Yenni ha gli occhi di ghiaccio e vuole fare il bagno al mare mentre il termometro dice 2 gradi. La grammatica finlandese non ammette il futuro, Babbo Natale è un barbone, in molti divorziano, ma a Turku il koala ha sposato la renna

Posted on ottobre 31, 2018, 7:20 am
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Yenni ha gli occhi di ghiaccio, un corpo solido – “avrei dovuto fare il bagno in mare, questa sera, ma la sauna è chiusa”, mi fa, poco dopo, mentre fuori l’aria oscilla tra 1 e 2 gradi – e mi spiega, “noi non abbiamo il futuro”. La lingua finlandese non ha il tempo verbale del futuro, non ha futuro, penso. In effetti, nel passato, questa terra che sembra il femore di un arcangelo disossato dopo una lotta cosmica, è stata stritolata tra il biondo regno svedese e l’inquietudine russa, mi dico. “Noi non abbiamo il futuro perché le cose, se le facciamo, le facciamo ora”. Per dire una cosa che accadrà tra una settimana, tra un mese o tra un anno, il finlandese ammette il presente. Pronto, plumbeo, metallico.
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Poi c’è il ritmo. Il finlandese non dona un tono alla frase, non la intride di musica. Esempio. Tra “Vai a casa?” o “Vai a casa!”, due concetti opposti, noi dobbiamo pizzicare le parole come una lira, come uno strumento. Occorre far sentire il punto interrogativo. “In finlandese non serve, perché la struttura della frase, di per sé, fa capire all’interlocutore se poni una domanda o fai una affermazione”, mi fa Yenni. Il finlandese non suona, non ha ritmo, non ha Puccini nel midollo spinale, è una lingua grigia – i finlandesi sembrano un popolo contratto, oppresso. Chissà cosa si nasconde dietro la siderurgia della loro grammatica.
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Di Helsinki beviamo un distillato pietroburghese. Eletta capitale nel 1812, sotto dominio russo, è stata addobbata di palazzi, nel centro, che imitano il fasto zarista – gli architetti, d’altronde, furono spediti lì dalla Neva e dalla Moscova. Un gemello storpio della Madre Russia. In una piccola libreria, Kirjoja, vedo un libro di Georges Bataille e uno di Albert Camus – il finlandese, alle mie orecchie in esilio, suona come un dialetto nipponico, ma qui tutti sanno l’inglese, normalmente si divorzia almeno una volta nella vita, magari non ci si sposa neppure, “il cibo non si condivide quasi mai insieme: uno fa da mangiare e poi il coniuge o i figli prendono e scaldano, a seconda dei loro impegni”. Vite parallele. Siamo in un paese protestante – l’individuo è tutto, il resto è un’occasione, la vita è un’ostia che si consuma in privato.
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Yenni ha abitato quattro anni a Bologna, ha lavorato in un albergo a Milano Marittima, ora sta a Helsinki, lavora nell’amministrazione dell’Università, ma ci viene a prendere alla stazione di Turku, antica capitale finlandese, devastata da un grave incendio due secoli fa, che è la città della sua infanzia. “L’Italia è bellissima, ma non ci vivrei…”, mi fa. E cosa fai al freddo e al gelo in una città così monotona?, la predo. “A Bologna ho capito che anche lavorando non mi sarei mai potuta permettere una casa: in Finlandia costa caro andare al ristorante, ma le case hanno prezzi accessibili, il welfare copre molte cose, l’Università costa molto poco, la vita è ordinata”. Ordinaria, mi viene da dire. I locali hanno una eleganza impeccabile – gli edifici possiedono un rigore da rigor mortis – come enormi coccodrilli imbambolati in vetro e cemento. Eppure, Yenni ha una ispirata vitalità – il ghiaccio di solito cristallizza la fiamma.
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Turku è segata dal fiume Aurajoki, le chiatte fungono da ristoranti sulle acque – in primavera, immagino, tracima la vita mentre oggi, di sera, i viali sembrano corridoi ospedalieri. Ci sono molti teatri, ma nessuno sa dirmi il nome di un poeta nazionale. La cattedrale di Turku è spoglia, come usa nelle chiese protestanti, ma l’organo è imponente, come la dentatura dell’angelo tremendo, quello che non estorce le confessioni ma morde alla gola. La musica, dunque, è più importante della raffigurazione pittorica – la musica dipinge, mica suona. Un veliero è appeso a mezz’aria, in una navata laterale della chiesa. Poco prima Yenni mi ha detto che a Turku ci sono grossi cantieri navali, che accolgono anche maestranze italiane. “Si costruiscono grosse navi da crociera, anche con commissioni dall’Australia”. La vita ti schianta: in un fiorire di frasi imbarchiamo Lutero, un borgo finnico sul mare, la terra dei canguri. Uno sposalizio tra renne e koala – Yenni, in contrasto con il grigiore grammaticale nordico, ride spesso.
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Antonio Sciacovelli, cinquant’anni appena compiuti, detiene la cattedra di cultura italiana all’Università di Turku. Cosa ci fa un prof nel pallido Nord? Scopro che il prof ha insegnato per un paio di decenni in Ungheria, che ha moglie e figli a Tampere: parliamo, sommariamente, di Imre Kertész e di Sándor Márai, è a Turku da tre anni. “C’è poca burocrazia, si vive bene, lentamente, e si può fare ricerca”. Sembrano tutti felici di abitare in questa dimensione conchiusa, come in una sfera, dove ogni cosa s’incapsula nell’altra.
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Ho visto, alla fermata di un autobus, un uomo adornato dalla barba bianca e vestito di cappotti laceri. Muoveva le dita della mano sinistra bruscamente, le unghie da fiera, rosso di alcolici. Una specie di Babbo Natale decaduto a barbone: ha donato tutto a tutti, nessuno, ora, lo ricorda e fa qualcosa per lui. Al mercato coperto di Turku, in un locale che simula un vagone ferroviario, giocano dei bambini – la madre è bionda, glaciale, inflessibile. Gli uomini, spesso, sono dei laghi: cosa c’è sotto la superficie? Una profondità buona e verde, o un eccidio di lucci, una creatura preistorica che esplode quando ha fame?
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Cecilia viene da Ancona, ha conosciuto “il mio compagno”, finlandese, a Nicosia, l’ha seguito a Turku. Ha due figli piccoli, lavora tutto il giorno, come segretaria in un cantiere navale e come insegnante di italiano per bambini. Ora, 34 anni, bellezza decisamente italiana, consapevole, è fiera: qui ha quello che cerca. Il freddo calcifica il suo amore, la sua decisione.

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A Turku sembra di camminare dentro la corazza di un eroe epico di cui si è scordata l’epopea: l’armatura non ha eco.

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“Tal era quivi la quarta famiglia/ de l’alto Padre, che sempre la sazia,/ mostrando come spira e come figlia”. In Finlandia porto il X del Paradiso, che è come una scheggia di ghiaccio. Dante chiude il canto precedente sul ciglio di una parola terribile, “avoltero”, adulterio, riferita alla Chiesa. Nel canto successivo cambia registro, s’immerge nell’amare (“Guardando nel suo Figlio con l’Amore…”). In quella terzina, siamo a latitudine 49-51, non certo in un brano tra i più famosi, Dante spiega il moto di Dio. Dio “spira” e figlia”, il suo respiro è una filiazione perpetua – la trinità si riverbera nel linguaggio: “Padre”, “spira” e “figlia” sono Padre, Spirito Santo e Figlio. Nel respiro di Dio, tra i beati, si svolge continuamente il ciclo del creare.
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Bassi esercizi linguistici. In uno dei tanti caffè finnici – gradevoli, raffinati, cari (2,80 euro un espresso; 3,40 euro un croissant vuoto). Sulla porta a vetri la parola “Vedä” per intendere ‘spingi’. I Veda sono i canti sacri agli induisti, gli inni liturgici scaturiti da ugola indù quattro millenni fa. Così, mentre spingo la porta di un caffè finlandese, mi trovo in India.
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La pizza e il sushi hanno colonizzato anche le zone più infime del Nord.
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Sul treno da Helsinki a Turku fioriscono boschi di betulle, bianchi, come una salutare esposizione di spettri. Ogni tanto, una villa, nordica, dal tetto spiovente, come una barca nella natura, oceanica. Desiderare una solitudine astrale è cosa molto poetica – ma la volontà partorita incrociando qualche poesia con i finestrini del treno non è valida, è patetica. (Davide Brullo)