“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Nell’agosto del 1937, su “Le Vie del Mondo”, la “Rivista mensile del Touring Club Italiano”, Giuseppe Tucci firma un lungo articolo su Gli Ainu. Il servizio dedicato a sviscerare la misteriosa minoranza etnica relegata in Hokkaido, numericamente esigua (“forse gli Ainu sono gli unici superstiti d’una razza bianca diffusasi in Estremo Oriente”), è scritto in stile divulgativo, a tratti brillante, spesso assertivo. All’epoca, Tucci era ritenuto il massimo tibetologo al mondo, aveva organizzato sei spedizioni in Tibet e altrettante in Nepal e fondato da pochi anni l’IsMEO (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente). Il servizio è ricco di fotografie; dopo aver descritto i tratti somatici – differenti da quelli dei giapponesi – degli Ainu, Tucci ne descrive costumi e cultura.
“Fino a non molti anni fa, le donne si compiacevano d’un tatuaggio curioso sulle labbra, a disegno di baffi e di barba… In mezzo al villaggio si trovano sempre delle gabbie, nelle quali vengono rinchiusi dei piccoli orsi catturati sulle montagne vicine… La caccia all’orso è una delle occupazioni di questa gente, e ciò spiega il carattere totemico dell’animale”.
Il centro della vita sociale e spirituale degli Ainu è la cattura e l’uccisione, secondo rito, dell’orso. I villaggi in cui abitano gli Ainu sono costituiti da rudi capanne, costruite secondo un codice stabile; frenetica la vitalità religiosa:
“sentono dappertutto la presenza di forze divine… predomina la deità madre del fuoco che, adorata nel focolare domestico, è una specie di nume tutelare della famiglia… Non ci sono sacerdoti o intermediari fra il mondo divino e quello umano: ogni capo di casa compie i riti tradizionali escludendone le donne”.
I riti – anche quelli funebri – sono parchi, scarni; a dire di Tucci, la vita degli Ainu, “vicino al mare e sulle falde dei monti” è “semplice e primitiva”. La sensibilità artistica è “scarsa” – a contrasto “con un paese come è il Giappone, ove il popolo tutto è per istinto dotato di squisita sensibilità artistica” –, la cultura pressoché nulla: “la civiltà ainu è molto povera e non ha portato alcun contributo particolare al formarsi della cultura orientale”. Ciò è testimoniato dall’assenza quasi totale di un repertorio letterario che racconti miti, epopee, riti degli Ainu.
Misteriose sono le origini degli Ainu, forse provenienti dalla Siberia, diffusi in Hokkaido e sull’isola russa di Sachalin. Laterali ai grandi moti della Storia e alle sue latebre, gli Ainu paiono un popolo di sconfitti, rei di resistere in un arcano isolamento. L’interesse nei loro riguardi, conclude Tucci, “è accresciuto dal fatto che questo popolo è prossimo alla definitiva scomparsa come unità etnica”.
Le severe conclusioni di Tucci sono state contestate da uno dei suoi allievi più brillanti, Fosco Maraini. In Hokkaido dal 1938, Maraini è tra i rari studiosi a raccontare, fotografare e filmare le residue vestigia degli Ainu; in diversi articoli – raccolti in Gli ultimi pagani, Bur, 2001 – Maraini traduce il genio di un popolo sulla scia della scomparsa, il fascino di un’esistenza elementare, dalla ritualità sobria perché coerente con i moti della natura. Il rapporto di Maraini con gli Ainu è ventennale; parte dei manufatti raccolti dall’antropologo nella sua prima spedizione sono stati donati al Museo di Antropologia e Etnologia di Firenze (che così le descrive in una mappa divulgativa: “La collezione raccolta nel 1939-41 da Fosco Maraini è completamente dedicata agli Ainu di Hokkaido. Sono 500 oggetti circa che raccontano le abitudini di un popolo la cui cultura è ormai praticamente estinta. Tra questi spicca una ricca collezione di Iku-bashui, bastoncini cerimoniali di legno, scolpiti e decorati e sei attush, i kimono tradizionali fatti di cotone e di fibre d’olmo tessute a mano”). Gli studi compiuti da Maraini dimostrano – a contrario di ciò che si credeva – una decisa propensione estetica da parte degli Ainu.
In precedenza, gli Ainu erano stati studiati dallo iamatologo Basil Hall Chamberlain – Aino Folk-Tales, 1888 – da John Batchelor, missionario per la Chiesa d’Inghilterra – The Ainu of Japan: the religion, superstitions and general history of the hairy aborigines of Japan, 1892 – e dall’etnologo lituano Bronisław Piłsudski, di fede socialista, spedito in esilio dallo zar Alessandro III, che nel 1912 radunò i materiali delle sue ricerche condotte a Sachalin. A Shiraoi, in Hokkaido, un museo, l’Upopoy, racconta con mole di documenti la vicenda e la cultura degli Ainu.
Spesso la storia degli Ainu è avvicinata a quella degli Emishi, antica, audace genia di nativi, in contrasto con l’imperatore del Giappone, poi scomparsa. Gli Emishi sono ‘animati’ da Hayao Miyazaki in uno dei suoi film più noti, La principessa Mononoke (1997): anche qui, si tratta di una eroica storia di marginali, di popoli sopraffatti.
Poco alla volta, setacciando la reticenza degli Ainu, si è iniziato a riferire del loro epos, della loro letteratura. Tra i testi leggendari – yukar – narrati oralmente, secondo un lignaggio di cantastorie, il più importante è ilKutune Shirka. In questo complesso sistema narrativo, l’eroe racconta in prima persona le sue avventure. Gli elementi della favolistica classica sono tutti presenti: l’oggetto magico – la spada –, la bestia fatale – una lontra d’oro –, la donna-strega. Il ragazzo opera tra incantesimi opposti, grazie a coraggio e capacità nello stratagemma. Il Kutune Shirka è stato recuperato e tradotto in giapponese dal linguista Kyōsuke Kindaichi; da quella versione è tratto il lacerto pubblicato dall’orientalista Arthur Waley – già traduttore, in inglese, del Genji Monogatari, del Tao Te Ching, degli Analecta di Confucio e dell’opera di Sei Shōnagon – su “Botteghe Oscure”, la rivista ‘romana’ di Marguerite Caetani, nel 1951. A quello ci riferiamo per questo esercizio traduttivo.
Così ne dice Waley nello scritto che introduce l’epica:
“Nel XVIII secolo, due cose colpirono i primi studiosi giapponesi degli Ainu: la ricchezza della loro letteratura, tramandata oralmente, e la lunghezza delle loro barbe. Il poema veniva intonato più che cantato: il verso ha accenti enfatizzati dal rumore di un bastone. A volte erano le donne più anziane a recitarlo; più spesso un uomo. Le donne possedevano un repertorio di poemi ‘privato’: generalmente, narravano di uomini preda della follia d’amore. […] L’epopea veniva recitata in occasione di cerimonie religiose, in mare, in attesa che i pesci abboccassero, o attorno al fuoco, durante le lunghe notte d’inverno. L’epopea è stata raccolta dal professor Kindaichi negli anni Venti e pubblicata nel 1932. Wakarpa, il vecchio capo Ainu, cieco, che si convinse a recitare l’intera epopea, morì prima della pubblicazione. Wakarpa è stato davvero l’Omero degli Ainu, che ha raccolto e organizzato un sistema narrativo altrimenti complesso e difforme? Può darsi: lui lo ha negato, dicendo di aver ripetuto quei versi così come gli erano stati insegnati. Se diciamo che questo poema è stato composto tra il IX e il XX secolo non sbaglieremmo di molto: una datazione tanto vaga temo però che non sia utile né illuminante”.
Vasta parte delle leggende liriche degli Ainu è sepolta tra le nebbie.
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Kutune Shirka
Epica Ainu
Era notte e non riuscivo a dormire: il dio che vive sotto i letti mi ha pungolato dal basso; il dio confitto tra le travi mi fissava dall’alto –
Mio fratello e mia sorella russavano forte, entrambi. Mi alzai dal letto per dirigermi verso il luogo dove custodivamo il tesoro. Vaso laccato legato da corde: le sciolsi, una dopo l’altra, tuffai la mano.
Giacca ricamata, spada istoriata, cintura d’oro e un piccolo elmo prezioso:
caddi nella boria
mi gettai addosso la giacca allacciai la cintura confinai il cranio nell’elmo: la spada era mirabile – mi ferii pur di infilarla nella cintura.
Credetemi: ero splendido pari a un dio, di ritorno dopo una grande gloria.
Capii, con la mente, cos’era la guerra, compii, con la mente vasti atti di eroismo –
Per la prima volta, uscii di casa – il nostro castello mi parve così bello.
La recinzione era fine come grandi nubi – ratti corrodevano i cunicoli, uccelli tempestavano di nidi le muta – il vento creava una musica sublime.
Un dio mi possedeva l’aria mi portò in alto. Sconfinai verso il porto una lieve brezza marina mi fasciava il volto.
Dolci voci valicano il mare ho camminato sopra dune di sabbia finché il dio che mi possedeva non fece tuonare i cieli.
In fretta, mi portò presso Ishkar: un castello magnifico dominava il villaggio – la lontra marina lampeggiò d’improvviso pari a una spada sui flutti.
Come quando sbuca l’alba vidi una donna uscire dal castello: sarebbe stata bellissima, pensavo. Capelli rossi le rigavano un viso dal mento troppo grosso: nulla di bello era in lei e i gioielli esaltavano la sua bruttezza.
La dorata lontra marina svanì tra le spume della marea: mi gettai verso l’aperto – mi sfuggì di mano ma sconforto non ghermì il mio agire – mi tuffai ancora, con la caparbietà di un uccello marino: la raggiunsi e fluttuò nel mio ventre
le mie braccia si librarono verso il cielo come rapaci
anch’io presi il volo e l’aria mi sembrava un secchio – legai attorno ai miei fianchi la nebbia perché nessuno mi riconoscesse
i miei fratelli russavano ancora il castello era magnifico – volevo dormire: il rumore del fuoco tartassava le mie tempie – avrei dovuto sacrificare la lontra – rabbia nutrì il volto del fratello una volta destato.
L’eroe si avvicina da dietro alla donna: scioglie i lacci del corpetto. È bellissima; pur abbrutita dall’invidia, è sotto i dettami di un incantesimo.
I giovani, sodi seni parevano sfere di neve: li accarezzai – si voltò: “Sei tu? Credevo fossi morto”. Mentre mi parlava, la sbriciolai brano dopo brano carne dopo carne sentii il fruscio della sua anima, l’anima malvagia che si librava in volo.
“Donne: combattete con le donne – lei è la sorella malvagia: avrei dovuto ucciderla io prima che l’eroe divino mi infliggesse tale punizione” disse Malinger.
Mi spinse a tornare a casa: ma qual era la mia casa? E da dove veniva quella ragazza? Non esiste alcun ritorno a casa se non ho il coraggio di sterminare il male – questo pensavo tra me e me.