“Goccia ancora la tenebra”: un secolo fa Yeats scrive la poesia che dobbiamo tatuarci sulla schiena

Posted on Luglio 05, 2019, 6:38 am
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L’uomo non vuole compiersi ma attendere. In effetti, una religione è una tenda – un luogo per validare l’attesa. Il Cristianesimo non riduce l’atto dell’attesa – lo esaspera. Gli ebrei attendono il Messia, decrittandone il volto tra l’algebra alberata della profezia. I cristiani attendono del Messia la ‘seconda venuta’, la parusia, quella definitiva, che sfoga nel Giudizio. Si attende con fame, da assetati, Colui di cui si è visto il viso senza che alcuno specchio abbia saputo intingerne i dettagli.

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Un secolo fa, nel 1919, William B. Yeats scrive The Second Coming, tra le sue poesie più note e notevoli. Due anni prima aveva impalmato George Hyde-Lees, 27 anni più giovane di lui. Lei aveva doti divinatorie, praticava la scrittura automatica, lui fu il segugio delle sue ispirazioni ultradivine. Da una donna non si può chiedere di più: essere il tramite tra questo e gli altri regni. “Mi offersi di passare il resto della vita a spiegare e a mettere insieme quelle frasi sparse”, scrive il poeta nella prefazione a Una visione, il libro magico che riassume la sua poetica. Il poeta fu ornato con il Nobel per la letteratura nel 1923; due anni dopo se ne esce con A Vision, libro di lunatica bellezza che istigava imbarazzo a fiumane di fieno nell’ugola dei critici. Il mondo si stava progettando con rigore scientista e piglio capitalista e lui, il poeta, vagava tra le epoche, strologava i futuri, chiacchierava con gli spettri. L’esito lirico, in ogni caso, fu straordinario: nel 1921 è pubblico Michael Robartes and the Dancer – al cui interno giace, come un diamante, The Second Coming –; nel 1928 esce The Tower, raccolta vertiginosa – che conserva Sailing to Byzantium. Michael Robartes è la figura centrale di A Vision. “L’anima che ricorda la propria solitudine/ Rabbrividisce in molte culle; tutto è mutato./ Vuole servire il mondo, e mentre serve…/ L’anima e il corpo prendono la rozzezza/ Della bestia da soma”, gli fa dire Yeats.

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La “spirale” (gyre) è il segno usato da Yeats nella poesia The Second Coming e il simbolo baricentrico di A Vision. Due spirali, o coni, che s’intersecano uno nell’altro danno il tono della discordia, definiscono le ‘fasi’ di una personalità e i mutamenti ‘biologici’ di una civiltà. Il tentativo è modulare il caos in una necessità: Yeats a dominare due cerberi che vanno in direzioni opposte! Quando parla del “Grande Anno” che “deve rovesciare la nostra èra e riassumere in sé le ere passate”, Yeats cita The Second Coming. A dire che il lavoro lirico è centrato sulla pretesa profetica – e vice versa. Yeats ha bisogno di organizzare l’ignoto: è un Isaia irlandese ai confini del tempo, in una mano il “Book of Kells” nell’altra il Tao-te-Ching.

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Più di tutto, sorprende la percezione di essere in un momento capitale – capitale fino alla catastrofe. Da Capri, nel febbraio 1925: “Tolstoj in Guerra e pace aveva ancora delle preferenze, poteva discutere di questo e di quello, credeva nella Provvidenza e non credeva in Napoleone, ma Flaubert nel suo Saint-Antoine non aveva né fede né preferenze, ed ecco perché, anche prima della resa generale della volontà, è venuta la sintesi fine a se stessa, l’organizzazione dove non c’è nessun direttore autorevole, libri dove l’autore è scomparso, una pittura dove un pennello abile dipinge con calmo piacere, o con annoiata imparzialità, la forma umana o una vecchia bottiglia, acqua sporca e limpida luce solare. […] Quando si raggiunge il limite e lo si supera, quando si raggiunge il momento della resa, quando la nuova spirale comincia a muoversi, io sono pieno di eccitazione”. Il poeta non si lamenta di fronte alla resa – si eccita.

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La poesia scritta da Yeats nel 1919 mi dice oggi, ora, non perché sia ‘attuale’ – semplicemente, mi ha atteso e io le sono corso incontro, ci siamo incrociati spaiati. Il poeta non profetizza il futuro, è tutto del proprio tempo, ma ama custodire l’avvenire, è il fisioterapista della venuta, apre all’avvenimento.

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Con sintesi spietata, Yeats – che parlava con Ezra Pound di Cavalcanti e di teatro giapponese classico, che rinnovava i miti irlandesi, leggeva con furore William Blake e si credeva il frammento di un mosaico di Bisanzio – riproduce in versi il senso della parusia, la seconda venuta di Cristo, che dovrà sigillare i tempi – la morte in croce, in effetti, è un buco nel cranio della Storia, un silenzio agghiacciante, millenaria stimmate. Il testo di base è il capitolo 24 del Vangelo secondo Matteo. Diversi gli elementi condivisi e ripresi nella poesia di Yeats: il deserto (“Ecco, è nel deserto”), “l’abominio della catastrofe”, la menzogna (i “falsi cristi e falsi profeti”), gli uccelli rapaci (“si raduneranno gli avvoltoi”), i segni di una rivoluzione spirituale ed astronomica (“il sole si oscurerà… le stelle cadranno dal cielo… le potenze dei cieli saranno sconvolte”). La Seconda Venuta è punizione cruciale, “pianto e stridore di denti”. Gesù accade come ciò che acceca (“come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo”), come una cicatrice equatoriale. Il cristianesimo, infine, è una preparazione a questa venuta definitiva, di cui si ignora l’era (“tenetevi pronti, perché è nell’ora inimmaginabile che viene il Figlio dell’Uomo”).

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Il mistero dei misteri è che la venuta avviene sovvertendo l’ordine – come se Dio trattenesse il fiato per lasciare sfogare l’opera del male. Agli abitanti di Tessalonica Paolo dice: “Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio”. Sul Mysterium iniquitatis Sergio Quinzio ha scritto un romanzo dell’impossibile. A Yeats la dinamica è chiara: prima di Cristo verrà l’anti-Cristo, a provare la resistenza dei creati. A noi, appunto, non è chiesto di favorire nulla – ma di posizionare la tenda. La tenda si sorregge sul sacrificio del nome e della generazione: pochi mutilati al vivere – monaci, beati dal sorriso glaciale – sorreggono il riparo.

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Più che altro, domandarsi del compito del poeta e del suo covo. Il poeta allerta: deve stare all’erta e allertare. Senza allarme, stare nell’incavo poco prima dell’urlo. In una Introduzione generale alla mia opera, testo del 1937 ora raccolto in Magia (Adelphi, 2019), miscellanea di testi visionari, cabbalistici, di balocco con l’occulto, Yeats scrive: “I giovani poeti inglesi rifiutano il sogno e l’emozione personale; hanno riflettuto a fondo sulle opinioni che li collegano a questo o a quel partito politico; usano una psicologia intricata… per essere moderni sono determinati a esprimere la fabbrica, la metropoli… Siccome esprimono non ciò che le Upanisad chiamano ‘quell’antico Sé’ ma l’intelletto individuale, hanno il diritto di scegliere l’uomo in metropolitana per via della sua oggettiva importanza. Essi cercano di uccidere la balena, di spingere il Rinascimento ancora più in alto, di surclassare l’intelligenza di Leonardo; i loro versi uccidono il fantasma popolare… Io non sono un nazionalista, tranne in Irlanda e per ragioni effimere; lo Stato e la nazione sono opera dell’intelletto e quando si considera ciò che viene prima e dopo essi non valgono il filo d’erba che Dio dà come nido al fanello”. Allora, Yeats non scriveva per sé – era la voce di qualcosa. Dei suoi versi si facevano anelli e propositi, moniti e munizioni. Per questo, a leggerlo ribolli. (d.b.)

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La Seconda Venuta

Si annoda si snoda la spirale che squarcia
Falco sordo al falconiere;
Tutto cade; il centro non ha tensione;
Pura anarchia sprigionata nel mondo,
Marea di sangue bruno sprigiona, ovunque
Liturgia dell’innocenza affoga;
I migliori perdono le verità; i peggiori
Si levano nell’intensità che arde.

È certo: una rivelazione arriva;
È certo: la Seconda Venuta arriva.
La Seconda Venuta! Improvvise vorticano le parole
Quando una incontenibile immagine dello Spiritus Mundi
Turba gli occhi: in qualche luogo tra le sabbie del deserto
Ombra con corpo di leone e testa d’uomo,
Sguardo vuoto e spietato come il sole,
Muove lentamente le cosce, mentre ovunque
L’oscurità dei rapaci del deserto dilaga.
Goccia ancora la tenebra; ma ora so
Che venti secoli di sonno pietrificato
Sono ossessionati dall’incubo di una culla che dondola,
E quale bestia cruenta, infine è sua l’ora,
Striscia verso Betlemme per nascere?

William B. Yeats