07 Gennaio 2022

Aldo Busi riscrive ancora. Su "Seminario sulla gioventù", lo spirito del mondo in formato tascabile

Un libro riscritto è un libro nuovo? Un esempio: l’ultima edizione de La montagna incantata di Thomas Mann, con il titolo aggiornato La montagna magica. Questo è il caso di una traduzione, concordo, e di un romanzo tradotto da un’altra lingua all’italiano si può dire che non è mai stato tradotto del tutto, che le acquisite competenze e sensibilità possono migliorarne la ricezione e per questo ecco un’altra traduzione dell’Ulisse di Joyce, de I fratelli Karamazov di Dostoevskij, di 1984 di Orwell; quando poi i diritti d’autore sono scaduti è tutto grasso che cola e che non mi aspetto coli nel conto corrente dei traduttori. Ma si può tradurre cioè riscrivere da un italiano all’altro? Il tempo alla lunga non corrisponde a suo modo a una distanza psicogeografica da dover colmare? Non esiste la necessità di passare da un italiano a un italiano che abbia sviluppato una ulteriore consapevolezza di sé stesso? Chi decide infine l’intervallo temporale minimo per stabilire quando è avvenuto questo scatto della psiche linguistica e cioè della comunità dei relativi parlanti tutta?

Sono le domande che mi fo a corredo della lettura di Seminario sulla gioventù nell’edizione Bur del 2021, di Aldo Busi (che nel 1990-1991 ha pubblicato il Decamerone da un italiano all’altro). La nuova edizione del Seminario è annunciata dalle seguenti righe sulla quarta di copertina: “Dalla virgola tolta alle quindici righe di romanzo scritte ex novo dall’autore, sono circa 450 gli emendamenti apportati in questa nuova veste editoriale del 2021”. Cosa significa riscrivere per Aldo Busi? Correggere, ampliare, scorciare, intervenire sull’opera col senno-del-poi ossia plagiarla, riconfigurarla, facilitarla, segnare una cesura tra il Testo Antico e il Nuovo Testo quindi compiendo un atto intermedio di rinnegazione? A lettura completata, e dei 450 emendamenti già tanto se ne avrò percepiti la decima parte, una risposta è: niente di tutto questo. Riscrivere può significare portare l’opera a un nuovo compimento formale rispettandone l’intelligenza iniziale.

Una novità nella nuova edizione di sicuro c’è e appare nella sezione Biografia e bibliografia: sotto la voce ROMANZO INEDITO appare il titolo Seminario sul postmortem. Ma siamo già un passo fuori del romanzo. Di Aldo Busi si dice che non scriva più ma è corretto dirlo di chi sottopone a nuova scrittura la sua opera prima, pubblicata nel 1984 e da allora sottoposta a più e più revisioni? Tralasciando il romanzo inedito “stampato in ottocentocinquanta pagine circa ordinatamente impilate su un tavolo da lavoro” (secondo l’articolo di Paolo Landi, pubblicato su Doppiozero), perché il lavoro di riscrittura non viene inteso come azione di scrittura vera e propria?

C’è sempre una buona ragione per una nuova lettura dei capolavori di Thomas Mann, Joyce, Dostoevskij, George Orwell, quindi una nuova scrittura è l’occasione più che ragionevole per leggere Seminario sulla gioventù punto 2021 durante i primi giorni di un 2022 che già promette circa duecento nuovi titoli in arrivo, provocando immediatamente un senso di abulia, di nausea, di rigetto. Lo si è capito che pubblicare è facile e che è lo scrivere il difficile? Che ormai non si sa chi sia più pollo da batteria da spennare tra il lettore che si vuole ingozzare di qualunque foliazione rilegata purché la paghi e l’autore convinto di aver dato vita a un’opera soltanto perché un editore che deve assicurarsi di far continuare ad andare le rotative gl’ha controfirmato il contratto di pubblicazione? Cosa significa scrivere, insomma?

Scrive Aldo Busi in Seminario sulla gioventù: “l’autobiografia è sempre della specie sino a quel dato punto lì che uno la fa”. Al centro del lavoro letterario di Aldo Busi c’è l’opera di consapevolezza del linguaggio su sé stesso e conseguentemente del parlante che appropriandosi di questa consapevolezza non è più usato dal linguaggio, da chi ha prodotto quel linguaggio: Busi, intendo dire, riscrive da sempre l’italiano così come è stato consegnato a lui e a chiunque lo impari passivamente, pronamente. Riscrivere il linguaggio significa riscriversi dunque avere la possibilità di non incarnare più, più o meno inconsapevolmente, lo stereotipo preassegnato, di non cadere nell’inganno di starlo invece originando finendo come canarini impagliati che si sentono uccelli del paradiso e che scambiano la propria gabbia per il massimo orizzonte mai visto prima.

Riscrivendo il linguaggio, plasmandolo per dirsi e non subendolo facendosi dire da lui, Busi ristabilisce la gerarchia tra chi dice e chi è detto. Alla domanda vezzosa “Viene prima la parola o il parlante?” l’opera di Aldo Busi risponde con una sberla pragmatica: guai a poltrire nelle meditazioni sulle origini a prova di risposta certa e che quindi si prestano a ruminazioni all’infinito. Quello che conta sapere è che c’è qualcuno, nel caso della letteratura lo specifico lettore di volta in volta alle prese con l’opera che sta leggendo, il quale deve fare i conti con sé stesso dunque con le sue capacità cognitive, di astrazione, di riflessione, di farsi dunque terzo rispetto sia a ciò che legge sia rispetto a chi è che lo sta leggendo e dunque a sé stesso. Questo trattamento Busi lo applica su di sé per primo quando riscrive, dovendo essere sia lettore sia scrittore di sé stesso sia terzo ad entrambi per poter ottenere un risultato estetico valido, ovvero scisso dal piccolo foro della sua intelligenza personale, estendendosi per inglobare quella altrui (dall’incipit di El especialista de Barcelona, 2021: “C’erano una volta gli altri…”).

L’esperienza fondamentale che mette a disposizione lo scrittore-che-scrive è proprio questa dimostrazione pratica di come si possa essere Altro da sé. Quando il campo del cimento è la letteratura i fatti che lo comprovano sono le parole esatte accuratamente selezionate per raccontare una storia-proprio-così, laddove è fondamentale tutto, anche il più piccolo segno ortografico, poiché cambiando la forma cambia inevitabilmente il messaggio che è la forma stessa, correndo il rischio allora non di riscrivere l’opera ma di sovvertirla, di farla deragliare, di adulterarla, tradendola, snaturandola, considerato che da abbastanza millenni la natura umana non è altro che la cultura che s’è saputa dare da sé.

In Seminario sulla gioventù punto 2021 il tocco della riscrittura di Aldo Busi si sente ma per vederlo bisogna essere dei tignosi come so esserlo io alle prese con le sue opere. Quando mi sembra di aver sentito un accento nuovo vado a controllare le edizioni precedenti, m’accerto se è come m’è sembrato, e se qualche volta la imbrocco (una frase in meno sullo spiedo di Feèrdèniskuss da andare a sfidare, la guardiana protettrice dei pisciatoi indugianti che da Wanda diventa la Norma, un espositore di Tony Dallara che non c’è più) sono più le volte che faccio cilecca come quando per esempio m’incanto leggendo: “Ancora qualche mese e sarà la volta del calicanto, il fiore preferito di Barbino per via che se ne infischia anche del gelo.

Leggo questa frase e me ne meraviglio e esulto tra me e me imbrodandomi: ah, che impennata di soavità senza sforzo apparente!, che evoluzione dello stile, che leggerezza mai raggiunta!, e io l’ho colta, ho colto il calicanto! Poi vado a controllare e in Seminario sulla gioventù del 2016 la frase è già lì, identica (continuando a controllare, l’edizione del 1984 riporta una più reticente “Ancora un paio di mesi e sarà la volta del calicanto”. Non ho a mia disposizione tutte le edizioni del Seminario quindi non so stabilire quando sia stata compiuta la sbocciatura finale della frase: prima o dopo la pubblicazione de E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno? del 2004?).

Se non è cambiata la frase chi è cambiato allora? Io? La mia sensibilità da lettore ovvero la mia capacità di intercettare all’interno del testo quelle particelle che di per sé formano microstorie autonome? C’è un arco narrativo sotteso nello scrittore che riscrive una frase non mistificandola, non forzandola, non spingendole dentro significati successivi, incongrui con le versioni precedenti, ma allargandola senza disperderne l’aura, “quell’aureola là sotto le cose che senti, che non aveva niente a che vedere con l’aureola sopra la testa delle sante.

Ancora un interrogativo: si può parlare di un libro forse nuovo forse no senza dire nulla della sua trama che è rimasta del tutto intatta? Sì, l’ho appena fatto, e comunque Barbino ormai sta di fianco ai Don Chisciotte, alle Balene Bianche, ai Pinocchio: la trama dei romanzi-romanzi è importante, ci mancherebbe, ma quanto tutto il resto. Tanto le opere sono lì: scrivere di un libro è invitare al viaggio verso la sua lettura, nella migliore delle ipotesi, altrimenti è un volertici mandare con tanto di gesto accompagnatorio. Di certo chi spera che leggere qualcosa di un libro basti perché non si noti che quel libro non l’ha letto affatto non si merita neanche il pettegolezzo che sortirebbe spontaneamente.

Tra una edizione e l’altra di Seminario sulla gioventù chi si è riscritto di più? Il romanzo o tu che lo leggi? Lui di sicuro; tu solo se te la sei saputa dire bene. C’è molto più che un cambio della guardia in copertina, da un’opera di Fabio Romano a una di Lucia Manenti per dire delle ultime due: c’è la possibilità di prendere consapevolezza di chi stai diventando tra riscritture e riletture, di esercitare lo sguardo per cogliere l’infiorescenza del calicanto, e intanto ti ritrovi sottomano l’italiano più aggiornato che ci sia, ovvero lo spirito del mondo formato tascabile.

Antonio Coda