Woland sembra il Joker di “Batman” e Ponzio Pilato ascolta i Rolling Stones: sul “Maestro e Margherita” di Bulgakov in scena

Posted on Gennaio 23, 2019, 12:09 pm
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Avviso preambolare ai lettori (chiamarlo distico sarebbe eccessivo): la recensione di “Il Maestro e Margherita”, non durerà come lo spettacolo (3 ore con intervallo) ma molto meno.

L’annuncio, piazzato in un “nisiòlo” (lenzuolo piccolo in veneziano) di carta al fianco della biglietteria, anticipa agli spettatori che la mise en scene, compresa di una pausa, terrà la platea in sala per 180 minuti. Tradotto significa che per 3 ore sarà vietato (più o meno) l’accesso ai social media. Qualcuno in fila ha già i primi tiraculi: si vede dalle facce, dalle unghie che si conficcano alla base del pollice, dalle smorfie delle labbra. “Come tre ore?”. Del resto, per chi vive nel minuto o due dei video su Facebook, tre ore sono un’eternità. Eppure…

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L’aver donato alle dita preziose e capaci di Letizia Russo la trasposizione drammaturgica del testo di poco meno che centenario di Michail Bulgakov (è stata scritto e riscritto più volte tra il 1928 e il 1940) e l’aver affidato all’ottimo Michele Riondino il ruolo delicato e totemistico di Woland (il cattivissimo principe del male, una crasi tra il “Joker” di “Batman” interpretata da Jack Nicholson e un satanello della tradizione terrigna italica) si è rivelata semplicemente vincente. Le due storie difatti – quella dell’arrivo di Woland a Mosca e dell’incontro con una setta che si occupa di magia nera da un lato e la rievocazione degli avvenimenti accaduti a Gerusalemme durante la Pasqua ai tempi di Ponzio Pilato – si intrecciano e si incastrano con rara perfezione, ricamati da un filo musicale apparentemente bizzarro, quello che avvicina le sonorità di Musorgskij a “Simpathy for the devil” dei Rolling Stones (è storia nota che Mick Jagger ebbe in regalo da Marianne Faithfull il libro di Michail Bulgakov e che dopo aver letto ci scrisse la celebre canzone).

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La scenografia aiuta lo spettatore e gli toglie ogni potenziale dubbio: le vicende avvengono in un bunker, con qualche piccola variazione che tratteggia e definisce le due storie. Ma sono soprattutto i registri sonori e vocali a definire gli spazi e i personaggi, tutti o quasi in cerca di un autore. Viene da sé quindi che la risalita dagli inferi di Woland – demiurgo e capocomico – porta la cricca di burattini, piuttosto caratterizzati e a tratti piacevolmente manieristici, verso la risurrezione: immediato è l’eco che si riverbera sulla città di Mosca, veloce il mutamento delle loro idee, saettante l’odore bramoso di una vita da protagonisti alla luce del sole.

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I quadri apocrifi della morte di Gesù diventano rappresentazione teatrale. Qui Ponzio Pilato si fa personaggio e soggetto pittorico di Raffaello Sanzio attraverso un lungo scialle rosso vermiglio, qui Gesù (Yesua) diventa teatralmente martire, in uno scontro ideologico che supera i dogmi religiosi più canonici: troppo finto per gli atei, quasi blasfemo per i cattolici, il crocevia individuato dal regista Andrea Baracco si trasforma, con tutte le credenziali e le verità che può dare il teatro, in una risposta non drammaturgica bensì scenica.

Alessandro Carli