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Elogio di Amelia Van Buren, la donna che diventò un enigma

Per prima cosa c’è una donna dal nome romanzesco e uno scandalo. Di Amelia Van Buren, “figura tra le più elusive e affascinanti dell’arte statunitense” – così la didascalia del Phillips Collection, il museo di Washington D.C. – non si è certi neppure dell’anno di nascita: probabilmente il 1856, forse il 1858, la tomba, a Tryon, North Carolina, dice 1854. Dello scandalo, invece, accaduto alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts, si sa tutto. Thomas Eakins (1844-1916), pittore straordinario, perfezionatosi, a Parigi, nello studio di Jean-Léon Gérôme, devoto a Velázquez, era ossessionato dal nudo: “Odio la retorica, i facili effetti artistici… il nudo, il nudo femminile è la cosa più bella che ci sia al mondo…”. Insegnante alla Pennsylvania Academy dal 1878, direttore dal 1882, fece di quell’istituto l’accademia più singolare, avanzata, liberale, libertina degli Stati Uniti: preferiva insegnare usando modelli – donne e uomini – nudi; un giorno, davanti alla propria pupilla, Amelia Van Buren, si tolse le braghe, dando dimostrazione della propria anatomia ‘dal vero’. Di nulla, d’altronde, l’artista deve avere paura, tanto meno del corpo. Ma la carne, si sa, è il parterre del maligno: i metodi di Thomas Eakins scandalizzarono i prof e alcune frange di studenti, puritani, di basso talento. Infine, lo forzarono a licenziarsi, nel 1886.

Thomas Eakins, Miss Amelia Van Buren, 1891

Thomas Eakins ha realizzato alcuni dei quadri più belli della pittura americana del tardo Ottocento, liberando l’arte statunitense dal giogo europeo: i nudi, appunto, sono eclatanti – i ragazzi in The Swimming Hole, 1885; The Wrestlers, 1889; l’espressionista Taking The Count, 1898 –, come la rapacità nel ritratto, paragonabile al genio di John Singer Sargent. Ha avuto come discepoli alcuni tra i più alti artisti americani del suo secolo, fu un pioniere nella fotografia: anche lì, preferiva uomini nudi, spesso in posa da Pan. In una fotografia, Eakins, nudo, solleva una donna, nuda pure lei, nello studio vuoto, in luce adamitica. Alcuni discepoli, dopo l’allontanamento di Eakins dall’istituto, fondarono l’Art Student’s League of Philadelphia: accademia effimera (morirà nel 1893) in cui il pittore dissoluto, dissolto dalla morale civica, poté insegnare per qualche anno. Dal Drexel Institute fu cacciato nel 1895 a causa del consueto vizio: lavorare con modelli nudi. Quattro anni prima aveva terminato il suo capolavoro, il ritratto di Miss Amelia Van Buren.

Amelia Van Buren fotografata da Thomas Eakins nel 1891

Giunta dal nulla, indossando un nome ammaliante, maestoso, Amelia Van Buren si era iscritta alla Pennsylvania Academy nel 1884. “Veniva da Detroit, i genitori erano morti, sperava di potersi mantenere con l’arte. Ne ho subito intercettato il talento: aveva una tempra sensibile al colore e alla forma, era seria, grave, premurosa, paziente. Ben presto fu superiore ai suoi compagni e cercai di aiutarla in ogni modo…”. Nel ritratto, Amelia è su una poltrona, indossa un abito importante, la destra regge un ventaglio, chiuso, sulle ginocchia, sulla sinistra, serrata a pugno, poggia il viso, che guarda di lato, verso il vuoto, sfracellato d’inquietudine, l’ago di un’ira frenata. Eakins comincia a dipingere il quadro nel 1888, invita spesso Amelia a casa sua; anche la moglie, Susan Hannah Macdowell, pittrice di qualche pregio, poco più grande di Amelia, posa nuda per lui. Secondo John Updike, che a Eakins dedica un saggio in Still Looking (2005), quel quadro è l’icona che sintetizza il genio del pittore americano, “contraddistinto da un livido sconforto, un irruente disagio, l’interiorità addolorata”.

Amelia Van Buren preferì restare un talento ritirato, colta dal fremito dell’autodistruzione. Insieme a Eva Lawrence Watson, giovane e audace amante, già allieva di Eakins, aprì, ad Atlantic City, uno studio. Inflessibile, non voleva vendere le proprie opere, ogni ‘gara’ le pareva fatua, un’offesa: di Amelia Van Buren non conosciamo quadri, persi tra le spire di una biografia allucinata, a tratti monastica. Con Eva preferì darsi alla fotografia: i suoi ritratti fotografici hanno la profondità di una pittura, densi di memorie remote, spesso marcati da una ineluttabile malinconia. L’impresa durò una manciata di anni: Eva Watson sposò nel 1901 Martin Schütze, e proseguì, con successo, la carriera da fotografa d’arte.

Amelia sparì come era sorta: dicono soffrisse di nevrastenia, il marchio con cui si cifrano i diversi, gli alieni al proprio tempo. Fu a Detroit, visse in una comune di artisti, a Tryon. Mentre dipingeva Amelia, Thomas Eakins fece il ritratto a Walt Whitman. In un incontro pubblico, insieme al poeta, il pittore rievoca il metodo utilizzato per dipingerlo, consustanziale, si direbbe, alla libertà di Foglie d’erba: “iniziai al solito modo, ma presto scoprii che i modi usuali non facevano al caso mio – che la tecnica, le regole, le tradizioni dovevano esser messe da parte; che prima di tutto doveva essere ritratto l’uomo”. Nell’archivio di Eakins sono conservate diverse fotografie di Amelia: in una di queste, lei ha il viso arcano, virile, da divinità nordica, con i capelli grigi tirati all’indietro – la somiglianza con la Holly Hunter di Lezioni di piano è violenta. Un ciclo di scatti ferma Amelia con un gatto sulle spalle, mentre legge, pare giovanissima; in un’immagine, ieratica, è su una sedia, principesca e aliena, in posa per il ritratto. Pur scattate negli stessi anni sembra che Amelia, a suo piacimento, possa invecchiare o ringiovanire, sappia mutare viso. Eakins prediligeva gli insani, inebetiti all’era; pare che diversi suoi allievi siano finiti in manicomio.

Amo insinuarmi nella nebbia di esistenze opache, tra promesse vaghe, ancora da esaudire, degne di nome e di labirinto. Amelia morì nel 1942: quando, a metà degli anni Trenta, il primo biografo di Thomas Eakins le chiese qualcosa del maestro, lei fece un gesto con la mano, come se dalle dita fruttificassero vigne di denti, disse di non ricordarsi chi fosse.

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