Sono stato insieme a Marguerite Yourcenar in un borgo prossimo a Urbino, a liberare una misteriosa Santa dallo scrigno di vetro che la imprigiona da 1700 anni

Posted on Novembre 06, 2019, 1:44 pm
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Appare improvvisamente, da agglomerati di nebbia, come una foresta di pietra, una visione. Il borgo è come una mano: la chiesa sul palmo, cinque vie a raggiera, la corona di mura. Il silenzio è ossessionante – dai boschi, come proiettili di ferro, che fischiano, piccoli uccelli. Senti perfino il bisbiglio del cervo, quello che tiene in piedi gli alberi e dà ambito retorico alle foglie.

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Montefabbri, che la burocrazia turistica ha installato nel club de ‘I Borghi più belli d’Italia’, è pura scenografia su una strada laterale che orienta a Urbino: la brutalità dei boschi dice di un’indole piratesca – fu approdo di briganti e di lame come rosari, questo luogo, lo dice la storia che rimarca come, nel 1862, “con l’apertura di una caserma dei carabinieri e l’uccisione del brigante Terenzio Grossi, si mette fine al banditismo locale”.

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Montefabbri lo si intercetta tra i boschi marchigiani, per andare a Urbino

Vado a Montefabbri senza scopo, perché appare come un parto della mia mente. Ho la Yourcenar in testa, sfoglio L’opera al nero. La mia copia ha una dedica in esergo. “Piaccia a Colui che forse È di adeguare il cuore umano alla dimensione di tutta la vita”. Montefabbri, censito nell’anno Mille, ricostruito nel 1570, potrebbe stare in quel libro. Leggo il brano in cui Marguerite Yourcenar pensa alle morti che hanno sarchiato l’immaginazione di Enrico-Massimiliano, un personaggio secondario del romanzo. Il cavaliere immagina la sua fine, in diverse fogge, tutte, comunque, nobilitate da drappi di memoria. “Quelle morti, quelle esequie immaginarie furono la sua vera morte, il suo vero funerale”. In realtà, Enrico-Massimiliano muore in modo crudo, banale, “nel corso d’una sortita a scopo di razzia”, nelle campagne di Siena, “cadde colla testa contro una pietra. Ebbe il tempo di sentir l’urto, ma non la morte”. La Yourcenar, con divina attenzione, si occupa del destino del cavallo del cavaliere – “la sua cavalcatura alleggerita caracollò per i campi dove uno spagnolo la catturò per condurla al passo verso l’accampamento”. Un dettaglio – “nella tasca della casacca aveva il manoscritto del Blasone del Corpo Muliebre; questa raccolta di versi brevi ameni e teneri, da cui si attendeva un po’ di gloria, o per lo meno un po’ di successo colle donne, finì in fondo al fossato, sepolta con lui sotto qualche palata di terra” – dà l’ultimo tocco a una esistenza in cui la vena poetica è puro diletto, dileggio, vanto. I dettagli danno a un libro sapore d’esistere.

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Il silenzio trafigge gli occhi a colpi di coltello: Montefabbri sembra una città preziosa, costruita per puro onore al bosco. Non tanto per ambire all’abitato umano, ma come dono agli insetti e ai selvatici. La costruzione dell’uomo e il caos verde si rispettano, in attesa di scatenarsi. Per questo, si pensa alla morte o a una vita data alla contemplazione. Da queste strade può solo sbucare la Yourcenar.

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Al centro di Montefabbri, la chiesa: sembra chiusa. Ruoto la maniglia del portone: si apre. La chiesa è dedicata a San Gaudenzio, è lì dal secolo VIII, ricostruita in era rinascimentale e nel Seicento. La chiesa è piuttosto spoglia: è una specie di navicella al di là del tempo, della cronaca, del mondo. Penso sempre ai posti dove un uomo, ripiegato, piccolissimo, possa accovacciarsi, senza che gli manchi nulla.

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In un’ansa della chiesa, un piccolo scrigno di vetro. Mi guarda un teschio, con qualche osso intrecciato, ai lati. Le spoglie di Santa Marcellina che, leggo sul foglio, “è stata martirizzata il 3 luglio del III secolo d.C.”. Santa Marcellina, vergine, pia – da lei derivano le suore ‘marcelline’ – dovrebbe essere la sorella di Sant’Ambrogio, elogiata con stupefazione nel De virginibus. Cosa ci fa qui? Non è lei, infatti. Quella Santa Marcellina è vissuta nel IV secolo, muore nel 397 senza essere martirizzata, è custodita nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Questa Santa Marcellina, leggo, è cristiana delle origini, martire sotto l’imperatore Decio (201-251): le sue spoglie sono donate da papa Alessandro VII al nipote, senese, “e da questi il 2 novembre 1666 al Conte Guidubaldo Paciotto di Montefabbri”. Il giorno dei morti del 1666, anno ‘della Bestia’, secondo alcuni apocalittici, della fine del mondo – l’anno in cui il messia ebreo, Sabbatai Zevi, si converte all’islam, scandalizzando. Metto insieme questi dati, che mi portano nel sinistro dell’uomo, ma l’unica vita è abitare le ombre.

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Guardo questa santa sotto vetro, lì da 1700 anni. Di lei nessuno sa nulla, compilo la sua storia, quasi quasi la libero e la porto via con me. Aperto lo scrigno di vetro, immagino, le ossa si polverizzano, in una serenità impari.

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Più tardi, visita a una parente, tra i recessi romagnoli. È il giorno dei morti. Donna d’altri tempi, di sapienza rude, surfa oltre gli ottanta. Con una ironia priva di cinismo dice, mordendo il dialetto, questa lingua di carne, “io, poi, non so, nessuno mi ha detto nulla, secondo me è una grande fregatura la vita, dall’altra parte non c’è niente, si muore e finisce tutto, è tutto qui”. (d.b.)