è un personaggio che ho nella pelle è il suo. La mia vita è quella di Usher nel suo sinistro tugurio. Ho la peste nell’anima dei nervi, e ne soffro” (così a Gance, il 27 novembre del ’27). Il ruolo va a un altro (il solido teatrante Jean Debucourt); per Artaud si apre la strada per collaborare a La Passion de Jeanne d’Arc di Dreyer. Abel Gance lo vuole con sé in Mater Dolorosa (1932) e Lucrèce Borgia (1935), ma ormai Artaud ha gettato nel sepolcro l’idea stessa di cinema. “Il mondo cinematografico è un mondo morto, illusorio, lacerato. Il mondo del cinema è un mondo chiuso, senza alcun rapporto con l’esistenza”, scrive nel 1933 su “Les Cahiers jaunes”.

Da tempo, aveva rotto coi Surrealisti, rei di ingravidare la rivolta artistica nella Rivoluzione politica, di inginocchiarsi ai re del mondo, fasulli come tutti. Poco dopo, in una specie di salvifico massacro, Artaud chiude anche con il teatro: nel 1936 intraprende il viaggio in Messico.
Pare che appena qualcosa trovi un significato – nel 1938 esce per Gallimard Le Théâtre et son double –, ritorni insignificante, per Artaud; una volta che l’enigma si rivela in formula, è sconfitto; appena scorto, il dio va decapitato.
In questo senso, la morte di Marat rappresentata al cinema da Artaud – secondo i dettami iconografici di Jacques-Louis David – simboleggia il carisma stesso di AA. Lo sguardo estatico, rivolto al cielo – e non reclino, come da pentagramma pittorico; pare una Teresa d’Avila più che un vile Marat, piuttosto, con tanto di angelica freccia – è l’estrema, paga, rivolta. Il coltello nel cuore non raffigura la ‘società’ che ha ucciso l’artista, ma l’artista che si fa spezia, specialità per i corvi del giorno, eucaristica opera. Artista che non si concede e si offre. Il sangue sul telo è l’unico sonetto; la capsula in cui il corpo è reclino pare croce, sepolcro, shuttle. Quello non è un corpo morto, tanto meno martoriato: è carne irraggiungibile, estremismo della purezza.
In quel torno d’anni, per altro, Artaud aveva incendiato – secondo il diktat poetico di Rimbaud – la propria lingua, che languisce, pia preda, fraudolento predone, nei dizionari d’uso comune. Insieme a Michel Leiris, sul terzo numero de “La Révolution Surréaliste” (aprile, 1925) sottoscrive un “Glossaire” di pindarica potenza – qui tradotto. Il linguaggio ha lignaggio diverso da quello che gli assegnano – per consuetudine ed etimologia, scienza da imbonitori di folle, da forcaioli dell’io – i dizionari e i linguisti, dotti indottrinanti; la parola, piuttosto, decritta l’ignoto, circuisce l’irragionevole, ambisce alla demenza.
Ricostruire la lingua patria a motivo delle proprie ispirazioni, polluzioni verbali. Un esercizio napoleonico. Il resto, è fuffa filmica.
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Glossario: serrare le glosse
A
ACQUARIO: la morte scopre l’altro lato dell’essere.
AMAREZZA: il mare pieno di schiuma. Sento l’odore del mare.
ANELLO: angoscia di perdere le narici.
C
CADAVERE: il lucchetto si apre: è Le Havre, il catasto delle nostre labbra.
CALICE: un cilicio di petali.
CAPELLI: forziere di desideri furtivi che rubano la carne.
CIELO: sei lei? o lei? ri-eccola, la lei irrilevante
CLAUSURA: il chiostro o il carcere, una legge.
COSCE: forbici affilate, forbite e nude.
D
DECIMARE: distruggere le cime.
DEFINIRE è disperdere. Dilemma della demenza.
DENSITÀ: a denti stretti: le pietre della città. In quale luogo saremo risorti?
DOMINARE: delirio derisorio, dedalo decapitato.
E
ECLISSE: ellisse della chiarità.
ESCLUSO: fioritura di rotte serrature, se avessimo osato!
ENIGMA: il ghiaccio nella Geenna. È una diga o una doga?
ENTRATA: l’antro del corpo, il suo sottobosco.
ERE: l’aere che respiriamo, la nostra area d’azione
ETÀ: tavolo, senza coltelli.
EVASIONE: fuori dai vasi, verso Eva o Sion!
F
FANTASMA: infante portato negli elmi.
FECONDARE: profondità delle fate, assecondare, assentire, sondare…
FIDANZATA: sfida ai figli dell’anno.
FEBBRE: sale il vigore, diffida delle labbra.
FILIGRANA: i fili degli organi, nostri legacci, granulari.
FIAMMA: l’anima affilata come una lama.
FIUME: primo fiore delle sponde.
FIORITURA: senza motivo, flottano le braci…
FULMINI: fuoco alle polveri, quando ci stordiranno?
FREDDO: fisso, rigido.
G
GHIACCIO: miraggio che si incrina. Ci abbraccia.
GIOCO: il falò della gioia, la gioia del falò.
I
INGENUO: genio a nudo.
L
LINGUAGGIO: lento bagaglio della mente.
LINGUA: matrice di ali, come la lampa lo è dell’asta che la sorregge.
LEGGENDARIO: accumulare le pietre di un tempo, dure o leggere.
LUCIDO: Lucifero delle spade, a che il suicidio?
LUSSO: l’usura del lusso erra carnale.
M
MARMO: immutabile albero delle vene.
METAMORFOSI: malattia metafisica dei morti.
MIGRAZIONE: emicrania degli uccelli.
MINERALE: nervi induriti dai rantoli, pietra terminale.
MURAGLIA: mura mature, minate da faglie e crepe.
N
NUMERO: negata ombra.
O
ORBITA: curvatura, alba di ovaie.
ORIGINALE: le ossa nascono rigide: acclama.
OROLOGIO: fuori dal quadrante, ora abrogata.
OSSARIO: satura acqua materna, deponi la tua struttura!
P
PROSPETTIVA: l’occhio penetra, luce attiva.
R
RADICI: originaria sinuosità delle razze.
RELITTI: pavimentano il mare.
ROVINA: apri il tuo burrascoso burrone, la tua valva, la tua vagina.
RIVOLUZIONE: la soluzione di tutti i sogni.
ROSARIO: l’erosione di ogni preghiera.
RUMORE: nebbia di brusii che muoiono al fondo della via.
S
SAPORE: il dolce della lava.
SCINTILLA: estinta, celebre e appena alata.
SEPOLCRO: urna che separa, dove mi purifico.
SEPOLTURA: sarà presto legato alla linfa?
SOSTANZA: succo dell’esistenza.
STEMMA: sangue e acqua.
STRATAGEMMA: ingegnosi, stratificati piani.
SUICIDIO: certa idea di tregua.
T
TRAIETTORIA: traccia che resta, la tua storia.
TEMPORANEO: il tempo dei templi mi spaventa.
TRONO: i nostri crani lo sollevano, oltre i confini.
TRUCCO: rasenta i muri, mia musa ispiratrice.
U
UMANO: mano umida, bagnata. Conosci questa mano?
V
VERTICALE: l’inverso del giogo cervicale.
VEGETALE: gel di cellule.
VERBIAGGIO: prateria di parole senza vita.
VERTIGINE: verso quale litigio, mia ligia?
VOLO: V sbatte le ali, ha la forma di un rapace.
S-VOLTA: inclinata strada, così ripida!
Y
Y: forchetta caudina della morte. Mi ci ficco.
*
Una mostruosa aberrazione fa credere agli uomini che il linguaggio sia nato per facilitare le mutue relazioni. Con tale scopo di utilità si redigono dizionari, dove vengono catalogate parole con un significato ben definito e congegnato (credono), basato sul costume e l’etimologia. Ma l’etimologia è scienza vana, che non fornisce alcuna informazione sull’autentico significato di una parola, cioè sul suo significato peculiare, personale, che ciascuno le attribuisce secondo il beneplacito del suo spirito. Quanto alla consuetudine, è superfluo dire che è il criterio più banale a cui ci si possa riferire.
Il significato abituale e quello etimologico di una parola non insegnano nulla di noi stessi, perché rappresentano la frazione collettiva del linguaggio, ciò che è fatto per tutti e non per ciascuno.
Analizzando le parole che amiamo, senza preoccuparci di inseguire etimologie o significati bene accetti, scopriamo virtù nascoste, ramificazioni segrete che si propagano lungo i crinali della lingua, incanalate da associazioni di suoni, forme, idee. Allora il linguaggio si fa oracolo e ricaviamo un filo – per quanto tenue – che ci guida nella Babele della mente.
Michel Leiris
L’unica abilità a cui adibire il linguaggio, oggi: essere un mezzo di follia, di eliminazione del pensiero, di frattura, il labirinto dell’irragionevole, contro ogni DIZIONARIO dove i maestri della Senna canalizzano le loro contrazioni spirituali.
Antonin Artaud
*
Queste froge d’ossa e di pelle
dove cominciano le tenebre
dell’assoluto, la pittura delle labbra
che inchiodi come una tenda
E l’oro che glassa i sogni
la vita che dilava l’ossa
i fiori del falso sguardo
da cui giungi alla luce
Mamma mummia, mani pari
al fuso che sfonda le viscere
mani, ombra terribile,
figura di uccello
Tutto ciò che adorna la morte
come un aleatorio rito
borbottio d’ombre e d’oro
dove nuotano le nere viscere
Da lì ti raggiungo
per la calcinata via delle vene
e il tuo oro è il mio dolore
il peggiore e il più sicuro testimone.
(da: La Révolution Surrealiste, 15 Juin 1926)
Antonin Artaud