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Creare una lingua è compiere una dissezione. Su Rethorica novissima di Gualberto Alvino

Forse Alvino non sarebbe d’accordo, ma più calcoliamo soppesiamo misuriamo e più permettiamo che entri qualcosa che non era previsto, qualcosa di inspiegabile: la verità. Quella della vita intendo, la sua inspiegabile giustizia contro cui giustamente alzare il proprio dissenso, un lamento inconsolabile per il suo far tornare i conti che sfuggono ai nostri calcoli e insieme permettere che questi calcoli si possano rifare, non per cambiare il già stato ma per farne la premessa di un nuovo futuro: cioè un tempo che non ci appartiene, dove le ossa i tendini e ogni altro organo del corpo dissezionato da Alvino in questa raccolta trovano una giustificazione, non importa se non cercata e non voluta.

Capisco che la poesia di Alvino vuole spezzare ogni consueto referente alla parola, operare un corto circuito informativo per addentrarsi oltre, più in profondità, mettendo in evidenza i valori espressivi della parola, parola che entra nel corpo dell’Autore e una volta che penetra in questo spazio, anche laddove aderisca alle viscere del corpo, diventa espressione di una mancanza, scoperta di un tempo biologico tanto nostro da non comprenderlo, come non ci appartenesse quell’unica scansione che stabilisce il tempo fissato della nostra vita: la parola diventa allora uno sguardo accecato. Ma la poesia non può che essere la ricerca di questa mancanza. Scopre sempre una promessa di felicità che la nostra vita ha scordato e riemerge per farci capire che la stiamo adempiendo, l’abbiamo già rispettata e si scrive illuminati da questa luce di un’alba giovanile che non si può rinnegare, nemmeno quando la notte pare infinita nell’accogliere la nostra stanchezza.

Ma partiamo dal titolo, Rethorica novissima (pubblicata da Il ramo e la foglia Edizioni, 2021): il «novissima» certo rimanda qualunque lettore medio all’esperienza delle neoavanguardie, ma c’è di più: lo stesso Alvino, motivando il Rethorica per Rhetorica ha voluto segnalare che «lo spostamento dell’H (peraltro non infrequente nei secoli) ha un intento giocoso e autoironico: differenziare il titolo da quello di Boncompagno da Signa». Sembra quasi richiamare in sordina la differenza di Deleuze, la variazione rispetto alla norma ma senza la liberazione che questa sperava (e sarebbe da approfondire: la norma che si vuole violentare o variare è veramente, oggi, tale? E per norma si intenda linguistica o altro. Oppure si combatte contro un fantasma, contro i mulini a vento e la differenza diventa quel valore che voleva abolire? Insomma si deve creare una somiglianza per far vivere la norma e non per sfuggirne).

Comunque, visto il richiamo letterario, trovo altri riferimenti nel titolo e nel rifarsi a Boncompagno: primo, il carattere giocoso e il suo latino, passatemi il termine, sperimentale; secondo, Boncompagno si lamentava della diffusione incontrollata e spontanea della comunicazione pubblica sine scientia, istruita solo dall’uso, il gesto plateale che attrae l’uditorio e troviamo oggi nei cosiddetti influencer o comunque sui social. E nella raccolta accanita è la polemica contro la parola banalizzata e standardizzata, dove la folla degli ‘io’ si esprime in un paradossale anonimato, linguistico intendo, credendo così di riaffermare un ‘io’ esistenziale prepotente e sicuro di sé nel suo non esistere.

Lezione di anatomia, dissezione. Rembrandt, 1656

Ma confrontiamoci con questi versi. La prima parte, Salvo trasgredir norma, fa emergere la connessione tra vita e lavoro critico, filologico, perfettamente equiparati. La citazione proustiana «Ogni scrittore è costretto a farsi una propria lingua» indica chiaramente come leggere i versi: Alvino vuole creare una lingua, è il compito che affida alla poesia. Fa parte di questa poesia appropriarsi di citazioni stringendole in un letto di Procuste, cosa ovviamente legittima, ma non per questo da accettare a scatola chiusa, e lo stesso Autore autorizza questo ‘gioco’ al quadrato. Per Alvino creare una lingua è compiere sulla stessa una dissezione che elimina la finalità comunicativa sino a poterne creare una nuova, anzi, rispettando la citazione, sino a far emergere «la sua voce» all’interno della lingua: in una intervista è esplicito: «Non ho mai considerato la scrittura poetica una necessità, ma un atto estetico». La lingua diventa uno strumento a cui si toglie un referente (quello standardizzato), la si ripiega e poi la si fa esplodere; la furia compilatoria assume alle volte la musica sinistra di un redde rationem senza scampo. In questo toglie però felicemente la polisemia implicita nella sua poetica obbedendo al suo istinto più profondo e angosciante: la non infinità delle parole e delle cose, dei mondi possibili, il sentimento di essere alla fine, sull’orlo dell’ultimo baratro o di fronte al famoso muro dostoevskiano contro cui continuare a sbattere la testa, nonostante il 2+2 faccia sempre quattro. Quello che importa, allora, sono gli ematomi, le ferite autoinferte.

Personalmente non credo all’autonomia del significante e al suo rapportarsi poi alla realtà per una sorta di magia come la ghiandola pineale di Cartesio. Ma, come dicevo, si cerca quel che si vuole, a patto di aver capito cosa vorrebbe l’Autore. E allora, se la prima parte ci offre una riflessione sul lavoro di filologo, dove accenti di sofferta umanità traspaiono dolorosamente, è nel trascinante Humanitas della terza sezione che siamo immersi in un vortice impazzito che disseziona insieme la lingua e il corpo, le due sole verità ammesse da Alvino. La biografia fa capolino e non è un’intrusa, anch’essa galleggia in un mondo privo di senso, come era nell’iniziale De gauche à droite:

i brusii che fa la serpaia di carne da che
ti sgrovigli in un balzo per piombare
con esquisita minuzia
nella paradossografia antica e medievale
dentro l’impresistica secentesca come
fossero luoghi ricordi sapori
ciò che è più probante
gli uni rispetto agli altri
sed de hoc satis
esta è bassa poetria de maledicto
philologo et huomo

Filologia come passione e amore, dunque come vita; la parola entra nella lacerazione dell’esistenza, nella sua disperante accidentalità di un significato mai dato per sempre, magari dipendente da errate trascrizioni (e la nostra vita, in fondo, non è che un malinteso, ci suggerisce Alvino), e in questo pretende però di diventare la vita vera — usiamo anche noi Proust —, finalmente scoperta, perché la sola vita veramente vissuta è quella della letteratura.

Spesso la furia elencatoria che mima la casualità del mondo (o una casualità voluta da ordini superiori affatto metafisici) denuncia un mondo in cui l’unica vera ideologia si spaccia per naturale e dunque inevitabile, ottenendo il massimo effetto nascondendosi dietro la sua pretesa assenza, che i versi inesorabilmente smascherano, aggredendo proprio tale pretesa neutralità del ‘naturale’: quest’ultimo, comunque lo si intenda (ordine, maledizione o altro), tutto è tranne che neutro: inevitabile sì e per questo comunque legato a una legge, un cappio che ci stringe. Ma nessuno vuole morire, tanto meno Alvino.

Se l’accumulo è la caratteristica di questa poesia, non è certo il caos il suo fine; infatti trova regolarmente un improvviso ordine e senso nella chiusa, ma è una chiusa che scopriamo essere l’inizio, la luce entro cui tutto ciò che precede è avvenuto: «il nipote battuto colla canna / ricordini a coriandoli / ormai capolinea» (Dolce traverso). Alvino rifiuterebbe quella ‘luce’, che infatti luce non è: è oscurità impenetrabile e insieme fine già decretata; da qui però la casualità potrà trovare ordini diversi che conducono ostinatamente al precipizio, ma sempre come in una prima volta: «l’originale di questa raccolta si teneva perduto / prima che per puro caso gli venisse a mano il ms / è solo il testo di confronto per far ordine / nella congerie di varianti il rimedio / per medicare un luogo corrotto quando non / sia possibile ricorrere a una lezione tràdita» (Codices inutiles).

Il lavoro di filologo è scrutare la vita; notiamo le parole «far ordine», «congerie di varianti»: in gioco è l’esistenza di ognuno di noi, un manoscritto spesso illeggibile; «rimedio», «medicare quel luogo corrotto»: è ancora della nostra vita che si parla, perché in entrambi «tutto dipende da una mera combinazione d’accidenti/ dove a e b s’equivalgono s’accartocciano» (Codices inutiles).

Ancora una volta la chiusa esprime una inevitabile delusione, se si equivalgono le parole e si ripiegano su se stesse ci interrogano nell’impossibilità di scegliere per mancanza di vere alternative. Ancora una volta la vita esce dalla pagina, sfugge al dato formale se questo si accartoccia su se stesso. Non sono le notti o i risvegli in cui ci si piega su se stessi e nulla pare essere accaduto nell’inesorabile scorrere del tempo? La vita ci ha permesso di scegliere o non potevamo fare altro? Ogni vita non realizzata sarebbe stata equivalente?

Questa pare la difesa di Alvino, un chiudersi apparentemente nell’esaurimento delle possibilità. Ma se elimina la possibilità di una risposta, non siamo sull’orlo di un abisso, di un’afasia, e quell’abisso o afasia non nascondono comunque la chiave di noi stessi? La poesia di Alvino conduce sempre sino a qui, si direbbe che evoca e nello stesso tempo non vuol vedere il buco nero che crea, perché non vuole trovare vie di uscita, ma poi ci accorgiamo che, una volta garantito dall’inoppugnabile formula fisica o da un costruito sillogismo, accetta questa mancanza di luce, si fa guidare dall’oscurità, dall’impossibilità di salvezza che non è più una prova inconfutabile, o meglio lo è per un atto volontaristico e di terrore verso la vita, perché la luce sarebbe peggio dell’oscurità.

Opera di E. Munch

Abbiamo visto che Alvino sottolinea il termine «giocoso» riferendosi al titolo, ma sarà legittimo andare oltre le dichiarazioni d’Autore: giocoso non vuol dire gioia o gioioso; non si trova alcuna gioia nel meccanismo poetico di Alvino, il giocoso applicato alla disarticolazione sintattica, all’ibridamento, denunciano una umana troppo umana incompletezza, perché non può chiudere su se stessa la lingua, è quella incompletezza a cui diamo un ordine solo apparente per non impazzire.

Leggiamo Regard, dove è ossessivo il ripetersi di «vedo» e «vedere» e si chiude così: «bisogna fare grandi / sforzi per non vedere come dall’alto / di una torre i nostri doppî formicolare / a scatti nell’aria ferma basta seguire la pista». Il presupposto è che la pista sia immodificabile, ma è una petitio principii che nell’elencazione, nella fluvialità dei versi, lo fa però partire sempre dalla fine, da ciò che solo può illuminare o rendere più buio, fate voi, tutto quel che precede, mettendone così in gioco l’affidabilità, quella esistenziale non poetica. Così ricostruisce una totalità che gli permette poesie volutamente sgrammaticate come in Italiano martini-pop, uno dei testi più commoventi, perché l’anonimato diventa veramente esperienza di tutti, lettera o confessione di un soldato in cui erige un altare non a un milite ignoto quanto alla lingua ignota, a un balbettare che ne sembra l’infanzia, raggiungendo una sorta di sacralità, innocenza non compromessa da luoghi comuni o che stanno per diventarlo ma ancora non lo sono. Ma questa è la nostra infanzia. La perenne infanzia della poesia.

Altro testo di grande impatto è De senectute, dove credo sia ammissibile un altro rimando all’ultimo scritto di Boncompagno, Libellus de malo senectutis et senii, scritto in polemica con il Cicerone del De bono senectutis: impietosa analisi dei mali della vecchiaia e del suo essere tragicamente ridicola. Alvino la tratta a modo suo e ne escono versi in cui la vita sarà pure un inevitabile e «osceno» numero degli anni, ma pure crea connubi, somiglianze che non si possono ricondurre a dati genetici o degradazioni biologiche; le somiglianze di nuovo intrecciano tempi che forse non vorremmo ma di fronte ai quali nulla possiamo fare: perché appaiono adesso? Da quanto si prepara l’estrema metamorfosi? Cosa ci conduce, oltre il dato genetico, a questo? Alvino nasconde la sua vita esibendo ciò che vuole ma la forza la prende da ciò che non dice:

Nonostante le intervenute raschiature il palinsesto
è perspicuo e carico di stile basta elidere
passato futuro fermare il cronografo all’attimo in cui
la voce si sgrana la faccia sempre più somiglia
a quelle di mamma papà mescolate
la stempiatura a sinistra il giallore della chiostra
certe macchie non c’è verso la testa assume
via via la forma del teschio il numero degli anni
e si fa osceno

Giocando — ma non troppo, visti gli espliciti richiami proustiani —, si potrebbe dire che l’ultima parte della raccolta è un tempo ritrovato ma privo della redenzione della Recherche, come si assumesse il compito contrario: dimostrare che nulla brilla, nulla aspetta un compimento che non sia quello logico o biologico, e in ciò è coerentissimo con la raccolta, vi appone il giusto e autorevole suggello:

si dimostra attraverso il calcolo
delle probabilità che la vita è improbabile
senza un intervento extranaturale avrei
da opporre che detto calcolo hominem
sapit e dunque?
[…] lo scatenamento logico
alogico e associativo apre al futuro malgrado
il pianto lo stridore dei denti
e ci sorprende innescando un ricordo
fu allorché le forze dell’opposizione
indissero un raduno nella centrale piazza
[…] adoro gli scorsi di penna
direi che li provoco per vedere
l’effetto scopro che vi è sempre un motivo
ricordi quando al Gerini (A tempo grazioso)

Su questa sospensione si chiude la raccolta, rivolgendosi a un tu indefinibile a qualcosa che non si dice perché non sappiamo se «ricordi»; in questo Alvino non fa una chiusura retorica o ‘aperta’, qui si impiglia nella possibile condivisione o meglio nella sua temuta assenza, e si ferma, là dove potrebbe iniziare, ma il non detto è ancora una volta più forte di ogni sconosciuta risposta, a rigore di poetica prevedibile.

Chiudendo, mi colpisce in Alvino la paura che nulla sia avvenuto, nulla possa avvenire, e nello stesso tempo che la parola si interrompa esitante come scoprisse che la realtà non si può esaurire in un pur stordente numero di probabilità, tutte vere, tutte false.

Leggo delle domande non scritte: abbiamo veramente esaurito la nostra vita, seguito la via giusta? E se lo abbiamo fatto ci ha reso felici? La perentorietà dei versi maschera una fragilità che è una forza autentica, non muscolare, piuttosto il soffio imprevisto della «tramontanetta» che apre questa ultima poesia: etta è indubbiamente suffisso diminutivo, ma pure emotivo, che appare dietro la deformazione linguistica: «diluvia un fracasso la tramontanetta / scuote cime mentre piano sillaba quanto segue / si dimostra attraverso il calcolo» (A tempo grazioso). Si direbbe la riduzione di un paesaggio potenzialmente lirico e quasi scontato; la riduzione opera non tanto sull’oggetto, la «tramontanetta», quanto su chi scrive, indicando uno stato emotivo, deformato per nascondere una sincerità disarmante, sentimento che è alla base di tutta la raccolta, una delusione da innamorato o l’accanimento contro un amore vissuto o ancora meglio l’impossibilità di amare come una volta e non importa se ‘come una volta’ non sia mai successo: questa è la vera petitio principii della poesia, quell’«i’vorrei» del famoso sonetto dantesco. In questi versi Alvino cerca volutamente il topos per proteggersi, per poterlo poi modificare creando uno spazio non più descrivibile, perché se fosse vero sarebbe inevitabile, e dunque «le cime» sarebbero «scosse»; così invece può evadere nell’ascolto, nella voce naturale del «sillaba» da sentire in silenzio — c’è sempre un dittatore per chi poi va significando, anche quando, come avviene in questi versi, lo si costringe e instrada in una prosaicità apparentemente sillogistica, arretrando di fronte a se stesso: «quanto segue / si dimostra attraverso il calcolo…».

Detto che la voce potrebbe non essere dell’autore, resta il fatto che la mancanza di sorprese che chiude Detto del fine amante, è allora da intendere come cifra della raccolta, come amaro bilancio e non una programmatica poetica: «Più sobria signori la tenuta stilistica / render poesia come dire? / Nuda insomma / essenziale / allusiva / ormai non riserva sorprese».

Interroghiamo l’ultimo verso: è constatazione, speranza delusa, accettazione, implacabile tirar delle somme e amaro consuntivo o canzonatorio rivolgersi a altri o a se stesso? Comunque sia, non riservare sorprese è ciò che sorregge la raccolta per decretare la fine della realtà e poterla deformare linguisticamente. L’abbiamo detto: in Alvino domina l’ossessione di un mondo esauribile, solo così la deformazione linguistica può essere anche deformazione della realtà, insinuarvi delle possibilità che per sillogismo sono prevedibili; ma se si arriva a non avere più sorprese si arriva a un tempo pieno che si rivolta, perché come tale è già finito e rimane la sorpresa di esistere, pur se in una delle probabilità previste, e allora quel che appare calcolato, calcolabile, misurabile, scopre un altro tempo, quello che non coincide con la biologia o la durata dell’inchiostro o della carta depositaria di antiche e nuove parole; è questo tempo che sorregge l’opera: quel futuro già deciso che si rivolta e torna indietro, reclama il diritto a ripetersi o offrirsi a una nuova possibilità che avevamo scartato. Alla fine della lettura, la raccolta ci pone una domanda: Si poteva fare un’altra vita? Forse, ma potrebbe anche essere quella che si scrive ma non abbiamo vissuto o abbiamo vissuto senza rendercene conto perché separata dalla biografia, dotata di un suo tempo perennemente futuro.

Conclusione: in linea con la sua poetica Alvino ci offre la chiave per entrare ma ci nasconde che le porte sono diverse, non solo una. E se le stringenti conseguenze furiosamente elencate non ci definissero e fossero invece imprevedibili possibilità sfuggite ai calcoli, all’età, alle parole?

Paolo Del Colle

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