Woodstock, o del tradimento. In fondo, fu solo un concerto. 50 anni di vane speranze e di illusioni perdute

Posted on Agosto 15, 2019, 8:37 am
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Infine, fu un concerto. Un ‘concertone’, certo, nella speranza che la musica – debitamente ossigenata dagli acidi – riuscisse a costruire un altro mondo, decisamente migliore. Infine, fu questo. Un concerto. Consapevoli che il mondo non si può cambiare – guarda che stortura omicida sono diventate le sgargianti ideologie – beh, fumiamocelo, devoti alla visione interiore, mentre Joan strimpella We Shall Overcome. Saranno stati un milione, una comunità, ma ciascuno era recluso nel proprio mondo, nella propria aspettativa ribelle, nel proprio io esagerato dalle droghe.

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L’arte, fenomeno del tutto individuale, diventò ‘sociale’. Woodstock non è la recensione di un concerto – è Storia. Come Waterloo, come la guerra dei Trent’anni e quella in Vietnam. Solo che quei tre giorni – 15-18 agosto – nel paese di Bethel, che oggi fa 4mila abitanti e anche allora pareva il nome di un angelo caduto, non cambiarono il mondo. Non cambiarono nulla. Piuttosto. Istituzionalizzarono la strategia del ‘concertone’ – da lì ne sarebbero seguiti molti – dove, appunto, la musica è il pretesto per la protesta, per lo sperpero delle buone intenzioni.

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Si dovrebbe dire chi non c’era. Bob Dylan, John Lennon, i Rolling Stones, Jim Morrison, i Led Zeppelin. A dirla tutta, la scaletta del ‘concertone’ sull’Isola di Wight era più figa. Ma non è quello il punto: Woodstock è un simbolo, una griffe, una spilla, un marchio. Lo nomini e sai che sei lì, 50 anni fa, a illuderti che una schitarrata possa sostituire, per sempre, il frastuono dei mitra, che l’umanità possa tornare adamitica, che i cantanti, in fondo, sono santi.

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Le celebrazioni non si contano: l’Eden pitturato con l’Lsd e buona musica intorno si è sfasciato nel delirio dei consumi, nell’acquazzone di antidepressivi per accettare la vita, nello zen come pratica per produrre di più, un Oriente adattato alla metropoli. Oggi, per dire, su Sky Arte, dalle 21.15, potete capire quel momento di fango e di gloria grazie a un paio di documentari: Come Together. Da Woodstock a Coachella, sulla nascita del festival, e l’altro, Jimi Hendrix. Live at Woodstock, sulla performance leggendaria, le due ore che serrano il festival in mitologia su pentagramma, l’esibizione dell’uomo che usava la chitarra come la gola di Dio.

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In Jimi Hendrix l’esasperazione di un’epoca. Il talento purissimo, assoluto, desolato nel vomito. Londra, 18 settembre 1970, muore, un mese prima di compiere 28 anni, il genio della chitarra elettrica, soffocato dai propri rifiuti organici. I figli dei fiori, così, diventarono businessman dei sogni perduti, oppure rivoluzionari armati, proletari della rivolta. Durano troppo poco I figli degli dèi, durò tre giorni il sogno.

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Infine, fu un concerto. Sui fiori ebbe ragione il denaro. La nostalgia di una giovinezza tradita.