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“Non facciamo che lottare con le nostre ombre. Ma sono proprio queste a renderci irripetibili”: Ilaria Cerioli dialoga con Aisha Cerami

La banalità del male, nascosta dietro un sorriso o celebrata con una stretta di mano, è il tema del nuovo romanzo di Aisha Cerami, Gli altri (Rizzoli, 2019). Un romanzo complesso, intrigante e paradossale, ma assolutamente plausibile se penso a quanta felicità barattiamo in nome di una vita tranquilla. Quanta libertà sacrifichiamo pur di non pensare? L’azione del pensiero implica fatica e dolore, per questo la verità è meglio chiuderla tra quattro mura. I panni si lavano sempre in casa e la polvere si nasconde sotto il tappeto.

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In un condominio, a ridosso della tangenziale, quasi in un borgo di campagna, lontano dal traffico del centro cittadino abitano diverse unità famigliari, qualche single depresso, un’anziana zitella, un vedovo: persone che, per un motivo o per un altro, hanno deciso di abbracciare la solitudine.   Fin dalle prime pagine mi ritornano le parole di Hanna Arendt “ll peggior male del mondo è il male commesso dai nessuno, da esseri umani che rifiutano di essere qualcuno”. Lo stabile, infatti, sembra un piccolo scampolo di Paradiso dove tutto funziona alla perfezione: il giardino è curato, gli appartamenti sono confortevoli e i coabitanti sembrano una grande famiglia. Tutti si aiutano gli uni con gli altri e le signore, sempre sorridenti, si scambiano ricette; la vita scorre placida e serena entro i limiti del giardino. La quiete dei condomini, però, viene bruscamente interrotta da due spiacevoli accadimenti: prima dalla morte della signora Dora Bruni e poi dall’arrivo di una famiglia che prende possesso del suo appartamento. Se la morte è un fatto naturale, che si può catalogare come uno sfortunato evento purtroppo inevitabile, l’arrivo di estranei, invece, può essere una scocciatura per chi ha deciso di far terminare la geografia al cancello di casa. La novità, pertanto, non è un’opportunità, ma un inconveniente. Un impiccio in più da risolvere perché nulla cambi. E se i nuovi arrivati, pur simpatici, carini e affabili, sono poco disposti a cedere il fianco all’invadenza dei vicini, allora si dichiarano aperte le ostilità.

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Quell’apparente paradiso si trasforma presto in un covo di serpi e come nella serie Desperate Housewives, qualcuno si intromette troppo negli affari altrui; qualcuno, invece, nasconde segreti, mentre tutti fingono cortesia per nascondere le proprie nevrosi. Nel condominio vigono leggi ambigue, più simili a una condanna che non a un regolamento condominiale. Per chi varca la soglia, infatti, resta valida l’anafora “Per me si va nella città dolente, per me si va nell’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”.  Ben presto la distanza tra chi difende la propria privacy e il gruppo storico degli abitanti diventa incolmabile e la comunicazione tra le due parti salta completamente. Il romanzo di Aisha Cerami ci mette davanti alla “banalità del male” della piccola gente, di chi pensa che sia bene non farsi troppe domande per buona creanza. Aisha Cerami ha dato voce a una collettività diversamente infelice, egoista e problematica nonostante le apparenze. Proprio per l’elegante e sottile ironia con cui ci svela il baratro nascosto dietro la vita dei condomini, questo romanzo è di difficilmente ascrivibile entro una categoria.

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Si tratta di un romanzo di formazione, psicologico o altro? Come sostiene l’autrice “Sicuramente il mio romanzo di riferimento è “Il condominio” di Ballard. Un lungo racconto surreale che mi ha colpita per la sua potenza evocativa. Ballard, grandissimo scrittore anche di fantascienza, nel suo romanzo ha avuto la capacità di raccontare il declino di una società borghese utilizzando immagini al limite della credibilità. Si è spinto oltre il vero, mettendo in mostra una galleria di personaggi atroci, cannibali anche, disperati e suicidi. Ecco, quel romanzo, senza dubbio ha ispirato il mio”.

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Al condominio Roseto, infatti, si finge di vedere, di ascoltare, di consolare, di voler bene e come un roseto infingardo quella “brava gente” mostra il meglio di sé ma nasconde spine velenose. Un condominio che, come il Castello di Atlante, non lascia più uscire i suoi abitanti ammaliandoli con il miraggio di una vita perfetta. Una casa di marzapane, una trappola per chi si illude che scappare dal mondo sia la soluzione: “Un luogo diventa una trappola – sostiene Aisha Cerami – quando ci stai dentro per paura. Quando la scelta di rinchiudersi in una gabbia dorata è inconsapevole. Ciò che non si sceglie, spesso porta tutti alla sofferenza. E spesso non si sceglie credendo di aver scelto”.

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Allora, se non è un romanzo di formazione e neppure psicologico, è forse un noir strano, dove il delitto resta in sospeso e mai consumato? Il vero crimine è l’ottusa intolleranza di chi vuole imporre la propria visione del mondo. Sicuramente è romanzo corale, polifonico, in cui tutti sono in scena dall’inizio alla fine. Il singolo personaggio diventa il prototipo del nostro vicino di casa: di chi non ci permette di ascoltare musica perché disturba, di chi non sopporta le voci dei bambini che giocano in cortile, di chi si lamenta se camminiamo con i tacchi, di chi ci rimprovera se parliamo a voce troppo alta perché i muri sono sottili. Abbiamo tutte le categorie possibili, dalla madre mancata; il depresso, la donna vittima di abusi, la ragazza ferita nell’anima, la bambina troppo intelligente per sopravvivere a tanta follia repressa. Per come viene raccontata la normalità, mi ricorda Stephen King con Misery non deve morire, dove il male sovrasta la ragione: le signore per bene possono distruggere imperi con la maldicenza. Per questo ritengo che nonostante la garbata scrittura di Aisha, questo sia un romanzo violento dove la violenza fa capolino da una persiana abbassata. È un libro senza redenzione perché, pur di salvaguardare il valore della mediocrità, ogni abitante, resta comunque fedele al proprio Purgatorio. Dominante è il contrasto tra dentro e fuori, dove ciò che rientra nei limiti del Roseto e nelle regole della collettività, è buono rispetto a quello che proviene dall’esterno.

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“L’intolleranza nei confronti di chi non ci somiglia è innata nella natura umana. Il diverso ci costringe a guardarci, ci fa sentire rifiutati, ci fa mettere in discussione. E non sempre si ha voglia di tribolare con i sentimenti. Da qui il rifiuto e l’aggressività. L’intolleranza non è un problema “politico”, ma personale, che tocca ognuno di noi”, sottolinea l’autrice riferendosi alle cattive abitudini della società contemporanea, sempre meno sensibile verso il prossimo. Il contrasto dentro/fuori è anche quello tra Apparenza e Interiorità: “Ognuno di noi ha nella propria vita dei dolori che si porta dietro, grandi e piccoli, ma sempre degni di rispetto. La gelosia, l’invidia, il tradimento, la frustrazione, sono emozioni umane che mi inteneriscono e che conosco bene. Le posseggo, le ho possedute, come tutti noi. Non facciamo che lottare con le nostre ombre. Ma sono proprio queste a renderci unici e irripetibili. Nel romanzo tocco i grandi mali perché sono ovunque. Quello che esce nei giornali è un millesimo di quello che accade tutti i minuti nel mondo. Per una donna violentata ce ne sono state altre mille. Quei mali di cui parlo non sono rari, sono quotidiani e ci circondano. Ora, ho voluto raccontare il tutto con ironia e leggerezza, perché penso che la tragedia abbia bisogno di commedia per resistere. E perché penso che tutti noi, se non ci ridessimo su, ogni tanto, ci ritroveremmo ossessionati dalla morte”.

Davvero i ragazzini salvano il mondo? Perché anche nella micro realtà del Roseto sembra che i più lucidi siano due adolescenti: Arina e Antonio. Gli unici che si prendono la responsabilità di denunciare apertamente l’ipocrisia degli adulti. “I ragazzini del romanzo sono ancora capaci di guardare il mondo con gli occhi puliti. L’adulto, quello sguardo incantato e stupito, tende a reprimerlo. Lo ritiene infantile, superficiale, inesperto. Gli adulti hanno un bagaglio sulla schiena che pesa, e se il loro dolore non è stato estirpato, ma represso, allora faranno di tutto per non guardarlo. Anche smettere di ascoltare chi invece vorrebbe solo vivere”.

Ilaria Cerioli

*In copertina: Aisha Cerami nel ritratto fotografico di Silvia Tiddi

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