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“Un cuore in fiamme, la trinità, un poeta sperduto tra le alte vette… Scrivere per un’altra epoca: chi ci ha mai pensato?”. A Gressoney La Trinité, la terra promessa

C’è un luogo che vorrei abitare, se solo lo Stato italiano o qualche fondazione illuminata mi concedesse una borsa studio di un paio d’anni per poterlo fare. Questo luogo sta nascosto, più in alto di Gressoney Saint Jean. Lassù, a milleottocentometri, dove c’è poco o niente: quattro case. Giusto una chiesa e un piccolo cimitero. La natura è selvaggia a Gressoney La Trinité. Paesino dal nome mistico, leggendario, cristiano. A due passi dal Monte Rosa, qui sì che scriverei il mio nuovo romanzo. In pieno isolamento. Tenterei la partita. D’inverno, col rischio di essere isolati dalla troppa neve e dalle valanghe (cosa già sperimentata in passato), vagherei nel gelo e nel bianco alla ricerca d’ispirazione. D’estate, tenterei le scalate tra i crepacci, raggiungendo il rifugio più alto d’Europa: la Capanna Regina Margherita.

“Lassù, a milleottocentometri, dove c’è poco o niente: quattro case. Giusto una chiesa e un piccolo cimitero. La natura è selvaggia a Gressoney La Trinité. Paesino dal nome mistico, leggendario, cristiano…”

D’altronde, cosa si potrebbe fare a La Trinité, se non nulla? Trovare giusto te stesso, oppure scrivere un libro. Stando certi che nessuno verrebbe a disturbare. Eppure dove non hai nulla ‒ mi diceva un caro amico ‒ hai tutto. Le case, sotto i tetti, conservano ancora simboli e date ancestrali. Nella chiesa poi, come pure sotto un piccolo portico, trovi un altro simbolo che lascia attonito, perché richiama al mistero: una croce, con al centro un cuore in fiamme, tagliata in diagonale da un’àncora.

Un cuore in fiamme, la trinità, un poeta sperduto tra le alte vette intento a scrivere un libro per quell’unico lettore che nemmeno conoscerà. Scrivere per un’altra epoca: chi ci ha mai pensato? Qui, dove il tempo sembra si sia veramente fermato. Beh, credo che quassù possa essere possibile. Perché Gressoney, o Greschoney, come si chiamava in origine, nasconde essa stessa nel nome un mistero. Un mistero spartito tra due paesini: Saint Jean e la Trinité: dove vive un antico popolo, una delle dieci comunità Walser sparse per l’Italia. Molte cose sono cambiate, ma le tradizioni sono ancora in parte sentite.

Dunque sarebbe una bella scommessa per me accettare un’aspettativa dal lavoro e imbarcarmi nell’unica avventura degna nella vita di un poeta. Avere tutto il tempo che ci vuole a disposizione per poter scrivere un libro. Perché aspettare di poter scrivere parole sul taccuino a Trinité, vorrebbe dire vivere la disciplina dell’attesa (come un altro grande amico, recentemente mi ha detto).

La Trinité è il nuovo paradiso. È la Terra promessa. L’Eden. Il sogno. Un’ossessione da alimentare come il nuovo saggio che è ancora unicamente nella mia testa.

“Nella chiesa poi, come pure sotto un piccolo portico, trovi un altro simbolo che lascia attonito, perché richiama al mistero: una croce, con al centro un cuore in fiamme, tagliata in diagonale da un’àncora…”

Il cuore del poeta è un cuore che brucia della ferocia del mondo, pronto a donarsi per l’ennesima impresa. Il cuore di Dio, invece, quassù attende proprio il poeta. O forse lo lascia libero di essere fino all’ultimo se stesso. Dacché la poesia è fatta di vento, rocce, neve, cascate. La poesia è garrire di rondini; il glaciale mezzo rintocco del campanile a quasi duemilametri. Talmente diverso da quello del lago d’Orta: ovattato, rimbombante nel silenzio giusto a sparire così com’è venuto.

La poesia brucia nel cuore dell’uomo. Artisti si nascondono nel cuore dei laghi e delle montagne. Tutto questo, forse, vorrà dir qualcosa. Ha sentore di sacro, di rispetto, e di vero.

Giorgio Anelli

*In copertina: Isaac Levitan, “Villaggio sotto la neve”, 1889

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