06 Marzo 2022

“Dando al mio delirio ascolto”. Anna Achmatova, l’Ucraina e il Requiem

Forse pochi sanno ‒ così, forse è meglio rimediare ‒ che la poetessa Anna Achmatova nacque l’11 (23) giugno 1889 nei pressi di Odessa (Bol’šoj Fontan). E altrettanti pochi sapranno che, oltre alle svariate infinite poesie, l’Achmatova lasciò sparsi rari scritti in prosa, tra i quali un’autobiografia che mai volle o poté completare. Le lettere, tante ne scrisse, poche e isolate sono state pubblicate; come anche osservazioni critiche e ritratti (magistrale nella sua brevità quello della sua antagonista, Marina Cvetaeva).

Eppure stasera, pur avendo lanciato il sasso, ricorderemo tuttavia una poesia tra le più importanti pescate a caso nel mazzo. Anzi, ne citeremo uno stralcio soltanto, il IX di quel Requiem che tanto la rese ancor più vicina al popolo; a quella gente che mai volle lasciare e, dalla quale, non fu mai lasciata sola.

Difatti, basterebbe l’esergo soltanto per capire la portata di quel che sto dicendo:

No! Non sotto estraneo cielo,
Non sotto ali straniere a difesa,
Ero con il mio popolo allora,
Là dove esso era, per sciagura
1961

E questi versi, forse, dovrebbero per lo meno farci ricordare il presente, quel che accade a distanza di uno schioppo, in un mondo sempre più interconnesso, ma devastato dalla follia e dalla guerra russa, la quale punta il dito e lo schiaccia, come se nulla fosse, contro un popolo che proprio niente ha fatto per vedersi uccidere i propri figli.

Quell’Ucraina dell’Achmatova, ieri come ora, torna a interrogarci sulla potenza di un verso, e sull’impotenza che spesso o a volte abbiamo verso un potere tirannico che tutto può e tutto vieta, se guidato dalla follia.

IX

Già la follia con l’ala
Metà dell’anima ha coperto,
E offre ardente un vino
E attrae nella nera dolina.

E ho capito che a lei
Cedere devo la vittoria,
Dando al mio delirio ascolto
Come fosse ormai di un altro.

E nulla ella permette
Ch’io porti via con me
(Per quanto supplicata
e tediata con la preghiera):

Né del figlio gli occhi terribili ‒
Sofferenza impietrita,
Né il giorno in cui arrivò il terrore
Né in carcere l’ora della visita,

Né la cara freschezza delle mani
Né dei tigli le ombre agitate,
Né un lieve suono lontano ‒
Le parole dei conforti estremi.

(Giorgio Anelli)