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127 ore. Un film per imparare a dire “grazie”

127 ore è un film per imparare a dire grazie. Diretto da Danny Boyle e Simon Beaufoy nel 2010 si basa su una storia realmente accaduta a un ragazzo di ventisette anni di nome Arold Ralston. Questo ragazzo, classe 1975 di professione ingegnere ma appassionato di arrampicata, decide di fare una escursione solitaria nel Blue John Canion nello Utha nel 2003, aveva appunto ventisette anni e tutta la potenza della vita nei muscoli di giovane uomo. Succede che mentre eseguiva la discesa del Canyon smuove accidentalmente un masso che rotolando gli schiaccerà il braccio e lo costringerà immobile a cinque giorni di agonia e solitudine. Non vi nascondo che il film non è esattamente definibile come “piacevole”, anzi rimane indigesto e non poco. Per nulla gradevole, è un film che insegna a dire grazie nel modo più scarno che ci sia. Senza orpelli inutili e per tale motivo è devastante.

Sono infatti 127 le ore che separano questo ragazzo dal sé precedente all’incidente al sé realizzato. Sono queste 127 ore che lo porteranno a una quasi morte e a fargli conoscere se stesso in un atto disperato ed estremo. Con un braccio completamente bloccato dal masso che lentamente si sta necrotizzando capisce che esiste un ultimo atto di vita per restituirsi alla vita: decide di amputarsi da solo il braccio e liberarsi così dal blocco del masso. Vi chiederete come sia possibile davvero tagliarsi una parte del proprio corpo dopo giorni di digiuno, stremato e senza speranze. Sarebbe sicuramente più facile lasciarsi morire, fluire in quella melanconia devastante che ci trascina lenta come un piccolo fiume alla foce della distruzione. Esattamente quella a cui tutti i giorni ci abbandoniamo quando eseguiamo quei compiti quotidiani che non vogliano, che facciamo per senso del dovere, perché la società ci dice che è giusto, così fanno tutti.

Arold Ralston nel punto più esatto del limite fra vita e morte sceglie di rinunciare a un pezzo fondamentale del suo corpo di scalatore e di giovane uomo per tentare di riemergere dal torpore di una vita egocentrica e isolata. Nel film infatti in quelle 127 ore che lo separano dalla decisione ultima di provare a ri-vivere il protagonista ripercorre le sue colpe, i suoi rimpianti, grida l’amore e il perdono a chi non lo ha mai detto, a chi ha trascurato. In fondo si trova lì, completamente solo, perché nella sua modalità di vita non dice mai a nessuno dove sta andando, non risponde alla madre che lo chiama al telefono spesso e non dice ti voglio bene. In sostanza non sceglie mai e non scegliendo resta con un sé stesso che ora si trova intrappolato tra le rocce verticali con una parte del proprio corpo bloccata. Sarà infatti questa situazione di immobilità costretta in cui si trova a fargli fare quel movimento di interiore di rivalutazione delle priorità. Il filma ha scene a tratti un po’ cruente: come quando si vede il protagonista delirare dalla mancanza di acqua e cibo, oppure quando urina nella borraccia per provare a rimanere idratato fino a quando si taglia nervi e tendini con un coltellino svizzero assolutamente non affilato come dovrebbe. Insomma anche per i più duri di comprendonio delle immagini così forti in qualche modo arrivano.

Ma la parte fondamentale di questo film sta in una sola parola: grazie. Arold fa una scelta, rende grazie al masso che lo ha bloccato e che lo ha costretto ad amputarsi un braccio da solo. Dice grazie perché quella roccia ha aspettato per migliaia di anni di cadere su di lui, per tutta la sua vita Arold era stato destinato a quel tragico momento. Per tutta la vita la roccia lo ha aspettato. Tagliare una parte di noi è ovviamente un sacrificio, è doloroso e sentiremo la parte mancante come un fantasma che ci segue, che in qualche modo pende ancora dal nostro corpo. La storia vera di Arold Ralston ci insegna a dire grazie al dolore, a rendere omaggio anche alla tragedia perché decidere di amputare delle parti di noi può in realtà renderci più liberi.

Arold in quel gesto non ha soltanto tolto una parte del proprio corpo, ma ha cavato dal suo sé anche tutto quel bagaglio di superiorità e solitudine che lo ha portato fino alla roccia che lo aspettava. Ha deciso di rinascere dalla roccia e dal sangue, di resistere alla incredibile tentazione della melanconia. Pensiamo ad esempio alla meravigliosa incisione di Durer “Melancolia”. Abbiamo un angelo massiccio, potente, con una forza compressa e contenuta, ripiegato su se stesso in un gesto di spirale forzata. L’angelo ha nel corpo tutta la forza annidata in quella spirale discendente ma non la svolge, non la libera e quindi non permette a se stesso di esistere. 127 ore è un film che può far riflettere – anche ai meno sensibiloni – sul senso della potenza compressa in ognuno di noi, forza primordiale che si può liberare soltanto nell’atto del ringraziamento vero e del sacrificio. Rinunciare a una parte di noi può voler dire leggerezza, svolgere quella spirale di tensione, liberarla.

Clery Celeste

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