Il racconto perfetto, l’amore inaccettabile: su “Anna, soror…” di Marguerite Yourcenar

Posted on Luglio 17, 2019, 6:37 am
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La ragione del titolo la denuncia lei, alla fine, in una postfazione fin troppo grave: “…quella strana condizione che è quella dell’intera esistenza, in cui tutto fluisce come l’acqua che scorre, ma in cui, soli, i fatti che hanno contato, invece di depositarsi al fondo, emergono alla superficie e raggiungono con noi il mare”. La nota è scritta a Taroudant, in Marocco, nel marzo del 1981. Come l’acqua che scorre (pubblicato da Einaudi nel 1983) è titolo d’evidente chiarezza. Gioco con il francese, Comme l’eau qui coule. L’acqua ‘cola’, goccia: lo stillicidio della vita di cui conserviamo il distillato. In ampolla, quei due-tre istanti che ‘fanno una vita intera’ – quell’unico momento, il sigillo a giudizio, che marchia le anime di Dante. Dal barlume particolare, ricomporre l’universale.

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Il sigillo è l’incesto. Credo che Anna, soror… sia il testo supremo di Marguerite Yourcenar – lo leggo, almeno, quando devo trovare una disciplina alla scrittura, riassemblare i verbi con risonante nitore. Anche nelle grandi vite – Adriano, per dire – la Yourcenar vede l’inciampo, il dettaglio, il particolare che dà avvio all’agnizione. Tutto, nella vita, è piccolissimo – e origina grandi rivelazioni. Senza l’inchino non esiste stazione eretta giustificata. Detergi le caviglie per aggiogare le stelle.

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Napoli, tardo Cinquecento, famiglia nobile, reclusa in una aristocrazia che suppura ozio, mestizia, destino d’assassinio. La cupa sorpresa di due fratelli, Don Miguel e Anna, che scoprono, con gesti sovrani e distanti, di amarsi. Del mondo, che è ferro, essi sono la sfera placida; della vita, che è correre alla corruzione, essi sono l’anello che salva. L’unione – taciuta – è sancita dalla morte della madre, creatura neoplatonica: “Con l’acutezza d’udito dei moribondi, Donna Valentina rivolse verso Anna il bel viso che sorrideva ancora. Le donne credettero di sentirla sussurrare: ‘Niente finisce’. La vita si spegneva in lei a vista d’occhio… Pensarono che delirasse. Tuttavia li riconosceva ancora, perché diede a Don Miguel anche lui in ginocchio, la sua mano da baciare. Disse: ‘Qualunque cosa succeda, non odiatevi mai’. ‘Noi ci amiamo’, disse Anna. Donna Valentina chiuse gli occhi. Poi, molto dolcemente, ‘Lo so’”.

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Marmorea è la scrittura della Yourcenar: di una storia conosce ogni sbaglio, ogni ombra, ogni dettaglio. Con pazienza, senza foga, tira un filo, ne recide un altro – illumina sorreggendo una candela, di modo che parli anche l’assenza e che sia luce l’attesa. Basterebbe un lampo per far irrompere il patetico: ma lei, la scrittrice, da tempo ha dominato le furie, ha irriso le baccanti.

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Come si sa, la Yourcenar esordisce alla letteratura nel 1929, con Alexis. Come l’acqua che scorre è l’ultimo libro narrativo, raccoglie tre racconti (gli altri sono Un uomo oscuro e Una bella mattina, la continuazione del precedente). Chiudendo, il ritorno. La Yourcenar riprende testi elaborati nella prima giovinezza. Riguardo ad Anna, soror… dice: “Questo centinaio di pagine faceva parte, in origine, di un vasto e informe progetto di romanzo, Remous, abbozzato tra i diciotto e i ventitré anni, che conteneva in germe buona parte della mia produzione futura”. L’ascesi romanzesca della Yourcenar ha origine, per intero, lì, nel gioco sbizzarrito della giovinezza. Narrare individui evanescenti, in un tempo dispari, con occhi all’occulto e un mondo in fiamme, dentro, ben più vasto dell’incendio che accade là fuori.

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Naturalmente, non c’è il corpo ma la sua ombra. Quando Don Miguel capisce di essere rapito dall’amore per la sorella, va in furia, vuole estirpare da sé la colpa. Lei, calma, ne accoglie la notte. “Andò a prendere la Bibbia di Donna Valentina e l’aprì alla pagina segnata, al passo in cui Amnon fa violenza alla sorella Tamar. Non andò oltre i primi versetti”. L’episodio, narrato nel capitolo 13 del secondo Libro di Samuele, sconvolge Don Miguel e conferma nell’amare Anna. Amnon è il primogenito di Davide, ed è roso dalla febbre perché vuole amare la sorellastra – non la sorella, a onor di genealogia – Tamar. Con lo stratagemma, la vuole, la violenta, la caccia. Tamar si rifugia dal fratello (vero) Assalonne, che due anni dopo – la vendetta si consuma dando macerazione al veleno – uccide Amnon. Sarà il primo atto della grande ribellione di Assalonne contro il padre, Davide. Anche Assalonne sarà ucciso: a Davide non resta che piangere i figli, che pagano il suo lusso di lussuria, la promiscua prossimità a Dio.

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Ciò che confonde Don Miguel, credo, è il passaggio in cui Tamar dice al fratello Amnon, dopo essere stata violata, “Parlane al re: egli non mi rifiuterà a te” (2 Sam 13, 13). Amnon non è ucciso perché viola Tamar, ma perché con violenza superiore la rigetta, la sputa. Il matrimonio tra fratelli, in effetti, è concesso: Sara, moglie di Abramo, il primogenitore, “è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è diventata mia moglie” (Gn 20, 12). La norma arcaica è attenuante alla maledizione legale più tarda: “Maledetto chi giace con la propria sorella, figlia di suo padre o di sua madre” (Dt 27, 22). Don Miguel è stretto tra la durezza della colpa e il bagliore della possibilità. Chi altri hanno al mondo lui e la sorella? Un padre corrugato dal potere, una civiltà di affaccendati facinorosi faccendieri.

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Don Miguel ragiona d’istinto: se non posso amare, che sia la morte. Si imbarca e sfoga l’eros nella guerra, trovando la fine, desiderata con la stessa fogna del corpo di Anna. Anna aguzza il desiderio in severità. La Yourcenar abbozza figure femminili di claustrofobica bellezza, di claustrale grandezza – amare è inghiottire l’impossibile (Il colpo di grazia, del 1939, è romanzo di agghiacciante tensione). Anna, odiata dal padre, è data in pasto al pretendente: si sposa, spossessata ormai di sé, nel 1600, “nella chiesa di Sablon, a Bruxelles, alla presenza dell’Infanta”. Se il rapporto, istantaneo, con il fratello è raccontato in pagine dilatate, di calmo splendore, che occupano quasi per intero il racconto, la vita vera, lo sterminio degli anni, è detto in una pagina e mezza. La noia coniugale, i figli (“Alcune gravidanze, subite con rassegnazione, le lasciarono soprattutto il ricordo di lunghe nausee. Tuttavia amò i suoi figli, ma di un amore animale che diminuiva quando non avevano più bisogno di lei”), il fascino sinistro, la presa rapace del corpo. Che sagace crudeltà nel raccontare il rapporto, passeggero, con un amante: “Troppo stanca per lottare, o forse sollecitata dal suo stesso corpo, Anna lo accolse con una emozione non diversa da quella che aveva provato nel letto coniugale”.

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In un momento meridiano del libro, Don Miguel, in campagna, incrocia una bambina che ha affinità con i serpenti e alleva le vipere, “Non ho fratelli. Ci sono molti nomi che è meglio non conoscere”, gli dice. “Le vipere, Monsignore, strisciano dovunque, senza contare quelle che si hanno nel cuore”, gli dice. Estesa è l’affinità tra ‘nomi’ e ‘vipere’ – della vipera è chiaro il veleno, è noto l’antidoto. La Yourcenar tocca il luogo inaccettabile: si può vivere una vita in virtù di un istante irrisolto, un bagliore di ciglia vale più di una legione di figli; si può vivere per amore di un morto. (Davide Brullo)