Gioco di specchi cronologici. Nel 1959 Yukio Mishima pubblica La casa di Kyoko. Benedetto dalla precocità, Mishima ha 34 anni: la pubblicazione, dieci anni prima, nel 1949, di Confessioni di una maschera, lo segna come l’eroe della nuova letteratura nipponica. Il 2 novembre del 1949, all’editore delle ‘Confessioni’, Mishima scrive: “Ho rivolto verso di me la lama dell’analisi psicologica che fino ad oggi avevo affilato su personaggi immaginari e, nel tentativo di vivisezionare me stesso con le mie mani, mi sono ripromesso una precisione scientifica, di essere ciò che Baudelaire chiama ‘la vittima e il carnefice’”. Due cose: la lama, tragicamente rivolta, vent’anni dopo, contro la propria carne. La lama che ogni scrittore deve usare per fare macello di sé, sushi dei propri pensieri, uccidendosi: vittima e carnefice. Dopo aver svuotato se stesso, con le viscere dell’io che si muovono, a terra, come anguille, Mishima disseziona la Storia, passa dallo scritto all’atto. Nel disgusto degli scrittori, degli scriventi.

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Si scrive, sempre, per agire – la parola agisce in chi legge, con la dolcezza di un sibilo, con la perentorietà di un ordine.

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La casa di Kyoko fu un insuccesso. “Ho impiegato più di un anno a scriverlo, è stato un clamoroso insuccesso di pubblico, io mi sento terribilmente depresso”. Nonostante le intenzioni, alte, denunciate in una intervista, citando Flaubert e Stendhal. “L’essere umano, isolato, sorregge l’epoca moderna con il proprio isolamento. Penso che la caratteristica essenziale dei giovani d’oggi sia il nichilismo. Ma la parola contiene varie sfumature. Chi ha la consapevolezza di essere nichilista riesce a convivere con questo atteggiamento, chi non ne è consapevole ne viene distrutto”. Anche l’idea di fare un film sul romanzo naufraga. Masaichi Nagata, però, sessant’anni fa, il presidente della Daiei Studios di Tokyo, fa leva sul narcisismo di Mishima: gli propone di recitare nella pellicola diretta da Masumura Yasuzo, Una canaglia. Mishima accetta – lo scrittore, scagliato, s’incaglia nella necessità di applausi. “Solo pochi mesi prima, si era pensato come il Thomas Mann del Giappone moderno, ritirato nel suo studio per creare capolavori immortali; ora sogna di essere la versione giapponese di James Dean”, ironizza Damian Flanagan, inglese, studioso di letteratura estremo orientale, già autore di una biografia su Mishima e di diversi saggi su Natsume Soseki, in un articolo uscito sul “TLS”, Big in Japan.

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In generale, credo che gli inglesi – più avvezzi al sarcasmo che al tragico, a roteare la pipa più che la katana – non riescano a capire l’intensità – e la fragilità – di Mishima (come, a suo tempo, a fine Ottocento, restarono letteralmente sconvolti dalla lettura di Dostoevskij). Tuttavia Flanagan tocca un punto centrale: dal 1959 la vita di Mishima si orienta al gesto culminante, il suicidio pubblico consumato nel 1970. Il pretesto è la pubblicazione di due libri che sanciscono un ritorno di fiamma tra Mishima e gli anglofoni: Star, breve racconto sul mondo mercificato del cinema (maschere di maschere), pubblicato da New Direction, del 1960, e Trastulli di animali, inquietante rapporto a tre, dall’eros nero, edito in origine nel 1961, ora in catalogo Penguin. “Straordinario talento letterario, Mishima è stato artista dalle molteplici sfaccettature, consapevole della potenza del tempo. Ossessionato fin da ragazzo dalla Salome di Oscar Wilde, dalla descrizione erotica della decollazione di Giovanni Battista, Mishima desiderava, benché bellissimo, porre fine alla propria vita come una stella sul palco. Nel 1970, commise il suicidio rituale, seguito dalla decapitazione, offrendo, con sinistro umorismo, la propria testa mozzata ai lampi delle macchine dei fotografi, ai sogni dei cineasti”, scrive Flanagan.

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Nel 1961, come si sa, Patriottismo esplicita il tema: “Il ventotto febbraio dell’undicesimo anno dell’era Showa (due giorni dopo il colpo di Stato militare del ventisei febbraio), il tenente del primo reggimento della guardia imperiale, Takayema Shinji, sconvolto dalla notizia della presenza di alcuni suoi compagni nelle truppe ribelli e indignato per l’imminente scontro tra milizie appartenenti allo stesso esercito imperiale, si è squarciato il ventre con la spada di ordinanza”. L’esibizione è sempre legata all’ambizione dell’esilio; stare sul palco come sul seggio della ghigliottina.

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Colpito dalla morte di Mishima, Yasunari Kawabata, nel discorso commemorativo, scrive: “Potrò incontrare un altro amico e maestro? Alla pubblicazione del primo e del secondo libro de ‘Il mare della fertilità’, espressi il mio apprezzamento. Ritengo che questa sia la più mirabile opera giapponese dal Genji monogatari in poi”. Nel 1981 Marguerite Yourcenar pubblica Mishima o La visione del vuoto (in Italia lo stampa Bompiani) discutendo dell’ineffabile distanza – e della inquieta affinità – tra Oriente e Occidente, vita e morte, ombra e luce. “Il mare della fertilità, nel suo complesso, è un testamento. Il titolo, innanzi tutto, sta a provare che quest’uomo così prepotentemente vivo ha preso le distanze dalla vita. Questo titolo è preso, infatti, dall’antica selenografia degli astrologi-astronomi del tempo di Keplero e Tycho Brahe. ‘Il mare della fertilità’ fu il nome dato alla vasta pianura visibile al centro del globo lunare, e che ora sappiamo essere, come l’intero nostro satellite, un deserto senza vita, senz’acqua e senz’aria. Non si può dimostrare meglio fin dall’inizio che, di quel gran ribollimento che scuote una dopo l’altra quattro generazioni successive, di tanti finti successi e autentici disastri, ciò che alla fine risulta è Niente, il Nulla. Resta da sapere se questo niente, che si avvicina forse al Nada dei mistici spagnoli, coincida completamente con quello che chiamiamo in francese rien”.  Una buona definizione dell’allunaggio, tra l’altro, fenomeno di lunatici commenti.

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Capire che non lo ascoltano, che il momento supremo si logora in un super inferno, in una superiore incomprensione, è il segno. “Si rende presto conto che gli ottocento uomini adunati non lo ascoltano. L’invito a interrogarsi sulla coerenza della funzione delle Forze di Autodifesa, negata da una costituzione imposta da potenze straniere, e l’appello a seguirlo in un’azione per la salvezza dell’identità nazionale cadono nel vuoto della derisione e dell’insulto” (Virginia Sica nella Cronologia al ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglie i Romanzi e racconti 1949-1961 di Mishima). L’incarnazione icastica del vuoto.

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Nella lotta non contro ma dentro il vuoto si esprime il lavoro dello scrittore. “Sempre più gli saliva dentro un senso di disgusto e di vuoto, un vuoto che non era ancora il Vuoto perfetto del giardino della badessa, bensì il vuoto di ogni vita, fallita o riuscita, o ambedue insieme”, scrive la Yourcenar. L’esito della lotta ci consegna la natura del vuoto in cui scriviamo: lo scrittore usa la testa per decapitarsi. (d.b.)

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C’è una fotografia della famiglia seduta su una fila di sedie durante la cerimonia di commemorazione funebre che, nonostante una quasi generale disapprovazione del seppuku, attirò migliaia di persone. (Sembra che quel gesto violento avesse profondamente sconcertato certa gente passivamente uniformata a un mondo che le appariva senza problemi. Prenderlo sul serio, sarebbe stato rinnegare una supina acquiescenza alla sconfitta e al progresso della modernizzazione, così come alla prosperità che era seguita. Meglio non vedere in quel gesto che un misto assurdo ed eroico di letteratura, teatro e bisogno di far parlare di sé). Azusa, il padre, Shizue, la madre, Yoko, la moglie, avevano certamente ciascuno il proprio giudizio e la propria interpretazione. Li si vede di profilo, la madre con la testa un po’ china, le mani giunte e un’espressione che il dolore fa sembrare imbronciata; il padre ben dritto, in atteggiamento signorile e composto, probabilmente consapevole d’esser fotografato; Yoko, graziosa e impenetrabile come sempre; e, più vicino a chi guarda, sulla stessa fila, Kawabata, il vecchio romanziere che aveva ricevuto il Nobel l’anno prima, amico e maestro del defunto. Quel volto emaciato di vecchio è di estrema purezza; la tristezza vi si legge come sotto un foglio traslucido. Un anno dopo Kawabata si suicidava, senza alcun rito eroico (si accontentò di girare la chiavetta del gas), e qualcuno lo sentì dire, durante l’anno di aver visto il fantasma di Mishima.

E ora, tenuta in serbo per la fine, l’ultima immagine e la più traumatizzante; così sconvolgente che è stata raramente riprodotta. Due teste sul tappeto sicuramente in acrilico dell’ufficio del generale, messe una accanto all’altra come birilli, così vicine che quasi si toccano. Due teste, due bocce inerti, due cervelli che il sangue più non irrora, due computer bloccati, che non selezionano e non decodificano più il flusso ininterrotto di immagini, impressioni, sollecitazioni e risposto che ogni giorno a milioni investono un essere, formando tutte insieme quella che si chiama la vita dello spirito, e anche quella dei sensi, e motivando e dirigendo i movimenti del resto del corpo. Due teste mozzate, passate ormai in altri mondi in cui regna un’altra legge, e che a guardarle suscitano sbigottimento più che orrore. Ogni giudizio di valore, sia esso morale, politico o estetico, in loro presenza, momentaneamente almeno, è ridotto al silenzio. La nozione che s’impone è più sconcertante e più semplice: fra le miriadi di cose che sono, e che sono state, queste due teste sono state; e sono. Ciò che riempie quegli occhi senza sguardo non è più lo sventolante vessillo della protesta politica, né alcun’altra immagine intellettuale o materiale, e neppure il Vuoto contemplato da Honda, e che appare, improvvisamente, solo come un concetto o un simbolo tutto sommato troppo umano. Due oggetti, relitti già quasi inorganici di annientate strutture, che anch’essi, una volta passati attraverso il fuoco, saranno ridotti a residui minerali e cenere; neppure soggetti di meditazione, perché ci mancano i dati per meditare su di essi. Due relitti, sospinti dal Fiume dell’Azione, e che l’immensa ondata ha lasciato per un attimo in secca sulla sabbia, e poi trascina via.

Marguerite Yourcenar

Traduzione italiana di Laura Guarino