“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Il lignaggio gitano sfinisce nel mito, come le antiche liste dei re di Bisanzio, spesso reclutate da scrivani-falena. Pare che provengano dal Pakistan; il ceppo aureo – così il gorgoglio leggendario – si salda intorno a Scipione Boglioni, torinese, figlio di mercanti tessili, che nel 1820 si unisce a Sonia, gitana dalle misteriose origini, “signora delle belve”, molla il Piemonte, s’installa in Francia, dando vita a un serraglio. Sembra una storia scaturita da un romanzo istrionico di Victor Hugo. Il figlio più piccolo di Scipione e Sonia dà avvio all’autentica dinastia: francesizza il cognome in Bouglione, fonda le basi per uno dei più importanti circhi al mondo. Da Sampion Bouglione si diramano i quatre frères Bouglione – Alfred, Joseph, Firmin e Nicolas – che forgiano il carisma circense della famiglia su giochi di equilibrismo, canone cavallerizzo, sapienza nel domare le belve. Cent’anni dopo la fuga dall’Italia dell’apocrifo avo torinese, l’idea geniale: i fratelli Bouglione prendono ispirazione – anche nell’immaginario pubblicitario – dal mitico “Wild West Show” di Buffalo Bill, costruiscono uno spettacolo di trapezisti cow boy, con gorgiera di bestie. È un successo micidiale, tanto che nel 1934 la famiglia Bouglione acquista il Cirque d’Hiver di Parigi, diventandone, da allora, l’autorità suprema.
I Bouglione, di solito, indossano nomi marziali, da epopea omerica: Alexandre, Joseph II, Sampion II… Le donne, in famiglia, hanno – da tradizione – ruolo sovrano.
Figlio di Firmin Bouglione, Alexandre Romanès, nato nel 1951, è il ribelle della famiglia. Genio nei giochi con corde e scale, equilibrista fin da bimbo, abile nel trattare i leoni, Alexandre ha decapitato il cognome-amuleto in ostilità con il successo circense. Ha voluto, per così dire, tornare alle tradizioni, dando voce all’originaria cultura gitana, ritornando dai riflettori alle candele. È un fondamentalista del circo, per così dire. Così, costruisce un circo proprio, consegnandolo in mano alla propria sposa, come un anello: nel 1972 sposa Lydia Dattas, figlia di Jean, celebre organista. È lei, poetessa d’alto talento – Noone è edito nel 1970 per Mercure de France; nel 1996 pubblica La Nuit spirituelle; da allora i suoi libri sono editi da Gallimard –, riconosciuta da Ernst Jünger, a educare alla letteratura Alexandre, semianalfabeta. Lui, nei primi Novanta, costruisce intorno a lei un tendone, il “Cirque Lydie Bouglione”.
Tra gli intimi della coppia, Jean Genet stimola Alexandre alla scrittura, ne intuisce la caratura lirica. Nel 1998 Alexandre Romanès raccoglie detti, aforismi, calembour della tradizione gitana in un libro, Un peuple de promeneurs, che diventa un piccolo caso; nel 2011 lo riprende Gallimard. È Lydie Dattas ad accompagnare il libro con una prefazione: di Alexandre, scrive, ama l’animo “intuitivo”, il verbo che “sconcerta la ragione”, che fa deragliare il linguaggio nell’al di là del senso. Più che altro, Alexandre Romanès è un rabdomante dei particolari, scorge il cielo in un fiore, adotta una lingua edenica, di lampante innocenza. La sua scrittura – d’immediata nudità – colpisce Jean Grosjean, lunare patriarca della letteratura francese, che porta Alexandre in Gallimard e gli fa pubblicare – con sua introduzione – il primo libro in versi, Paroles perdues. È il 2004, ma il domatore di belve non si fa incatenare dalla gabbia lirica: i suoi restano ‘improvvisi’, esercizi lirici redatto nel sibillino idioma della perfetta giovinezza. Alexandre Romanès – sapiente nel trucco e nella parola che crea cerchi di fuoco – dubita della poesia, magia nera, fattucchiera capace di invocare malintesi; cerca, allora, di retrodatarla all’acqua, alla vocale sorgiva. È un dire, il suo, appropriato al vivandiere dei Lotofagi, alla vita nel sole. Poesia più pura ancora dell’altro gitano francese, Jean-Marie Kerwich (di cui AnimaMundi ha pubblicato il suggestivo Vangelo dello zingaro).
Nel 2000, Alexandre si separa da Lydie Dattas, e inaugura un nuovo circo che ha – ovviamente – il nome della sua nuova donna, “Cirque Délia Romanès”, perché il cuore non è che un tendone, con l’asse del mondo in centro e le strisce bianche e rosse. Lydie si unisce al poeta Christian Bobin, che nel 2010 scrive una suggestiva ‘quarta’ a Sur l’épaule de l’ange, secondo libro in versi di Alexandre (duello lirico che si capovolge in arcana cavalleria):
“Leggere Alexandre Romanès è abitare la prova della più grande nudità dello spirito. Soltanto una voce e soprattutto il tono di tale voce: corda di liuto pizzicata nell’osso, il liuto che consuona con la giovinezza. I morti probabilmente parlano con la medesima sorda e irreprensibile dolcezza. Leggerlo è come traversare una lacrima. Tale lacrima che il poeta si rifiuta di versare forgia l’umanità profonda del suo libro. C’è l’acqua ed è tutto, ed è un tutto in cui brilla un barlume di sale. Nell’ultima parte del libro, poi, l’aria. Siamo giunti nella camera delle resurrezioni. Una dolcezza così screanzata, così pura che frantuma i vetri della morte. È il silenzio, ormai, ciò che tiene il libro tra le mani”.
Il circo, di per sé, è poesia – agli ormeggi della parola, i sogni svaniscono. Alexandre Romanès, fondatore di circhi, non indossa la stola del poeta. L’ultimo libro, Le luth noir, è una placca, per le piccole Éditions Lettres Vives; in ‘quarta’ un monito:
“Dovremmo prenderci cura del cuore come ci prendiamo cura di un bel libro che apriamo e nascondiamo con delicatezza”.
Il mito dell’innocenza, se accarezzato a lungo, si volta in tirannia, s’imbestia. Come il leone, il poeta non può stare nel pagliericcio, anela alla savana.
Lui è Alexandre Romanès
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Perché scrivere? La scrittura non è una tradizione gitana. La poesia è troppo alta per me, inaccessibile, e poi: volevo vivere la vita, non scriverla. La mia ragione non ha considerato il cielo. Lentamente, al ritmato modo delle stagioni che passano, ho riempito un quaderno di scuola. Era un libro pieno di poeti che ammiro. Forse, non potevo sopportare di vederli passare al mio fianco. Ho voluto essere uno di loro.
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Cielo, dono, Dio nella lingua zigana si dicono con la stessa parola.
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Fa paura il mondo e le parole sono logore: ovunque, regna l’indifferenza. Quanti violini meritano l’albero? Quanti poeti sono degni di impeccabili pagine? Eppure, vige ancora un sigillo nei gesti il grido che stride dell’uccello del paradiso sospeso a metà cielo.
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Non ho nulla da spartire con chi arretra quando bisogna avanzare: eppure, mi sono inchinato alla vita come l’albero senza difese assediato dal vento.
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Amare è soffrire. Prendi la tua donna tra le braccia ridi con i tuoi figli: chi per primo seppellirà gli altri?
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Quando il mio cuore era solo nella faida del sangue e la rabbia s’infiammava inattesa come un temporale estivo, non avrei mai pensato che il mio cuore potesse battere più di ogni cuore. Quando sarò morto, si rinnoverà questo cuore ogni volta che le mie figlie calpesteranno la tomba.
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Ho spezzato il mondo in due: da un lato ciò che è poetico dall’altro ciò che non lo è. Ai miei occhi esiste solo il poetico – il non poetico lo ignoro.
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Ho cominciato a scrivere poesie. Un giorno, ne ho scritte cinque. Ero così fiero che quando sono andato a letto ho messo le mie poesie nella federa del cuscino: le volevo accanto al viso come avrebbe fatto un bambino di cinque anni con il suo orsacchiotto di peluche.
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La prima volta che mi chiamarono signore
restai stupefatto.
Col tempo, mi sono abituato ma vedo ancora me stesso come un ragazzino di dieci anni.
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Gli uomini hanno capito presto che rimboccarsi le maniche per un padrone ha esiti terribili. La messa all’incanto di metà degli uomini non è fatta solo per dominare: c’è anche il desiderio di proteggere ciò che di più prezioso hanno gli uomini: le loro donne, i loro figli.
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Tutte queste parole insignificanti tutte queste azioni inutili e così tanta gente e quel brusio che non ha spazio per l’importante e tutti questi libri che non hanno nemmeno una frase che ti commuova.
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Da dove viene questa gente? Vogliono tutto agghindati da frasi intrise d’oro da imperiali decisioni. Per me, preferisco lo sbrindellato ramo sulla via, le trecce impeccabili di una ragazza.
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Raggiungerò i più poveri che non hanno che il cielo: anch’io cerco il silenzio e una notte per chinarmi e piangere.
* Gli uomini passano al loro fianco senza vederle: modeste, in ginocchio, nella tenera erba, le rose si guardano l’un l’altra stupite, senza capire.
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Ci meraviglia l’innocenza dei bambini: ma se da adulto conservi per miracolo tale purezza vieni disprezzato.
* Meglio vivere in una discarica con una donna che ti ama che vivere da solo in un palazzo veneziano.
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Povera, umana creatura la tua vita, brandello d’albero nella bocca di un uccello pugno di sabbia gettato lontano. Se il tuo cuore non è un regno che senso ha vagare ancora?