07 Novembre 2020

“Ci fioriscono gli occhi, se ci guardiamo… C’è un enigma negli sguardi: scintille, frammenti di ghiaccio, scaglie di nonsense”

Esiste un frammento iniziale di una poesia di Else Lasker-Schüler che fa così:

Ci fioriscono gli occhi,

se ci guardiamo.

C’è dentro tutto il mondo ‒ quello vero ‒ in due versi. Ci si può amare per roba del genere. Ci si infiamma. Si rinasce all’improvviso. Gli occhi hanno bisogno di sguardi: che se venissero a mancare crollerebbe tutta la volta celeste. E se tra gli amati si accusasse qualsiasi distanza, ci penserà l’attesa a stemperarne la reciproca mancanza.

I nostri primi miracoli sono gli occhi, ché non c’è gioiello più bello nel quale fondersi. Guardare e guardarsi. Spiare come sottacere. C’è tutto un perturbamento nel dono più bello di Dio. Ci si può permettere di fuggire, insieme, in altri mondi. C’è un tu, e c’è un io, che si compenetrano negli intenti. Gli occhi sono battiti di farfalla, fiori nuovi; i nostri specchi più belli.

I colori dei nostri occhi sono i frammenti che vorrei regalarle, come scusa per dirle ti amo. Gli occhi sono gli attimi fuggevoli della nostra felicità. Che se mai piangessero, tutto sarebbe da ricomporre. Bisognerebbe entrare uno nello sguardo dell’altro, lasciarsi andare alla chiamata dell’angelo.

Abbiamo cristalli talmente delicati, da ricordare quelli di Boemia. Siamo lucciole nella notte dei nostri giardini. Abbiamo bisogno di cercarci. Ammantarsi di luce altrui: ecco il bisogno reciproco. Che è puro donativo.

Gli occhi andrebbero baciati, tenuti in uno scrigno; offerti al mondo intero. Ne vorrei farne collezione. Ma c’è una luccicanza, un papillotage, che ti fa scoprire per quel che sei. Siamo miracoli, prodigi, acufeni, pulsazioni dello sguardo.

Quando la luce della luna si rifrange al crepuscolo nei flutti flebili del lago, formando quella coda d’oro che, dallo stupore, ti fa spalancare gli occhi come la bocca; tu rimani disarmato. Ed è proprio in momenti come questi, nei quali vorresti non essere più solo, che balugina nello sguardo il pianto antico di un nuovo amore. Così io le parlo attraverso le parole. Tento di guardarla in altro modo. Tento di farlo in tutti i modi possibili. Perché la mancanza di uno sguardo, è forse segno di un volersi bene. Ma guardarsi per davvero, scombina gli equilibri.

C’è un enigma nello sguardo. L’anima si fa bella. Ci si cerca per diventare uno. L’anima accarezza il cuore dell’altro. Dunque il poeta vorrebbe scrivere di lei. Vedere per davvero il suo cuore. Capirla, facendosi carpire. Poiché infine gli occhi sono scintille, frammenti di ghiaccio, scaglie di nonsense.

Ci si può amare con uno sguardo? Di sicuro, lo rammento, ci si cerca. Ancor prima delle mani vengono gli occhi. Quelle sfere che baluginano come stelle nella tremenda notte arcigna.

Quando tutto viene a mancare, non si può che desiderare almeno uno sguardo gentile. Qualcuno che si china su di te e ti dice: non sei solo, ricordalo.

Ci fioriscono gli occhi, se ci guardiamo. Ci voleva una ballata ebraica per ricordarcelo. Ci voleva una poetessa. Occorre sempre una poesia, nel mondo, per ciascuno di noi. Per farci vibrare un’altra volta ancora, prima che finisca la giornata. Prima dell’ennesimo addio. Ancor prima di spegnere la luce e chiudere gli occhi.

Siamo come fiori, e angeli. Questo ha voluto dirci Else Lasker-Schüler, fuggendo dal mondo. Come due amori che si tengono la mano per la prima volta, e si baciano, con gli occhi.

Giorgio Anelli

*In copertina: Charlie Chaplin in una scena di “City Lights”, 1931

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