“Sentivo Wordsworth dietro le mie spalle… è stato il Beethoven della poesia”. Dialogo con Massimo Bacigalupo sul “Preludio”, traduzione immane

Posted on Maggio 23, 2020, 6:37 am
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Nel suo gioco cabbalistico – che continuo a trovare scintillante – Harold Bloom colloca William Wordsworth nell’aula della quinta Sephirot, Din, cioè il Potere, la Giustizia, il Rigore, luogo della disciplina e del discrimine, posto tra Hesed (l’Amore di Dio) e Tiferet (la Bellezza). In quella regione della Cabbala, Bloom installa i poeti che ama, che rappresentano, a suo dire, il potere della tradizione: Emily Dickinson, Wallace Stevens, Robert Frost, T.S. Eliot, Shelley, Keats, Tennyson. C’è anche Giacomo Leopardi. Manca Coleridge. Secondo Bloom, “Wordsworth oscurò gran parte della tradizione precedente consentendogli, come afferma William Hazlitt, di ricominciare da capo su ‘una tabula rasa della poesia’… Dopo di lui, i poeti sono wordsworthiani a prescindere dal fatto che ne siano consapevoli o meno”. Wordsworth, insomma, attua una specie di rivoluzione copernicana nella poesia occidentale: è il poeta che sostituisce all’argomento l’unica cosa degna di essere argomentata, l’io. È una specie di Kant della poesia – Massimo Bacigalupo, suo grande traduttore, usa il paragone con Beethoven. Eppure. In Italia Wordsworth è quasi scomparso – ricordo una antica traduzione Mursia di Angelo Righetti – mentre Coleridge – più semplice, più immediato, più breve, più ‘esotico’ – gode di una fama imperitura, della sua Ballata del vecchio marinaio esiste una rissa di traduzioni (spesso nobili: Mario Luzi, Giovanni Giudici, Franco Buffoni, Fenoglio, Alessandro Ceni…). Nel mondo inglese, naturalmente, Wordsworth è lettura ineluttabile e inesauribile la bibliografia che lo riguarda: Wordsworth and Coleridge: the Radical Years di Nicholas Roe, Wordsworth’s Fun di Matthew Bevis, Wordsworth’s Poetry 1815-1845 di Tim Fulford e The Making of Poetry di Adam Nicolson sono alcuni dei libri più recenti che ho annotato. Per Faber, una selezione di poesie di Wordsworth è curata da Samus Heaney. “Nel tratteggiare il suo progetto, anticipa il cammino dei suoi maggiori successori, da Leopardi a Baudelaire, da Proust a Joyce. Ma nessuno di essi dirà meglio di lui la grandezza e lo smarrimento della scoperta di una nuova sfera dell’umano”, scrive Massimo Bacigalupo introducendo Il preludio di Wordsworth, l’opera più ambiziosa, il romanzo in versi, il poema autobiografico, oceanico, cominciato nel 1798, rimasto nel cassetto per decenni, pubblicato dopo la sua morte, nel 1850. “È una cosa senza precedenti nella storia letteraria”, scriveva a George Beaumont, nel 1805, tanto audace – per felicità lirica, dimensioni, egotismo – da stare al fianco “alle opere in fieri (o aperte) del secolo XX – la Recherche, Ulysses, i Pisan Cantos – meglio che nell’ambito vittoriano”, scrive ancora Bacigalupo. Per i 250 anni dalla nascita del grande poeta, Mondadori ripubblica il malloppo (oltre 500 pagine, ma a 11 euro), tradotto da Bacigalupo nel 1990, con successo (nel ’92 ottenne il Monselice per la traduzione letteraria). Poeta en plein air, dell’io sconfinato al cospetto della natura – “è all’aperto, sulla strada o nella brughiera, non nel salotto di casa che la sua immaginazione si libera al massimo”, scrive Virginia Woolf in un breve studio pubblicato in calce all’edizione –, poeta dell’istantanea giovinezza, di ciò che precede, del pre-, della preface e del prelude (benché il titolo sia stato scelto dalla vedova, Mary), ovvero dell’estrema possibilità, della parola desunta dall’erba e sarchiata dalle nuvole, della violenta innocenza, dello spazio cangiante. Dopo Worsworth, in effetti, tutto è possibile. (d.b.)

Perché Wordsworth è così importante per la poesia inglese moderna? Ma soprattutto: perché è per il lettore italiano, più avvezzo a Coleridge, è difficile capire questa importanza?

Per Harold Bloom Wordsworth ha cambiato il corso della poesia mondiale, anche per chi come Leopardi non lo ha letto. È stato il primo a indagare in poesia i processi della coscienza, le sue intermittenze proustiane, partendo dalle impressioni dirompenti dell’infanzia, e l’ha fatto con una potenza immaginativa e descrittiva “così penetrante”, scrisse Mario Praz, “da non essere superata da nessuno dei poeti inglesi se non da Shakespeare”. In lui troviamo, spiega ancora il sommo anglista, “un rinnovamento del linguaggio poetico, la prima espressione veramente moderna del sentimento della natura, e la scoperta della grandezza e della dignità delle cose e delle persone umili e cotidiane”. Questi sono fatti che riguardano la vita e i sentimenti di tutti, sicché Wordsworth è una grande fonte di ispirazione e anche conforto nei travagli e nelle opacità con cui dobbiamo confrontarci, in ciò simile a Beethoven, suo esatto coetaneo, anch’egli espressione di un romanticismo etico che in realtà va oltre il romanticismo per illuminarci sulla condizione umana tout court. Ben diverso il caso dell’amico Coleridge, autore di tre formidabili e sognanti poemetti (due dei quali incompiuti) e di poche belle poesie riflessive che del resto da noi nessuno conosce. La sua fortuna all’estero si deve all’elemento fantastico, visionario, esotico, alla Poe. Wordsworth, come Beethoven, è un adulto, “un uomo che parla agli uomini” (la sua definizione del poeta, mai sufficientemente praticata). So di lettori italiani perspicaci che non hanno avuto problemi ad apprezzare la grandezza del Prelude, stupiti dalla sua leggibilità, quasi romanzo o memoriale appassionante tanto per le sue indagini sulla coscienza quanto per i grandi eventi cui Wordsworth partecipa: la Rivoluzione francese vista da vicino, in prima persona, con passione, sconcerto, adesione, terrore. Non so in quale altra opera poetica possiamo leggere un resoconto così coinvolgente della storia europea pubblica e privata in anni cruciali. E così semplice e diretto, nella lingua nostra, di oggi, senza abbellimenti, solo con la forza segreta della poesia che effettivamente trasporta e arricchisce chi la ascolta e se la ripete. Apro il Preludio a caso e leggo un verso fra mille: “In silence through the shades gloomy and dark” (IV, 481). È tutto chiaro, diretto, impressionante. Non c’è parola o accentuazione che non sia del nostro linguaggio quotidiano. Il poeta e il reduce incontrato per strada di notte camminano insieme “in silenzio fra le ombre cupe e scure”. La scena è fra le tante memorabili del poema, e getta una luce profonda, attraverso un fatto diretto e reale, sulla condizione umana, la solidarietà che arriva fino a un certo punto. Le ultime parole del povero viandante sofferente sono di nuovo monumentali: “Ho fede nel Dio del cielo, / e nell’occhio di colui che passa!”. E Wordsworth racconta che tornava ventenne da una festa di giovani quando gli toccò vedere e ascoltare. Linguaggio, visione, evento… Le parole dette conservate sulla pagina. È tutto formidabile, incredibile, vero.

Semplifico: il Wordsworth in sodalizio con Coleridge è un poeta ‘rivoluzionario’, quando diventa ‘laureato’ si siede, appunto, sugli allori. E così?

Coleridge scrisse le poesie per cui è ricordato entro il 1800, cioè fino ai ventott’anni. Per Wordsworth, provato da “sventure domestiche e dalle vittorie di Napoleone” (Praz), la fase maggiore, molto più corposa, si chiude intorno al 1808, a 38 anni, che naturalmente sono già più di quelli che ebbero da vivere i poeti della seconda generazione Byron, Shelley e Keats, che tanto da Wordsworth e da Coleridge appresero e derivarono, pur criticandoli negli anni della Restaurazione per la loro svolta conservatrice. Non è che il Wordsworth quarantenne si sieda sugli allori, continua a scrivere con convinzione ma la sua fantasia non ha lo stesso vigore. È comunque da esplorare, ma a noi interessa naturalmente il poeta ineguagliato delle opere maggiori che sono doni preziosissimi per chi sa approfittarne. È ingeneroso accusare un genio di non aver prodotto capolavori per ottant’anni, quando non si finirà mai di scoprire il suo lascito maggiore.

Il Preludio: mi dica, sommariamente, perché è un’opera che dobbiamo assolutamente leggere. O meglio: in che forme ha influenzato la lirica inglese a venire?

Credo che Il preludio cambi la vita di chi lo legge, è poesia che ci porta con generosità alle sorgenti grandiose e semplici da cui è nata.  E ci invita a compiere un processo conoscitivo analogo facendoci scoprire la forza (parola importante in Wordsworth) che possediamo e non conosciamo, distratti dalle mille incombenze superficiali. Tradito dalla storia, con l’involuzione repressiva e militare della Rivoluzione, Wordsworth racconta come ci sia un’altra rivoluzione da fare individualmente, arrendendosi al potere della natura e calandosi negli affetti, nell’umano. Ma anche chi esita ad avventurarsi per i sentieri impervi del sublime quotidiano troverà nel Preludio il più emozionante poema degli ultimi secoli, anche solo per quello che gli rivelerà della storia del mondo, di una persona particolare, e della condizione umana, però in un’epoca precisa molto vicina e simile alla nostra anche per i grandi eventi e drammi pubblici che la segnano, per cui è tanto più importante capire dove può stare la vera forza dell’uomo:

… Ah, che tutti
i terrori, tutti i primi dolori,
rimpianti, sconforti, abbandoni, che tutti
i pensieri e sentimenti che sono stati istillati
nella mia mente, abbiano potuto comporsi
nella calma esistenza che è mia quando
son degno di me stesso!

(Preludio, I, 355-61)

Ecco un uomo che riflette sul senso dell’esistenza, e possiede gli strumenti per coinvolgerci in questa ricerca. Anche in questa felicità raggiunta senza ignorare complessità e tensioni, le prove che occorre affrontare. Non sono molte le opere che ci offrono tanto.

Mi sembra che questo Wordsworth sia tra le traduzioni che le hanno dato più gioia (o gloria): è così?

In effetti, è una traduzione di cui sono particolarmente contento. Spero di correggere presto qualche svista che ho trovato rileggendola nella nuova ristampa. Pensi che per un verso bellissimo del Libro X, “Along the margin of the moonlit sea”, la traduzione legge “lungo i margini del mare senza luna”… Certo mentre traducevo trent’anni fa mi sarà parso di leggere “moonless sea”. Strano che anche l’ottima editor della Mondadori, Anna Luisa Zazo, non se ne sia accorta. Se come spero ci sarà presto un’altra ristampa, essa leggerà: “lungo i margini del mare al chiar di luna / battevamo con zoccoli tonanti la distesa di sabbia”… Ma tornando al lavoro di traduzione, ho spesso raccontato che quando nel giro di pochi giorni corressi le bozze del Preludio feci un gran numero di correzioni (anche perché la traduzione, dattiloscritta, era stata portata avanti nel corso di un decennio abbondante, e almeno nei primi due libri si sente ancora una certa differenza di metodo, sono più scorciati). La facilità con cui mi si suggerivano soluzioni mentre rivedevo le bozze mi diede l’impressione che fosse lo stesso Wordsworth a dettarmele! Così in effetti lo sentivo vicino, dietro le spalle. Dopo tutto, quelle parole inglesi le ha scritte lui, sono quasi fossili e reliquie che hanno viaggiato nella sua mente e ora nella mia. La contemporaneità di Wordsworth non è mai venuta meno, perché non c’è nulla nel Preludio che un uomo di oggi non possa sottoscrivere, sia nel linguaggio che nei contenuti. E anche un po’ della sua poesia può rinascere nella traduzione dalla potenza di quella visione:

Così il sentimento assiste
il sentimento, e una molteplicità di forze è nostra
se almeno una volta siamo stati forti.
O mistero dell’uomo, da che profondità
procede la tua gloria…

(XII, 326-30)

*In copertina: William Wordsworth nel 1798, l’epoca in cui si accinge a scrivere “Il preludio”