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Arcano elogio di Marcel Schwob, il costruttore di maschere

La storia ha l’odore di una beffa, ma forse è una parabola. Per motivi coincidenti a una esistenza vissuta sull’argine del caso, mi trovavo a Milano, davanti al portone della casa editrice La Vita Felice, per un appuntamento con Silvio Raffo. Il poeta provvidenziale, più tardi, sulla sua spider arancio, lungo la tratta Milano-Varese, con Giuni Russo in sottofondo, mi avrebbe intimato di vedere almeno due film: Il silenzio di Ingmar Bergman e Roulette cinese di Fassbinder (con chiosa: “cosa gli è saltato in mente di uccidersi a quello lì?, chissà quanti altri bei film avrebbe potuto realizzare…”). Quarant’anni fa, mi diceva Raffo, André Téchiné firma un film meraviglioso su Les Soeurs Brontë, con – rombo di tamburi – Isabelle Adjani, Isabelle Huppert, Marie-France Pisier, “nessuno lo conosce, guardalo!”. Naturalmente, so nulla, annuisco. Poco prima, però, il guru de La Vita Felice, con cui Raffo ha pubblicato l’ultimo libro di poesie, La ferita celeste, mi ha regalato un libro bellissimo. Il re dalla maschera d’oro. Raccolta di racconti miliare, pubblicato nel 1892, firma Marcel Schwob, in libreria tra qualche giorno. “Che trina di parole meravigliose!”, scrisse Léon Daudet al grande Marcel, intendeva complimentarsi. In effetti, quel lieve libro è un paradigma del ‘genere’, ammiratissimo da Jorge Luis Borges: nessuno come Schwob conosce il gesto bizantino di graffiare oro su chicco di riso. Il libro, per altro, è curato da Matteo Noja, che ricordo nei recessi della Biblioteca di via Senato, bibliofilo di platino, conosciuto qualche vita fa. Tutto è perfetto – infatti, il giorno dopo, nel trono del sedile del treno, mi leggo Schwob, fiero di scriverne, sognando i suoi stessi sogni.

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Eppure, ha avuto la meglio l’incubo. Insomma, ho amato talmente quel libro da perderlo, letteralmente. Torno a casa, lo cerco, non c’è. A dire il vero, a quel punto, cerco anche Vite immaginarie – non l’ho nella traduzione di Irene Brin, ma in quella di Fleur Jaeggy, per Adelphi – perché pare che sia divorato e vomitato da una specie di incantesimo. Non trovo neppure quello: Schwob è scappato dalla finestra di casa. In effetti, per uno scrittore come lui, la cui scrittura è un gioco di specchi, una tela di ragno, l’apparizione di un regno di nuvole sulla superficie di un lago, il destino di sparire è una grazia. Sarà.

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L’unico libro che riesco a trovare, in uno scaffale remoto, in prossimità di lavatrice, è Il terrore e la pietà, raccolta di “Racconti e scritti vari”, dietro cui alligna Calvino – “Mi sembra doveroso dichiarare che la raccolta antologica qui presentata corrisponde a uno schema stabilito da Italo Calvino e Claudio Rugafiori nel 1979”, dichiara Nicola Muschitiello – stampata da Einaudi, nella bella collana ‘Gli Struzzi’, nel 1992. In quella raccolta ci sono alcuni racconti tratti da Il re dalla maschera d’oro – precisamente: Le milesie, La Grande-Brière, Il paese azzurro, quest’ultimo dedicato a Oscar Wilde – ma non quello che ha folgorato la mia immaginazione, che dunque è inevitabilmente perduto. Questo articolo, dunque, si concentra su ciò che è perso, su un vuoto, su un buco in cui seppellire queste poche parole.

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L’edizione precedente de Il re dalla maschera d’oro e altri racconti è del 1983, traduzione di Maria Teresa Giaveri e Silvana Turzio, stampa SugarCo. Sfogliando qualche repertorio on line, risalgo al titolo del racconto che mi aveva così colpito. S’intitola Le imbalsamatrici. Con una scrittura domata, ferma, senza sfizi esotici, Schwob racconta di due viaggiatori che visitano un villaggio africano – etiope, mi pare –, ambrato di leggenda, abitato da sole donne. Costoro, di micidiale bellezza, fanno le imbalsamatrici: la descrizione del modo con cui, grazie a particolari uncini, estraggono il cervello dei cadaveri – maschi – dal naso e di come li sviscerano è accurata. Naturalmente, le fatali imbalsamatrici – un po’ amazzoni, un po’ sirene – pensano di tentare, con l’incanto del bello, i due, per scannarli. I temi sono evidenti: l’uomo pupazzo tra le mani della donna; la donna che dà la vita e ha potere di morte; la seduzione come incantamento letale. Il racconto starebbe bene sulle palpebre di Borges: il villaggio delle imbalsamatrici ha struttura labirintica, l’ipotesi dichiara che l’uomo, infine, non è che la contraffazione di una idea originaria, manipolata; il suo corpo è una falena.

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Il racconto mi fa andare a due avvenimenti della vita troppo breve di Schwob (che ricavo dalla Notizia biobibliografica di Muschitiello). L’anno prima di pubblicare Il re dalla maschera d’oro, Schwob, di famiglia benestante, si accompagna a Louise, “una giovane operaia, forse prostituta, malata di tubercolosi, di modi infantili, le cui lettere sgrammaticate lo riempivano d’incanto”. Schwob ha 24 anni, già sogna di regredire all’infanzia, che vede, per apparizioni, nell’ingenuità di una creatura ‘del sottosuolo’. Schwob ama con totale trasporto questo emblema d’innocenza: nel 1893 “Louise morì, stroncata dalla tubercolosi, nonostante le cure e la devozione di Schwob, il quale diventò come pazzo: piangeva ovunque si trovasse, non voleva mai essere lasciato solo, per paura che la morta potesse morire ancora”.

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La paura della solitudine come se, solo, scoprisse di appartenere a un’altra specie, non più umana; la possibilità che si possa morire continuamente. Nel 1895, un anno prima di pubblicare il testo più noto, La Croisade des enfants, Schwob si lega a Marguerite Moreno, attrice del Théâtre Français. Ancora una volta, Schwob si innamora di una maschera – la prostituta, l’attrice – e di una idea – gli inferi, il palcoscenico. A Marguerite, che in effetti gli restò al fianco fino alla morte, che accadde nel 1905, Schwob scrisse lettere di straziante potenza: “Farò ciò che vorrai – Capisci. Io non mi appartengo più – non ho paura di nulla – di una cosa soltanto – non lasciarmi mai – o uccidimi, prima di lasciarmi. Vorrei essere ucciso da te. Perché la morte sarebbe ancora te”. Il suo desiderio profondo è quello di morire integralmente nell’altro – d’altronde, la sua arte da scrittura è tutta nel trattenere e nel nascondere, nel levare e nel levigare. Anche il viaggio verso le Samoa, compiuto tra il 1901 e il 1902, in onore di Robert Louis Stevenson, malato, arde di un profondo desiderio di morte.

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Il breve saggio che apre Il re dalla maschera d’oro – che ho recuperato altrove – celebra l’idea letteraria di Schwob. “Ho scritto un libro dove ci sono maschere e volti coperti; un re con la maschera d’oro, un selvaggio dal muso di pelliccia, viandanti italiani dalla faccia appestata e viandanti francesi con un viso finto, galeotti con un elmo rosso, fanciulle invecchiate improvvisamente in uno specchio, e una folla singolare di lebbrosi, imbalsamatrici, eunuchi, assassini, indemoniati e pirati, verso i quali, prego il lettore di credermi, io non ho preferenze di sorta, perché sono certo che essi non sono così diversi tra loro… volentieri dirò che la differenza e la somiglianza sono dei semplici punti di vista”. Mentre lo scrittore contemporaneo ha per obbiettivo primo lo ‘smascherare’, Schwob aggiunge maschera alla mascherata umana. Non disvela ma vela, all’apparenza – in effetti, già il nostro volto è maschera, le nostre parole sono puro travestimento, pur travisate dagli altri. Lo scrittore intaglia le maschere per appropriarsi del rito della scrittura. D’altronde, nel discorso sul simile e il differente e il loro miscuglio – per lo scrittore tutto è nuovo, diverso, e a tutto si avvicina, si fa simile – è evidente la formula alchemica. (d.b.)

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