“Preferirei sedermi in uno scantinato o guardare i ragni piuttosto che ascoltare uno che tiene conferenze”. Le lettere tra Virginia Woolf e Victoria Ocampo

Posted on Ottobre 14, 2020, 9:56 am
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Victoria Ocampo e Virginia Woolf si conoscono a Londra, è la fine del 1934, nel contesto di una mostra del fotografo Man Ray. Virginia è già Virginia: l’autrice de La signora Dalloway, Gita al faro, Orlando, Le onde. La Ocampo era ricca, aveva varato, nel 1931, la rivista “Sur”, cuore della cultura argentina internazionale, aveva invitato a casa sua Tagore, aveva avuto una relazione con Keyserling e con Drieu La Rochelle, fu la madrina letteraria di Borges. “I suoi modi distaccati e aristocratici, il genio oscuro della sua bellezza fecero scaturire commenti”, ricorda il “New York Times”, stilando, nel 1979, il suo necrologio. Amava spendere. E fare regali. Morì a 88 anni, una cifra intorno a cui il suo amico Borges avrebbe insinuato speculazioni. Ammirava Virginia Woolf, si scrissero diverse lettere che ora Rara Avis pubblica come Correspondencia. “La morte della Woolf, nel 1941, non indebolirà il vincolo dell’ammirazione e dell’amicizia: nel 1954 la Ocampo pubblicherà Virginia Woolf en su diario”. Qui si traducono un paio di lettere dall’epistolario di due donne agli antipodi del mondo, del cuore.  

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16 luglio 1937

Carissima Virginia,

non ho tue notizie da tempo e da tempo non ti scrivo, ma questo non mi ha impedito di pensarti, continuamente. Questa volta non mi sono accontentata di pensarti: ho obbligato molta gente ad accompagnarmi in questo esercizio. Ecco come: ho tenuto una conferenza su di te, sui tuoi libri. La conferenza dura un’ora e quaranta minuti… Come vedi, non ho vagabondato. Con mia grande sorpresa, li ho conquistati… Il pubblico si è interessato a quello che dicevo per un’ora e quaranta minuti! Dobbiamo credere ai miracoli. Non c’erano cigolii di sedie o simili rumori sinistri che testimoniano l’impazienza del pubblico.

Comunque: le cose sono andate nel miglior modo possibile. Il giorno dopo questo memorabile incontro, ho ricevuto altri sei o sette inviti per replicare la conferenza in altrettanti luoghi e sono state vendute 400 copie di Orlando. La conferenza, scritta, è lunga, più o meno, sessanta pagine. Ce ne sono un paio che mi soddisfano. È enorme, non credi? Vorresti leggerla? Se ‘sì’ ti mando alcuni estratti – quelli di cui non sono infelice – in francese. Nel frattempo, inviami una riga.

Andrò a Parigi in ottobre. Stravinsky preme perché faccia Perséphone (il poema di André Gide che ha messo in musica) in concerto con lui al nuovo teatro del Trocadero. Se ci fosse modo di replicare a Londra, dovrei occuparmene. In ogni caso, andrò a Londra se ci sarai tu e se mi permetti di citofonarti al 52 di Tavistock Square.

In queste ultime settimane sono stata inghiottita dai tuoi libri. Questo per dirti quanto vivi in me in questo momento e quanto ti ammiro.

Con amore, Victoria

P.S. Sur ha scritto a Hogarth Press per i diritti di traduzione di Gita al faro.

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2 settembre 1937

Mia cara Victoria,

avrei dovuto rispondere prima alla tua lettera, ma comprenderai la mia impossibilità: ho saputo della morte di mio nipote in Spagna. È morto guidando un’ambulanza nei pressi di Madrid, mia sorella si è ammalata, io ero con lei, non riuscivo a pensare ad altro. È una perdita terribile. Mi fa infuriare che la sua vita sia finita così.

Ma ora risponderò alla tua lettera. Naturalmente, sono onorata, lusingata e felice che la tua lunga conferenza abbia catturato l’interesse della gente, indipendentemente da come giudichiamo i meriti tra di noi.

Preferirei sedermi in uno scantinato o guardare i ragni piuttosto che ascoltare un inglese che tiene lezioni. Ovviamente, mi piacerebbe leggere la tua conferenza, se ne hai una copia. Sono qui, a Monk’s House, fino a ottobre: mi dicono che Orlando sia pronto, ma non l’ho ancora visto. Riguardo al tuo pezzo su Orlando, si legge molto bene. La verità è che il mio francese è troppo rustico per paragonarlo all’inglese.

Le nostre farfalle: ricordi la visita notturna delle due dame misteriose che portavano le farfalle? No, ma io sì: sono appese sopra la porta in Tavistock Square, accanto al ritratto del mio antenato puritano che disapprovava i regali. Vieni se sei a Londra, in una carrozza bianca. Scusa questa lettera tardiva e piuttosto illeggibile. Questa mattina la mia penna pare un rastrello.

La tua,

Virginia Woolf

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Da un biglietto di Virginia Woolf a Victoria Ocampo:

“Qui siamo grigi e bagnati e troppo inglesi: i bambini cantano canti natalizi sul prato; i carri strisciano su campi allagati pieni di rape; è un piccolo paesaggio grigio e ondulato, dall’altro lato della finestra. Sogno ancora la sua America”.

*I testi sono tratti da: Victoria Ocampo & Virginia Woolf, “Correspondencia”, Rara Avis, 2020