Woody vs. #metoo: non sarà distribuito il film del grande regista. Ma se non vince Allen, sarà la morte dell’Arte per mano del terrorismo femminista

Posted on settembre 02, 2018, 8:43 am
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Altro che rogo dei libri e dell’arte degenerata! Oramai siamo oltre. Un fuoco farebbe troppo fumo, si noterebbe a distanza. Meglio silenziare, ritirare i soldi e impedire la distribuzione, come è successo a Woody Allen con il suo ultimo film A Rainy Day in New York. Ecco cosa accade quando il fascismo diviene subdolo e politicamente corretto.

È bene chiarire il concetto: noi viviamo sotto una dittatura bianca, morbida. Come in tutti i più spietati regimi, un comitato vaglia le opere dell’ingegno umano e decide a cosa dare o non dare diritto di pubblicazione. E continuando così, statene certi – del resto, è già successo – il principio diverrà anche retroattivo. La censura colpirà persino chi fino a oggi l’aveva passata liscia. In un’università di Manchester è toccato a una poesia di Rudyard Kipling, If, accusato di essere stato razzista. Prima o poi sarà il turno di Lolita dell’amato Vladimir Nabokov da cui, presumibilmente, ricaveranno una versione adatta per le scuole dove si insegna l’educazione sentimentale.

Tutto ciò accade sotto i nostri occhi e, come già detto, senza la necessità di ricorrere a mezzi estremi. Avviene in modo indolore, evitando la coercizione e l’olio di ricino. Basta levare un finanziamento e ammantare di nobili intenti la propria vocazione nazista. Nella fattispecie, far passare per difesa delle donne maltrattate la bieca pratica di non permettere a una voce scomoda e dissonante di essere ascoltata.

Woody Allen ha avuto il torto di raccontare una storia d’amore – o come preferite chiamarla – tra un uomo di 44 anni e una giovane di 15. Una cosa peraltro già vista in certi suoi precedenti film, come quel Manhattan tanto osannato dalla critica. Ma il punto non è questo e nemmeno le accuse che lo riguardano (molestie varie). Qui è in gioco la libertà di espressione artistica, ovvero l’unica cosa che sembrava mantenere una sua nicchia di autonomia – visto che la semplice libertà di espressione, almeno sui giornali, esiste solo idealmente. Il #metoo e chi lo sostiene, in America come in Italia, vorrebbe costringerci a leggere e vedere solo ciò che si conforma al loro parametro di correttezza morale, ovvero i libracci di Saviano e i film buonisti all’italiana. Certo, non i romanzi di Houellebecq e i capolavori tragici e ossessivi di Lars von Trier. In due parole, siamo nella merda, di cui loro ci hanno ricoperti e che sicuramente cercheranno di passarci per merda d’artista.

In ogni caso non bisogna desistere, né concedere a questo manipolo di squinternate, che poco ma sicuro saranno supportate da qualche potere forte che le sovvenziona, la possibilità di porre un argine al nostro sacro anelito di dire l’indicibile, anche qualora si tratti di un’apologia del male, come il racconto di un amore che non osa dire il suo nome.

Matteo Fais