skip to Main Content

“Dicendo il mal di tutti, il vero espressi”. Riscopriamo Antonio Ghislanzoni: ha scritto il primo romanzo fantascientifico italiano, si scagliò contro l’usura prima di Pound, ha avuto una vita “bizzarra”, è morto oggi

Il 31 Luglio 1851 nasceva a Milano Emilio De Marchi. Il 16 luglio 1893 moriva il lecchese Antonio Ghislanzoni. Due autori tra i più importanti del XIX secolo italofono. Due autori tra i più satirici della scena letteraria italiana. La collana “Brianze” edita da Bellavite di Missaglia, provincia di Lecco, e ora rinata in virtù di una sinergia con l’editore La Vita Felice di Milano, negli ultimi anni ne ha riscoperto due intriganti novelle che meritano rilettura per il semplice fatto di esser quantomai attuali, ripubblicate in due volumetti a cura di Paolo Pirola.

*

Nato a Lecco, o forse, stando ad altre fonti, a Barco, frazione di Maggianico, dubbio tra queste due opzioni su cui sempre amò giocare, è in ogni caso sul lungolago del capoluogo lariano che si trova oggi un busto a lui dedicato dopo la morte che lo colse nella Bergamasca, dopo aver vissuto anche a Malgrate e Mariaga di Eupilio.

“Certo è che pochi scrittori italiani ebbero una vita più strana, più bizzarra e dirò più travagliata della mia”, ha scritto di sé, a ragione, nel 1884, nove anni prima di passare a miglior vita e, mazziniano, antiborghese e anticlericale, di farsi cremare.

“Dicendo mal di tutti, il vero espressi”, recita poi Il mio epitaffio, d’autore consapevole dei toni spesso aspri e provocatori, membro esemplare della prima generazione della scapigliatura milanese, movimento decadentista tutto lombardo, e che scrisse: “In Italia la letteratura è mal retribuita: io vivrò e morrò bohème”.

*

Ghislanzoni fu autore di versi raccolti nel volume Il libro proibito, edito nel 1878, nel quale il poema I nostri tempi, come prima Arthur Rimbaud nelle Illuminazioni, e in seguito Ezra Pound nei Cantos, si scaglia con forza contro il dominio del mercato e contro l’usura, ma senza sapere che nel futuro il delirio del progressismo che egli stesso aveva abbracciato avrebbe contemplato persino la compravendita degli embrioni umani: “La vera sintesi / Dell’età nostra / Con breve distico / Qui si dimostra: / Tutto si compera, / Tutto si vende, / E carta sudicia / Per ôr si spende”.

Fu il fondatore di diversi giornali e riviste, tra cui Cosmorama Pittorico a Milano e il Giornale Capriccio a Lecco nonché autore del primo romanzo fantascientifico in italiano, Abrakadbara, del 1884, e di due volumi di novelle, da cui è tratta Un apostolo in missione, accompagnata anche in questo caso a un sottotitolo scelto dal curatore che esplica anno e paesi in cui ha luogo, 1861 – Peripezie di un rivoluzionario milanese tra le scettiche genti di Canonica, Ponte d’Albiate e Besana in Brianza.

*

La vicenda parte veloce in treno, lungo una nuova ferrovia, su cui viaggiano il brianzolissimo ergo tirchissimo ufficiale Augusto Regola, il quale coltiva amici e parenti col solo scopo di poterli sfruttare come appoggio per le sue vacanze, razziandone le tavole assieme alla famiglia che tiene a stecchetto tutto l’anno, e il milanese Teobaldo Brentoni, il quale, in una terra lombarda assoggettata da pochi mesi dalle armi dei nemici sabaudi, in qualità di presidente della “Società della morte” decide di andare a fare un po’ di propaganda a viva voce, presso il popolo tradito, oppresso, conculcato, straziato, contro i reazionari e i moderati ancor “più vili, più schifosi” al fine di convertirlo, lui che è un finto pauperista, che in città vive più o meno segretamente da borghese ma opta per la terza classe “per darsi l’aria di democratico” e grida d’esser: “Col popolo!… io vado col popolo!… sempre col popolo!…”, perché si sente un apostolo del satanista Giuseppe Mazzini, e infatti sogna di “rigenerare, sollevare al livello di Dio” il popolo, ma solo una volta puntualizzato che “il popolo è meglio vederlo da lontano”, e che “i contadini non sono il popolo” in quanto “essi appartengono alla specie dei bruti” e non sono dunque il vero popolo.

Ma il pavido borghese, infoiato sobillatore di arcigni contadini, pescatori e locandieri, dopo una tirata contro il matrimonio in nome della purezza, della santità, della assoluta “virtù” che a suo avviso s’incarnerebbe nelle donne (“La società infino ad ora vi ha tenute schiave, avvilite, conculcate… […] ‘Abbasso il matrimonio!’ Non è forse questo, o fanciulle, il grido dell’anima vostra contristata […]?”), è presto messo a tacere e in ignominiosa fuga dai pragmatici brianzoli col loro senso della realtà…

“E non è forse questa la terra di Dante, di Machiavelli e di Galileo?”, chiede l’apostolo mazziniano Brentoni. “Signorno! Queste terre sono in parte del conte Taverna, in parte del signor Tinelli”, gli replica un brianzolo.

Marco Settimini

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca