17 Gennaio 2022

Per essere Tutto, diventare Nulla

Il Vangelo non insegna nulla. È papiro cavo, sepolcro vuoto, ancheggiare nel nonsenso: per codardia, non è che l’enfasi di ciò che vogliamo sentirci dire, ombelicali alla vanità. Eppure, “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 5), dice il Nazareno, “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. Non è quello, allora, l’autentico battesimo nel fuoco?, malriconoscere il Figlio, mediarlo tra promesse fratturate, restare rifiutati, all’onnivoro incendio. Sempre è tremenda la meraviglia, sbigottisce per vigliaccheria d’occhi: senza Dio, nihil aeternum (Jacob Böhme), nulla è possibile, l’azione è atrofizzata, inesauribile per inutilità, restiamo esitanti, esiliati, saturi di spleen. Il nulla può tutto, la nullità non chiede che essere esaudita: nella consegna non c’è forma di obbedienza, le resa resta la risposta.

Ma il Vangelo, appunto, nulla insegna, nulla ha da dire. Non ha la schiettezza delle Lettere a Lucilio, il perentorio mistero di Laozi, la vertigine cosmica di Marco Aurelio. Non puoi mungere una morale – se non per effrazioni, sparizioni, mancanze – dal Vangelo, il Vangelo è indomabile. Lev Tolstoj perdeva il fiato nei Vangeli: scartava i miracoli, setacciava le parole di Gesù, ossessionato dal trarre un insegnamento, una norma, qualcosa, qualsiasi, pur di confidare nel paradosso, di confinarsi in una verità: “A me nelle parole di Cristo: amare Dio e il prossimo, l’amore per Dio è sempre sembrato superfluo, incompatibile con l’amore per il prossimo, incompatibile perché l’amore per il prossimo è così chiaro, più chiaro di qualunque altra cosa, e l’amore per Dio, al contrario, è molto poco chiaro. Riconoscere che Dio c’è, che c’è proprio in se stesso, questo sì, ma amarlo?”. Eppure, il Vangelo nulla ha da dire a chi vuole farne dottrina, ridurne il dramma – le domande opalescenti, la morte del Messia, la resurrezione che lascia inebetiti, i reiterati tradimenti, il giogo delle parole circoncise e di quelle fraintese – in abbecedari, in biberoni catechistici, traendo in ostaggio l’ostile.

Il Vangelo è una sequela, inseguimento bimillenario, necessità di farsi nulla – è nulla: il bramito dell’appeso, il vomito dell’Iscariota, i piedi baciati, lavati e poi bucati. Così in una predica Meister Eckhart: “In un Vangelo si legge che Cristo disse: ‘Nessuno può essere discepolo se non mi segue’, se non ha abbandonato se stesso e non ha conservato nulla per sé: costui ha tutte le cose, perché non aver nulla vuol dire avere tutto”.

È tutto lì. Per il resto del nulla possiamo fare banchetto filosofico, concetti conclamati, estasi del pensatore verticale. Sesto Empirico ricorda la diabolica dialettica di Gorgia: “Nulla esiste; Se anche alcunché esiste non è comprensibile all’uomo; Se pure è comprensibile non è comunicabile né spiegabile agli altri”. Maestro della via negativa, Leopardi è altrettanto esplicito: “Pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni”. Linji, estremista del buddismo ch’an, vissuto nel IX secolo, insegnava ai suoi discepoli che “Il Buddha è un corpo illusorio” e che “I tre veicoli e le dodici divisioni degli insegnamenti sono solo legnetti che grattano la merda”, e dunque: “Non avete bisogno di dipendere da nulla, e dato che non vi manca nulla, non avete nulla da cercare. A mio avviso, non c’è poi così tanto da fare, se non essere semplici, vestirsi, mangiare e trascorrere il tempo senza fare nulla”.

Il nulla – fosse pure quello narrato da Michael Ende – abbaglia il filosofo, affascina, perché il fuoco nero, l’opposto, sublima la convenienza in tracotanza, la connivenza in congiunzione, l’escluso in esclusivo, la rettitudine in reame. Il vuoto magnetizza; ma il Vangelo, un assalto, non lo si assidera in miseria sapienziale: più infimo è il suo scandaglio, più nuda, priva di dote, la richiesta. La Salita del Monte Carmelo di Giovanni della Croce è il mantra del nada, l’ascesa dal tutto al nulla:

Para venir a gustarlo todo
no quieras tener gusto en nada
para venir a saberlo todo
no quieras saber algo en nada
para venir a poseerlo todo
no quieras poseer algo en nada
para venir a serlo todo
no quieras ser algo en nada…

L’ultima spoliazione è tremenda: ancora ancorati al mondo dei nomi non sappiamo cosa significhi farsi trafiggere fino al primo uomo, sconfiggerlo, rovinare in una cella, pensare alla finestra come a una bandiera, riparare l’ego nell’eco – agire da scorticati, inermi; dunque: pronti.

Insieme ad Alessandro Dehò, a tentoni, tentiamo un Nuovo Alfabeto del Sacro. N come Nulla.

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Non è lui” mentre prendevo tra le mie mani quelle dell’infermiera e con voce sollevata le chiedevo di accompagnarmi altrove, non è lui” vi siete sbagliati, non è mio padre questo, se vuoi posso pregare con lui, come si chiama?, anche benedirlo se vuole, questo posso, ma non è lui.

Invece il pigiama non mentiva, il pigiama capisci? L’ho riconosciuto dal pigiama, e poi gli occhi, il cuore, la ragione tutto ha dovuto cedere e convincersi che quel brandello di vita che violentava i miei ricordi era ancora mio padre.

Era ancora mio padre? Devi essere lì, non puoi capire, devi stare a cospetto della fine e poi sarebbe più facile fare silenzio. E avere rispetto di tutti, e di come uno sceglie di morire. Anche la morte è sacra sai? Ogni cosa è sacra. Anche quel pigiama che mi impediva di tornare alla vita che sognavo.

Perché l’infermiera ci lasciava soli? Ma che coraggio aveva? Avrei voluto trattenerla lì con me, ma come poteva non capire che era troppo tutto quello che mi stava rovinando addosso? Mi ha detto perfino che eravamo fortunati che la maggior parte delle persone non poteva entrare in un reparto come quello. Ma ti rendi conto? E poi quella voce insopportabile, quella delle infermiere ragazzine che trattano i ricoverati come degli ebeti. Che umiliazione, questo sì potremmo evitarlo. Riportare la morte a casa, se si può, a costo di morire prima, rifiutarsi di voler allungare l’agonia a tutti i costi. No certo non era il caso di mio padre, era crollato tutto, non capivamo nulla, sbranati dall’interno e abbandonati da un sistema sanitario canaglia che ha mentito per anni, che ci ha illuso, uno stato per ricchi questo siamo, e la chiamano democrazia. Forse la morte è uguale per tutti ma la protezione concessa solo ad alcuni quella no, l’abuso del potere è sempre per i pochi.

Ci penso adesso a queste cose, chiaro, in quel momento non riuscivo certo a pensare. Dicevo parole che si seccavano sulle labbra e piangevo. Che gli volevo bene e piangevo.

Stavo perdendo pezzi. Ancora non lo sapevo, ma io da quel momento ho la ferma convinzione che la vita non si muove per accumulo ma per perdita, scarnificazione. Non è vero che procediamo per crescita, non è vero che accumuliamo esperienze, non è vero che diventiamo più di quanto eravamo ieri, noi perdiamo pezzi giorno per giorno, moriamo un po’ alla volta. Siamo perfetti e completi alla nascita, e poi iniziamo a perdere parti importanti di noi. E non c’è nulla da fare. Si può al massimo fingere che non sia così, ma è stupido. Si può imparare a morire, ma è eroico. Il Nulla ci accompagna da sempre. Camminiamo per disgregazioni continue, annientamenti.

Guardavo mio padre che non solo stava morendo ma che era stato svuotato, come certe conchiglie rotolate sulla spiaggia dalla burrasca di qualche mare. E io mi sentivo morsicare dentro, azzannare, strappare via schegge di storia, brandelli di vita, frammenti di decisioni, frantumi di possibilità che a spietatamente spariscono. Non torna mai niente come prima. Pezzi di ricordi. Pezzi di sogni. Quel pigiama mi stava masticando via dalla vita mio padre e io non potevo fare niente. Non possiamo mai fare davvero qualcosa lo sai vero? Ed è così che si impara a morire.

Che poi “imparare” non è certo il termine esatto. Succede che si muore vivendo, da sempre, da subito, solo che in alcuni momenti il morso fa male e la carne strappata è troppo vicina al cuore. E allora si sente. La morte o la vita non so, il morso che porta via. Questo si sente.

Gli occhi braccati, le parole impastate dagli antidolorifici, la sete, la crocifissione al letto, le sentenze dei medici, sembrava di essere contemporanei al Calvario. E avrei voluto fuggire. Avrei voluto qualcuno che mi liberasse da quella ingiustizia. O che almeno morisse. Mio padre dico. Lì. In quel momento, con me davanti. E io con lui. Invece rimaneva sospeso e torturato e io perdevo me stesso. A volte mi pare di essere rimasto appeso a quel letto, in attesa di una sentenza definitiva in grado di liberarmi. Ci sono momenti in cui l’Esistere è una condanna e il Niente una liberazione.

Ho provato a pregare, lì in quel momento, ho biascicato le parole del sacramento degli infermi, ma non serviva a niente, non so se mi spiego, il sacramento non reggeva l’urto del reale, non serviva più. Si frantumava il mio essere prete, le parole troppo precise, si frantumava l’essere figlio e un vuoto dentro si espandeva e mi chiedeva di scappare. Non ce l’avrei fatta, perché ero solo. Questo mi ripetevo. La morte è questo che dice, in fondo, che siamo soli.

Se io divento nulla, deve di necessità esalare lo spirito (Angelus Silesius)

E se fosse questo il senso profondo della vita, te lo sei mai chiesto? Forse ha ragione Angelus Silesius: diventare nulla. Che poi è quello che succede giorno per giorno se ci pensi. Basterebbe lasciar fare al tempo. E intanto però provare a sceglierlo questo flusso di nullificazione, non accontentarsi di subirlo. Il tempo che passa, la malattia, i nostri affetti che ci lasciano, questo disinteresse pacato verso le cose, il sentirsi fuori tempo, la non comprensione delle nuove generazioni e poi quello sguardo disincantato che sboccia un giorno e che non riesci più a cacciare. Quando per la prima volta non ti fidi più di quello che ti dicono perché lo hai già visto fallire. Ti è mai successo? Quando ti parlano di rinnovamento e di cambiamento e tu lo sai che l’unica cosa che possiamo cambiare siamo noi stessi. Il resto continua a ripetersi fingendo di modificare ciò che invece rimane inalterato. Perché è solo la superficie. Sotto invece possiamo agire. Possiamo decidere di diventare nulla. Senza aspettare di subire il tempo che passa, ma elemosinarlo il Nulla, implorarlo, riconoscerlo e infine sceglierlo.

Ecco io non so descriverti la morte, non lo so proprio ma mi pare di aver capito che ci sono due modi per abitare il tempo: il primo è opporsi, negare il tempo che passa, cercare di resistere più che si può, continuamente parlare di giovani generazioni ma poi non lasciare mai il posto a nessuno, perché senza quel posto noi saremmo niente. Il secondo invece è scegliere di diventare nulla. Agire volontariamente sui sogni e sui bisogni, riconoscere le stelle che si spengono e piangere e lasciare andare. Ogni giorno, in un esercizio maniacale e preciso. Accompagnare parti di sé stesso a spegnersi.

Ho detto spesso anche io che la morte è un’ingiustizia perché viene a portarti via la vita, ma forse è una stupidaggine sai? Non è la morte che porta via la vita ma è la vita stessa a essere un cedimento costante. La vita è una consegna, uno svuotamento.

Giorno dopo giorno togliere pezzi, alleggerirsi, svuotarsi. Fino ad arrivare al Niente e lì, in quel momento, sentire che si gioca Tutto, ma davvero Tutto. O si sparisce oppure Dio deve di necessità esalare lo spirito e sai perché? Perché se moriamo noi muore anche Dio.

Io sento che ha ragione Silesius, io sento che questo saggio del 1600 aveva compreso l’essenza. Nullificarsi è costringere Dio ad intervenire perché se noi moriamo muore anche lui.

Alessandro Dehò

*In copertina un’opera di Nicola Samorì