Altro che raccontare l’uomo medio: Checco Zalone in “Tolo Tolo” incarna il crollo delle ideologie più di una statua abbattuta di Lenin, più di una pietra del muro di Berlino

Posted on Gennaio 06, 2020, 10:50 am
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Quando per il lancio di un film si mette in campo un tale spiegamento di forze, con più di mille sale e decine di spettacoli al giorno, il primo alla mezzanotte del 31 dicembre – che a qualcuno ha risolto pure il capodanno, e se non è genio questo –, è impensabile non si dica che è sopravvalutato. Chi arriva a una tale popolarità è oltre il valore tecnico e artistico di qualsiasi singola opera: è nella dimensione dell’amore del pubblico, perché è riuscito a cogliere lo spirito del proprio tempo. Altrettanto inevitabile è che molti auspichino il flop: il successo, a certi livelli, è imperdonabile. Ma si rassegnino i detrattori: ancora una volta, forse in modo diverso dai precedenti, il film è riuscito.

Chi andrà a vederlo per capire una volta per tutte se Zalone sia di destra o di sinistra, razzista o radical chic, resterà deluso. Altrettanto lo sarà chi vorrebbe solo ridere. Perché Zalone, sotto la maschera della comicità, pur ben riuscita e a tratti esilarante, incarna il crollo delle ideologie più di una statua abbattuta di Lenin, più di una pietra del muro di Berlino.

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Che Zalone, degno erede di Sordi, Villaggio e Verdone, rappresenti l’italiano medio, con le sue furberie, meschinità e nevrosi, ma anche con l’arte di arrangiarsi e gli improvvisi slanci di umanità, si è detto molte volte. A mio parere in Tolo Tolo va oltre. Arriva a rappresentare lo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una politica che delude da entrambe le parti. A una tecnologia sempre più utilizzata ma sempre meno comprensibile. A un bombardamento di informazioni che dovrebbe farci capire chi sono i buoni e i cattivi persino in Libia e in Siria, quando non abbiamo chiaro nemmeno chi avesse ragione all’ultima riunione di condominio.

Il protagonista di Tolo Tolo, dopo il tentativo fallimentare di aprire un ristorante di sushi in Puglia – cosa che di per sé farebbe già inorridire ogni vero sovranista, e forse rappresenta proprio il sogno fallito di una globalizzazione a misura umana – in fuga dal fisco e dai creditori, prima si rifugia in un resort in Kenya, poi si trova in mezzo alla guerriglia e finisce per imbarcarsi su una nave di migranti per tornare in Italia. Nel mentre, naturalmente, si innamora.

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Prima dell’uscita del film, Zalone ha giocato con la stupidità: quella di sinistra che gli dà del razzista per un promo palesemente ironico, quella di destra che, addirittura, tenta di arruolarlo nella Lega. Nel film, invece, gioca con l’intelligenza. La sua tecnica umoristica meglio riuscita è sempre il ribaltamento del luogo comune e del punto di vista, di cui è maestro. Un esempio per tutti, la mancanza di diritti per donne e invalidi in Africa, che all’imprenditore italiano vessato dalle troppe leggi appare per un attimo come un paradiso. Ma non solo l’Italia è messa sotto la lente del sarcasmo: anche l’Africa, con la sua arretratezza, ignoranza e superstizione. Zalone non cede al mito del buon selvaggio, che nel film non possiede alcuna superiore saggezza, e nemmeno ha alcuna intenzione di pagarci la pensione. E qui emerge più che mai quel politicamente scorretto che è la sua cifra migliore.

Sotto la comicità si avverte un profondo nichilismo nei confronti delle istituzioni: l’Italia è solo burocrazia che uccide i sogni, il cinismo dell’Europa è reso con grande efficacia nella surreale lotteria di spartizione dei migranti. La speranza rimane, ma unicamente nella dimensione privata, mai in quella pubblica. Solo l’amore, per una donna, un uomo, un bambino, può salvare. Ma non è mai un amore universale. È il sentimento del tutto egoista e antidemocratico per una persona, quella persona lì, quella per cui si finisce per attraversare deserti e mari in tempesta su una bagnarola. Lo canta Zalone in Gnocca d’Africa, pur nel suo modo un po’ triviale, che “se ti entra nel cuore una ragazza di colore” sarai disposto a tutto. Ma già nei suoi film precedenti si avvertiva: è l’amore, o almeno l’affetto, a far desistere la Farah di Una bella giornata dal commettere un attentato, ed è sempre l’amore che fa rinunciare Checco al posto fisso in Quo Vado.

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L’uomo di Zalone è sempre in fuga da qualcosa, come lo siamo tutti – anche se i migranti un po’ di più – e la vita è quel che ci accade mentre scappiamo. Scappiamo per sopravvivere, per essere quello “stronzo che resta a galla”, come ben dice nel contestato brano musicale sul naufragio. Checco fugge prima dai debiti e dai parenti avidi, poi dai terroristi e dai libici. Eppure, in tutta la sua epopea, rimane perlopiù concentrato su sé stesso, ingenuo e insieme disinteressato a ciò che lo circonda. E forse è proprio questa inconsapevolezza la sua forza. Continua a cercare le creme all’acido ialuronico anche in mezzo alla guerriglia e teme l’ex moglie più dell’ISIS. Questo aspetto trova la massima espressione in una delle battute più feroci e ben riuscite del film, il momento in cui Checco esclama il suo ringraziamento ad Haftar, il generale libico che con il lancio di una bomba impedisce al suo rivale di provarci con la donna che gli piace. L’amore è salvifico, ma al tempo stesso esclusivo, egoista, incurante del resto. La bontà, la generosità, non sono impossibili, anzi, possono ispirare atti coraggiosi, persino rivoluzionari, ma del tutto privati. Chiunque voglia elevarli a una dimensione superiore, che si tratti dell’intellettuale africano o del fotografo francese, si rivela falso, pronto a tradire.

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Anche la canzone finale, giudicata da alcuni buonista, non lo è affatto. La “cicogna strabica e mignotta” che porta per sbaglio i bambini in Africa invece che in Occidente, richiama di nuovo l’inconsapevolezza, la casualità dell’esistenza. Infatti non può che far inorridire gli integralisti dell’anticolonialismo, quelli per cui bisogna accogliere tutti, ma che, al tempo stesso, trovano irrispettoso affermare che nascere in Africa sia una sfortuna. Si tratta di una spiegazione favolistica, rivolta in un espediente meta-cinematografico ai bambini del cast. Nel tentativo di portare la tragedia al livello di comprensione di un bambino, questo passaggio ricorda un po’ La vita è bella di Benigni: il bimbo vittorioso sul carro armato è ora lo stesso che riceve l’agognato permesso di soggiorno lanciato dalla mongolfiera. Ma solo in un finale surreale, che diventa cartone animato. Ai bambini non si nega il diritto di sognare. Ma il mondo vero, quello crudele degli adulti, Zalone ce l’ha già raccontato prima, in tutto il dramma celato sotto la farsa. 

Viviana Viviani

*editing di Luisa Baron