I gesti bianchi è il bel titolo di un trittico narrativo di Gianni Clerici – la voce del tennis in italiano o per meglio dire “supposto italiese” (così l’ha definito pochi anni fa in una trasmissione della televisione svizzera italofona poiché da buon insubre è cultore del dialetto vivo sconfitto da una lingua troppo artificiosa), raffinata spalla sul campo (fu campione italiano in doppio negli anni Cinquanta e giunse a Wimbledon compiendo un viaggio di un giorno in Cinquecento essendo però sconfitto già alla primissima partita), e quindi di Rino Tommasi – l’altra voce decisamente più ruvida, pugilistica nonché statistica – del più elegante degli sport, o meglio, del più sublime dei giochi.

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Al primo tra il Flaubert-Proust e il Norman Mailer delle telecronache si può prendere a prestito un titolo che ben descrive gli impatti tra pallina e racchetta sui campi erbosi di Wimbledon, dove la prima resta gialla e la seconda è ormai da qualche decade un oggetto multicolore (che dal legno si è trasformato nello shock di Agassi, dei fucsia, degli arancio, dei gialli, nelle croci elvetiche di Federer, nei suoi monocromi neri velati di mistero d’alchimista), ma la divisa resta sempre bianca come impone la tradizione di un cerimoniale sì moderno ma che si ammanta di un alone già antico – sempre uguale e diverso da se stesso come un dritto e un rovescio appresi a memoria eppure ineluttabilmente ogni volta da inventare – che è di per sé puro evento, di sicuro il più puro evento, dello sport contemporaneo.

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Ovvio dunque che il tennis e i suoi grandi maestri affascinarono Carmelo Bene, l’alto creatore di un certo tipo di teatro – e Wimbledon è un teatro –, tutto deleuziano e vale a dire influenzato da Gilles Deleuze, filosofo-tennista – Differenza e Ripetizione –, proscenio nel quale la grazia del gesto può esser quella di atleta che appare “come un cavallo addormentato” – si tratta di Stefan Edberg –, a dimostrazione del fatto che nello sport si possa celare un qualcosa che va oltre l’agone e il mero spettacolo: “Non c’è nessun aspetto ludico [nella nazionale di calcio], non c’è l’equivoco del mito, non si vede un assist di Maradona, che è più interessante certamente di qualunque attimo di teatrante internazionale, va bene? O di Van Basten, che ne so… O del Pelé di una volta, o di Edberg che, essendo il tennis, non può giocare al tennis e gioca addormentato, infatti, si addormenta come i cavalli, Stefan Edberg, in piedi. È straordinario”. Il tennis dunque gioco e sport nietzschiano se mai ce n’è uno – piccolo ma enorme ludus umano, troppo umano, sovrumano – in cui ci si stringe la mano come due gentiluomini a duello e – se il match è stato super come lo si era sognato prima ancora – ci si abbraccia per l’impazzimento del correre dietro la sfera…

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Gesti, che David Foster Wallace, romanziere noioso se ce n’è uno (ma c’è davvero chi ha letto The Infinite Jest, e non tutta la Commedia umana di Balzac, tutta la Ricerca di Proust, tutto il Quartet di Durrell, o tutta l’autobiografia di Strindberg?), ma ossessionato cultore della materia e trasfiguratore di un cronachismo prezzolato da un giornale statunitense in pratica di scrittura filosofica che tenta di dire, con parole che in realtà non si possono dire, i lampi, luminosi, numinosi, di Mister Tennis, Roger Federer, il Tennis, il Divino, Clerici dixit, uno che di sicuro quel libro non l’ha letto, perché come ha candidamente – e come sennò? – ammesso il ginevrino non è un lettore, per nulla, neppure delle proprie biografie (tra le quali il libro anch’esso alquanto “filosofico” I silenzi di Federer, a firma di André Scala, tradotto in italiano dalla O Barra O Edizioni di Varese e pubblicato nel 2012), ma a chi potrà mai importare il fatto che il supremo elvetico faccia parte del novero degli illetterati – ha detto giusto – e come sennò? – sempre Clerici – visto che con ogni probabilità né Nijinsky, né Nureyev, erano pronti a superare l’esame di maturità – e che Federer appartiene a quella genìa dei fautori di gesti divini e non a quella dei semplici sportivi.

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Federer come esperienza religiosa, il libro di Wallace, per nulla amato dallo scriba del tennis che ne ha bollato le affermazioni come incomprensibili, è proprio di fronte all’ineffabilità, all’incomprensibilità, all’inusitatezza, che è propria dei gesti di Federer, dei Momenti Federer, che ha tentato di dire, forse troppo alambiccandosi, in cerca di una spiegazione non fisica, ma metafisica, per i gesti trascendentali di un atleta che definisce preternaturale – come nel calcio, per Carmelo Bene, e Maradona e Van Basten – non fosse che è: “Impossibile da descrivere concretamente la bellezza di un fuoriclasse. […] Meglio arrivare alla questione estetica per vie traverse, girarci intorno, o – come faceva Tommaso d’Aquino con il suo soggetto ineffabile – cercare di definirla in termini di ciò che non è”. Eventi.

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Bianchi, perché ancora oggi, alla faccia di tutte le rivoluzioni, sui campi monarchici della periferia londinese si scende come detto in completo bianco in segno di rispetto ai codici della liturgia (Clerici: “Wimbledon è qualcosa di più di un torneo, è una religione. […] Wimbledon è il Vaticano del tennis. È come per un cattolico andare in pellegrinaggio a San Pietro”…), cui assiste un pubblico devoto e rispettoso come in nessun torneo del mondo (il Foro Italico a confronto pare un campo nomadi, una gradinata da venditori di cornetti, per caciaroni, maleducati, malvestiti, e il cattolico più fervente si turba con Enrico VIII), in grado di prediligere senza esser vittima della virulenta malattia che è il tifo – l’ammorbante “noi” – tutti gli altri nemici – i peggiori dei quali, per Montherlant, sono i compatrioti…

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Dei gesti bianchi, del colore delle linee che delimitano il rettangolo di gioco, di dimensioni che anche i praticanti, forse anche gli adepti più ferventi e assidui del culto, faticherebbero, se mai le conoscessero, a determinare, in un gioco che in realtà si sviluppa tutto nei millimetri, in prossimità alla più totale invisibilità insita nel gesto che si esprime imponderatamente in traiettorie, diagonali e parallele, ricurve o lineari, back, flat, spin, lift, chop, che solo nei gesti di alcuni dei veri artisti in campo si descrivono – l’impersonale è d’obbligo – come per un bel miracolo: un tempo i Laver, gli Emerson, i McEnroe, e oggi i Federer, gli Tsitsipas, i Djokovic, per stare tra i moderni e scovare quelli ancora capaci di giocare di classe, di “digitalità” – diritti d’autore allo scriba – ossia il tocco, a servizio d’istinti e genio…

Marco Settimini

(continua)

*Il torneo di Wimbledon si può vedere qui